|
|
|
Arte
e Cultura Siria - Giordania
|
|
Billad
al Sham
|
|
La
via dell'incenso
|
Testi
consigliati
|
Siti
Patrimonio Unesco
|
|
Siria
Hamoukar La prima guerra
|
Krak
des Chevaliers
|
Siria
e Palmyra
|
|
Syria
Baalbek
|
Apollodoro
di Damasco
|
|
La
via dell'incenso
|
|
Nel
2007, in occasione del 29esimo Congresso dell'UNESCO sul
Patrimonio Mondiale dell'Umanità, sono entrate nella
lista parecchie nuove destinazioni archeologiche, che
comprende 812 siti in tutto il mondo.
Le
nuove aggiunte del 2005 comprendono i siti archeologici
biblici di Tel Megiddo, Hazor, Beer Sheva e le città
del deserto di Haluza, Mamshit, Avdat e Shivta, che
fanno parte dell'antica via dell'incenso e delle spezie.
Questi siti vanno ad aggiungersi a quelli di Masada e
della Città Vecchia di Acco (San Giovanni d'Acri), che
furono scelti nel 2001, ed alla "Città Bianca -
Bauhaus e movimento moderno di Tel Aviv", entrato
nella lista nel 2003. Turner, professore di architettura
all'Accademia Bezalel, è da molti anni attivo nel
movimento per la conservazione del Patrimonio in
Israele-Palestina. Da tempo immigrato in Israele dalla
Gran Bretagna, è presidente dell'Israel
World Heritage Committee, l'ente che ogni anno decide
quali siti saranno sottoposti alla valutazione
dell'UNESCO.
La
Convenzione per il Patrimonio Mondiale dell'Umanità
esiste dal 1972, ma per più di due decenni Israele non
ne è stato membro. Turner dice che i prossimi tre siti
che Israele presenterà per l'approvazione sono le vie
migratorie degli uccelli che attraversano la zona, il
triplo arco a Tel Dan che rappresenta il primo uso
dell'arco da costruzione conosciuto al mondo, e i luoghi
santi Baha'i a Haifa. I siti scelti quest'anno sono
stati selezionati per la ricchezza di informazioni che
forniscono al mondo sulle sue prime civiltà. I "tel"
sono collinette che conservano i resti a strati di
insediamenti preistorici: in Israele-Palestina
ne esistono oltre duecento. Altrettanti in Siria
, Libano, Giordania etc… I tre scelti dall'UNESCO -
Megiddo, Hazor e Beer Sheba - contengono sostanziosi
resti di città con connessioni bibliche e presentano
anche alcuni dei migliori esempi di vita
nell'età del ferro, con sistemi sotterranei di raccolta
dell'acqua creati per servire comunità urbane a grande
densità.
Le
loro tracce di costruzione nel corso dei millenni
riflettono l'esistenza di autorità centralizzate,
prospera attività agricola e il controllo di importanti
vie commerciali. Secondo l'UNESCO, "rappresentano
un interscambio di valori umani attraverso il Medio
Oriente antico, forgiato attraverso grandi vie
commerciali e alleanze con altri stati, evidente nella
costruzione di stili che fondevano influenze egiziane,
siriane ed egee per creare uno stile locale ben
distinto". Essendo menzionate nella Bibbia,
"costituiscono anche una testimonianza religiosa e
spirituale di eccezionale valore universale". I tre
tel hanno rivelato molti tesori che hanno fatto luce
sulla storia delle diverse nazioni , etnie, polis
che hanno abitato la zona in tempi diversi.
L'altro gruppo di siti
che è stato selezionato - le quattro città nabatee di
Haluza, Mamshit, Avdat e Shivta, insieme con fortezze e
paesaggi agricoli nel deserto del Negev - sono sparsi
lungo strade che li collegano alla parte mediterranea
della via degli incensi e delle spezie. Il percorso
intero andava dallo Yemen, via
Arabia Saudita e Giordania attraverso il Negev fino al
Mediterraneo e all'Europa, ed era usato per trasportare
e commerciare spezie, gioielli, oro, argento e stoffe
preziose. Il commercio, altamente redditizio, di incenso
e mirra dall'Arabia meridionale al Mediterraneo fiorì
dal terzo secolo a.e.v. fino al secondo secolo e.v. Le
città israeliane comprendono resti di sofisticati
sistemi di irrigazione, costruzioni urbane, fortezze, e
testimoniano il modo in cui il duro deserto era
utilizzato per commercio e agricoltura. Questi luoghi,
secondo l'UNESCO, hanno ottenuto di entrare nella lista
per la loro "eloquente testimonianza
dell'importanza economica, sociale e culturale
dell'incenso nel mondo ellenistico-romano. Le strade
fornivano anche un mezzo di passaggio non solo per
l'incenso ed altre merci, ma anche per persone e
idee".
|
|
Testi
consigliati
|
|
Guida
turistica Siria Giordania Yemen Routard
Guida
turistica Siria Giordania Yemen Livingstone
Dalla
montagna sacra di William Darlymple - Bur
Arte
islamica Electa – La Repubblica – Storia dell’arte
volume 7; 13,90 € 800 pagine di testi e foto
Storia
delle religioni Islam
La Repubblica
Storia
delle religioni Preistoria, Egitto, vicino Oriente e
Iran La Repubblica
Storia
delle religioni Il corano La Repubblica
Islam
Arte e Architettura Konemann ed. Giraudo 35€
Islam
dal 1888 ai giorni nostri National
Geographic a cura di Don Belt
Roma
e il suo impero a cura di Ada Gabucci - Mondadori
Antiche
civilta’ I 100 siti unesco
White Star
Vittime
di Benny Morris - Rizzoli
Una
pace senza pace di David Fronkin - Rizzoli
Le
crociate viste dagli arabi di Amin Maalouf - Sei
Islam,
fede, legge, società - Giunti
Religione
e religioni in Siria e Palestina. Dall'antico bronzo
all'epoca romana di Paolo Xella
Siria.
Dalle antiche città-stato alla primavera interrotta di
damasco AAVV
Gerusalemme
da Traveller numero 1 dicembre 2007 monografico
|
|
Siti
Patrimonio Unesco
|
|
SYRIA
Ancient City of Aleppo (1986)
Ancient
City of Bosra (1980)
Ancient City of Damascus (1979)
Crac des Chevaliers and Qal’at
Salah El-Din (2006)
Site
of Palmyra (1980)
Properties submitted on the Tentative List
L'église de Qalbe Loze (1999)
Noréas de Hama (1999)
Ugrarit
(Tell Shamra) (1999)
Ebla
(Tell Mardikh) (1999)
Mari
(Tell Hariri) (1999)
Dura
Europos (1999)
Sergilla
(1999)
Apamée (Afamia) (1999)
Un
Château du désert : Qasr al-Hayr ach-Charqi (1999)
Maaloula
(1999)
Qal'
at Sem'an (Saint-Syméon) (1999)
Tartus
: la cité-citadelle des Croisés (1999)
Raqqa-Ràfiqa
: la cité abbasside (1999)
L'île
d'Arwad (1999)
Simeon
Citadel and Dead Cities (2006)
|
|
Siria
Hamoukar La prima guerra
|
|
FORSE
fu la prima guerra - o comunque tra le prime - che
l'umanità combattè in modo organizzato e che causò la
distruzione di una città sotto il "fuoco" di
palle di argilla e materiale incendiario. Le
testimonianze di quell'evento sono venute alla luce in
Siria, là dove un tempo si estendeva la Mesopotamia. La
città si chiama Hamoukar. La battaglia che la mise
sotto assedio e la distrusse si svolse circa 3.500 anni
prima di Cristo. La scoperta è stata realizzata dall'Oriental
Institute dell'Università di Chicago e dal Dipartimento
delle Antichità della Siria. Hamoukar era un centro
dove si costruivano manufatti in ossidiana (una roccia
derivata da lave vulcaniche) forse già 4.500 anni prima
di Cristo (una delle città più antiche mai costruite
dall'umanità) e questo le diede una certa prosperità.
Si trova nel nord est della Siria a meno di 10
chilometri dal confine con l'Iraq, ma ovviamente a quel
tempo questi confini non avevano alcun valore.
Il lavoro dei ricercatori era quello di capire quale
fosse il ruolo delle città di quest'area che fino ad
oggi si pensava ricoprissero un posizione periferica
rispetto a quelle presenti nel sud dell'Iraq, che erano
ancor più antiche e potenti e che alcune si erano
riunite in imperi. Le ricerche, ancora in corso, hanno
dimostrato che anche quelle siriane, invece, avevano un
ruolo culturale e spesso anche economico molto
importante, tant'è che con esse si era aperto un vero e
proprio commercio che a volte aveva portato anche a
conflitti di una certa intensità.
Spiega
Clemens Reichel dell'Università di Chicago: "Ciò
che accadeva nelle città del nord non può essere
spiegato come semplice espansione delle culture del sud
dell'Iraq, ma che al loro interno si è avuto una
propria evoluzione culturale". Le città portate
alla luce fino ad oggi, come Tell Brak, Habuba Kabira e
la stessa Hamoukar erano molto più grandi e più
antiche di quanto ci si aspettava e lo dimostrerebbe
anche l'industria dell'ossidiana sorta a Hamoukar. Le
ricerche in quest'ultima città sono attive dal 1999 e
hanno messo in luce che i 160mila metri quadrati che
formavano la città erano circondati da mura spesse 3,5
m. Tuttavia la presenza di materiale derivato dalla
produzione di ossidiana si estende per oltre 3 milioni
di metri quadrati.
Ora Reichel ha portato alla luce le testimonianze che un
giorno la città venne posta sotto assedio e che una
vera e propria battaglia fece collassare gli edifici e
causò incendi che andarono presto fuori controllo che
bruciarono quasi l'intera città.
Secondo lo studioso, la città venne bersagliata da una
vera pioggia di pallottole di argilla compressa di
alcuni decimetri di diametro. In un solo edificio,
considerato di importanza amministrativa, ne sono stati
trovati più di 1.000 e almeno uno era riuscito a
perforare le mura composte da fango compresso.
Sicuramente vi furono numerosi morti, tant'è che sono
state trovate una dozzina di tombe successive alla
battaglia al cui interno vennero deposte alcune delle
vittime. Fino ad oggi si pensava che la città fosse
stata distrutta da un terremoto, ma la scoperta delle
"pallottole" sconfessa questa ipotesi.
Ma chi invase la città? Ad oggi il nemico rimane un
mistero, anche se Secondo Reichel dato il tipo di armi
esso doveva provenire dal Sud.
|
|
Krak
des Chevaliers
|
|
Il
castello dei cavalieri crociati Fortezza della fede. Nel
regno latino in Terrasanta vi era una ragnatela fitta e
benedetta tessuta con centinaia di fortezze cristiane
appartenenti all’ordine degli Ospitalieri, dei
Teutonici e dei cavalieri Templari. I crociati
edificarono centinaia di castelli per difendere la
Terrasanta alla Croce. Vi richiusero milizie e viveri
per la lunga guerra fatta in nome di Dio. Guerra in nome
di Dio!
“…chi
muore laggiù guadagna più che se fosse in vita/e chi
vive qui ha sorte peggiore che se fosse morto; una vita
meschina vale infatti poco e chi muore nobilmente/riduce
a nulla la sua morte e poi vive senza tormento.”
Il
Krak dei cavalieri , così chiamato, imponente ancor
oggi nonostante i millenni, sorge su un colle di 750
metri , conquistato nel 1109 da Tancredi di Antiochia;
fu ceduto in seguito all’ordine cavalleresco degli
Ospitalieri che riuscirono a resistere agli assalti
nemici musulmani -anche al leggendario Saladhin/Saladino-,
per poi soccombere nel 1271 all’astuzia e crudeltà al
sultano Beibars che fece pervenire un falso ordine di
resa dal conte di Tripoli. È un castello quasi senza
fine, robusto; solo lo spessore della prima cerchia di
mura è di 24 metri, la seconda cerchia domina la prima
ed infine vi è un robusto mastio che controlla tutte e
due; in pratica compongono il krak tre castelli
costruiti uno sull’altro ed indipendenti tra loro. Chi
riusciva a penetrare la prima cinta era esposto alla
reazione violenta dei soldati disposti sulle altre due.
Il
Krak era considerato il castello più grande tra le
tante fortezze -forse il più bello del mondo-, nella
valle della Bekaa. Il suo nome in arabo significa dunque
fortezza, “Karak”, cardine della difesa del porto di
Tripoli e della valle d Bekaa, inserito come un anello
in una collana tra le cui maglie splendevano i castelli
della Santa Milizia Templare.
Un
castello enorme si potrebbe dire dal momento che poteva
contenere tra le sue mura 5000 uomini; dotato di mulini
a vento per macinare frumento, di grandi stalle,
cisterne ed acquedotto; non essendoci fiumi vi erano
stati scavati profondi pozzi con gigantesche cisterne
dove convogliare la poca acqua durante le piogge, tutto
per la disponibilità di sopravvivenza al suo interno
per resistere ad assedi che potevano durare anni. E poi
scale, gradini, stanzoni, torri ancor oggi visibili un
po’ stanche dal trascorrere dei secoli, scorticate dal
forte vento ma soprattutto dal silenzio della vallata,
che custodisce la sua storia, quella di battaglie tra
cavalieri, quella tra preghiere ed assalti; storie e
leggende ma anche racconti tramandati nei millenni, come
la sua cappella, dove nel 1203 venne sepolto colui che
fu l’eroe della III e IV crociata, Goffredo V di
Jonville; sepolto con onore , con il suo corpo da
cavaliere coperto dallo scudo conferitogli da Riccardo
Cuor di Leone.
Il
krak, un castello in Terrasanta tra il sogno cristiano e
la leggenda: dal krak i vessilli bianchi cristiani
ammonivano gli infedeli dalla mezza luna, in quelle
lunghe notti di assalti tra piogge di massi lanciati da
mangani [il manganello ricorda la funzione di questa
macchina da guerra di grandi dimensioni]; palle di
pietra da 3 quintali l’una che sventravano ogni cosa,
tra urla, spade e frecce da balestra, torri di legno,
torri di assedio spinte su ruote da accostare alle
ripide mura del Krak, torri ricoperte da pelli di vacca
appena scuoiate per essere umide come pareti
antincendio, ma soprattutto torri gonfie di terrore
pronte a sputare la violenza di centinaia e centinaia di
affilatissime scimitarre, arieti per sventrare le
robuste porte sempre e solo in nome della fede morti e
sangue. “ Dio, quando grideranno Avanti ! Signore
aiutate il pellegrino per il quale sono trepidante.
Perché felloni sono i Saraceni” Ora solo massi e
silenzio nella grande vallata.
|
|
Siria
e Palmyra
|
|
Dopo
la battaglia di Magnesia, nel 189 a.C., i romani avevano
posto fine alla autonomia della grande dinastia dei
Seleucidi entrando in possesso del regno di Siria. La
conquista della regione si consolida progressivamente
con le campagne d'Oriente condotte nella prima metà
dell secolo a.C., fino al completo assoggettamento -
Pompeo la riduce a provincia nel 62 a. C. -e alla
riorganizzazione amministrativa in età Augustea. La
vasta regione, che si estendeva dalle sponde del
Mediterraneo alle rive dell'Eufrate, viene sottoposta al
controllo diretto dell'imperatore, pur mantenendo al suo
interno regni minori, stati sacerdotali e città
autonome di cui Roma rispetta l'indipendenza.
La
carica di governatore della Siria era una delle più
importanti magistrature romane e prevedeva il comando di
quattro legioni stanziate in questo territorio al
confine con il temibile regno partico. Solo con la
conquista di Arabia, Assiria e Mesopotamia, in età
traianea, la Siria perde per un breve periodo la sua
importanza strategica e militare, avviandosi a un
periodo di stabilità e relativo benessere, con il
consolidamento del ruolo politico ed economico delle
città dell'interno,
come Palmira, Dura Europos , Emesa e Damasco,
Apamea e Antiochia.
Dopo
la parentesi del regno di Palmira, con Diocleziano i
confini orientali dell' impero si rafforzano e viene
allestito un nuovo sistema di comunicazioni stradali
attraverso il deserto; solo le invasioni persiane e la
conquista araba segneranno il definitivo crollo dell'
economia della regione, seguito dall' abbandono della
vita urbana e dall' esodo delle grandi famiglie e del
clero ortodosso verso le province d' Asia Minore e
Costantinopoli. La Siria ha una notevole importanza,
oltre che sul piano strategico, anche in campo
economico, grazie alle ampie distese fertili dei
territori settentrionali ( da sempre noti come
"mezzaluna fertile") e occidentali, alla
fioritura di industrie come porpora e vetro ; prosperi
erano inoltre numerosi centri commerciali e città
carovaniere, intermediarie tra l' Oriente porti del
Mediterraneo, nelle quali affluivano merci preziose
dall' Arabia, dall'India e dalla Cina. Grazie alla nuova
sicurezza delle rotte marittime dopo le fortunate
campagne di Pompeo contro i pirati, le antiche città
fenicie vivono un rinnovato periodo di fioritura. La
provincia anche centro di una vivace e intensa vita
intellettuale derivata dagli influssi culturali delle
tradizioni greche, semitiche e anche romane . Al momento
della annessione all’Impero comunque lo
sviluppo urbano in Siria era già avanzatissimo e i
romani non contribuiscono a mutamenti particolari né
a distruzioni. L’attività edilizia come su
tutte le coste del mediterraneo prosegue senza soste e
la monumentalizzazione delle città si manifesta
principalmente nella costruzione delle grandi vie
colonnate , assi stradali imponenti fiancheggiati da
portici che attraversavano l'intera area cittadina ad
Antiochia, come a Jerasa, ad Apamea come a Bosra e in
altri centri della Siria. Caratteristica delle città
siriane, è la presenza di archi come elementi di
enfatizzazione e valorizzazione. Tra i monumenti della
Siria romana occupano un posto di rilievo i santuari,
tra questi soprattutto il gigantesco complesso templare
che sovrasta la colonia Iulia Augusta Heliopolitana (Baalbek),
città posta fra le catene montuose del Libano e dell'
Antilibano. Il santuario,
complesso smisurato, è caratterizzato dalla
presenza di numerosi monumenti accessori e, soprattutto,
dalla grande esuberanza della decorazione. Tra i
numerosi edifici che negli anni si aggiungono al primo
tempio di Giove-Baal, è senz'altro significativo il
tempio ottastilo su un alto podio, noto come tempio di
Bacco, ma dedicato probabilmente a Venere-Atargatis.
L'analisi delle scuole scultoree siriane in età
imperiale ha evidenziato come in tutto il paese fosse
attivo un commercio d' arte .Il gusto ellenizzato della
committenza siriana di età imperiale è testimoniato
anche dai numerosi sarcofagi neoattici rinvenuti nella
valle dell ' Oronte e in altri centri ella regione.
Nell'arte del mosaico invece si rivela una presenza di
numerose botteghe di mosaicisti attive soprattutto ad
Antiochia che
continuano a tramandare per generazioni modelli e temi
tipici . Un esempio fra i vari
che troviamo nella regione è la città di Palmira, cerniera tra il mondo
romano e il mondo partico, aveva avuto un ruolo
preminente nei traffici commerciali verso l'Oriente fin
dalla prima età imperiale e aveva goduto a lungo di una
certa indipendenza, mantenendo una sua milizia per
pattugliare il deserto. Alla metà del III secolo,
Settimio Odenato, un consolare esponente di una nota
famiglia locale, riesce a estendere progressivamente la
sua influenza in tutta l’area orientale dell'impero e
a infliggere alcune sconfitte ai persiani, in seguito
alle quali viene nominato comandante dell esercito
romano in Oriente. Alla morte di Odenato la vedova
Zenobia, reggente per il figlio Vaballato, rafforza
ulteriormente l’autonomia della città, proclamando,
di fatto, l'indipendenza dallo stato romano, negli
stessi anni in cui a Treviri si formava un governo
autonomo agli ordini di Postumo e dei suoi successori.
La reazione romana a questi episodi di secessione viene
guidata da Aureliano che, nel giro di due anni,
sconfigge Zenobia e Tetrico, l'ultimo degli imperatori
della Gallia, trascinando en- trambi a Roma . Palmira,
la "città delle palme", diviene un centro
molto fiorente grazie al c6mmercio carovaniero delle
merci di lusso che transitavano, attraverso il deserto,
lungo la pista che collegava la Siria alla Mesopotamia e
al golfo Persico, punto di partenza per le rotte
marittime verso l'India. Il centro urbano, già fiorente
alla fine del I secolo a. C., viene monumentalizzato .Il
tempio di Baal per le sue dimensioni eccezionali
rappresenta un
capolavoro nella tradizione architettonica di Palmyra.
Elemento caratteristico
dell’arte funeraria palmirena sono le grandi
torri che
ancora oggi si ergono
imponenti nel deserto
su un basamento a
gradoni. Raffinate
e imponenti, le camere più ampie e i paramenti esterni
regolari, una decorazione limitata alla cornice della
porta e a una nicchia con la figura del defunto. L'
interno delle celle invece presenta una grande ricchezza
di ornamentazione architettonica in pietra calcarea e di
sculture funerarie spesso dipinte. Dalla fine del I
secolo e fino a tutto il III, si afferma l’uso degli
ipogei, sepolture comuni destinate al ceto medio
emergente dei palmireni arricchitisi nel corso del II
secolo e ai personaggi delle classi meno abbienti che
erano in grado di acquistare per se e per i propri
familiari un loculo in uno dei complessi funerari. Si
tratta di nuovo di strutture riccamente decorate,
utilizzate per secoli attualmente visitabili con
stato di manutenzione eccellente.
|
|
Syria
- Baalbek
|
|
Origini. Le origini di
Baalbek risalgono a due insediamenti cananei che gli
scavi archeologici sotto il tempio di Giove hanno
permesso di identificare come databili all'età del
bronzo antica (2900-2300 a.C.) e media (1900-1600 a.C.).
L'etimologia del toponimo è legata al sostantivo báʿal
o bēl che in varie lingue dell'area semitica
nord-occidentale (come l'ebraico, il cananeo, e l'accadico)
significa "signore". Il termine Baalbek
significherebbe dunque "signore della Bekaa" e
sarebbe probabilmente da correlarsi all' oracolo e al
santuario dedicato al dio Baal o Bēl (spesso
identificato come Hadad, dio del sole, della tempesta e
della fertilità della terra) e ad Anat, dea della
violenza e della guerra, sorella e consorte di Baal (più
tardi identificata con Astarte), forse associati a
Tammuz (più tardi identificato con Adone), dio della
rigenerazione primaverile. Le pratiche religiose di
questi templi contemplavano probabilmente, come in altre
realtà culturali contigue, la prostituzione sacra, i
sacrifici animali (e forse anche umani) e le offerte
rituali di bevande alle divinità.
Fase ellenistica. Lo
storico ebreo Giuseppe Flavio (I secolo) rammenta il
passaggio di Alessandro Magno a Baalbek nella sua marcia
verso Damasco. In epoca ellenistica, sotto il dominio
dei Tolomei, sostituito definitivamente dal 198 a.C. con
quello dei Seleucidi, la città fu ribattezzata con il
nome di Heliopolis ("città del sole"). I
sovrani tolemaici favorirono probabilmente
l'identificazione del dio Baal con il dio del sole
egizio Ra e il dio del sole greco Helios, allo scopo di
cementare una maggiore fusione culturale all'interno dei
propri territori. Il cortile del tempio fu modificato e
alla sua estremità occidentale venne iniziata la
costruzione di un tempio di forme greche per il quale si
costruì una gigantesca piattaforma (88 x 48 m). Per
questa costruzione vennero impiegati blocchi colossali:
i tre che costituiscono il cosiddetto
τρίλιθον (trilithon)
pesano circa 750 tonnellate ciascuno, mentre un quarto
blocco, di dimensioni ancora maggiori (21.5 m di
lunghezza con una sezione quadrata di 4.3 m di lato),
oggi conosciuto con il nome di ﺣﺠﺮ
ﺍﻠﺤﺒﻠﻰ (ḥaǧar
al-ḥublā o "pietra della
gestante"), venne abbandonato nella cava.
Fase romana. Dopo la
conquista romana nel 64 a.C. ad opera di Pompeo, la città
di Baalbek-Heliopolis fu compresa nei domini dei
tetrarchi della Palestina (si confronti anche in Lc
3,1). La divinità del santuario fu identificata con
Giove, che conservò tuttavia alcuni dei caratteri
dell'antica divinità indigena e assunse la forma e il
nome di Giove Eliopolitano. Il dio veniva raffigurato
con un copricapo svasato, con fulmini nelle mani e
inquadrato da due tori, l'animale che accompagnava il
dio Baal. Gli altri dei associati vennero identificati
con Venere e con Bacco. La triade eliopolitana ebbe
altari e culto anche in lontane regioni dell'impero
(province balcaniche, Gallia, province ispaniche,
Britannia). Il culto assunse un carattere mistico e
forse misterico, che favorì probabilmente la sua
diffusione. Nel 15 a.C. il santuario entrò a far parte
del territorio della Colonia Iulia Augusta Felix Beritus,
l'odierna Beirut. L'edificazione del tempio fu
nuovamente intrapresa sulla piattaforma ellenistica e si
concluse in diverse tappe: il tempio vero e proprio
(tempio di Giove) fu terminato nel 60 d.C., sotto
Nerone, e contemporaneamente venne edificato l'altare a
torre che precede il tempio. Sotto Traiano (98-117) si
iniziò la sistemazione del grande cortile. Sotto
Antonino Pio (138-161) venne eretto il tempio di Bacco.
I lavori, inclusi quelli riguardanti il tempio di
Venere, vennero completati durante la dinastia dei
Severi, e in particolare sotto Caracalla (211-217).
Sotto Filippo l'Arabo (244-249), imperatore romano nato
nella vicina Damasco, fu infine costruito il cortile
esagonale del santuario. In quest'epoca Heliopolis,
elevata da Settimio Severo (193-211) al rango di colonia
di diritto italico con il nome di Colonia Iulia Augusta
Felix Heliopolis, divenne il centro principale della
provincia della Syria-Phoenicia, istituita nel 194 con
capitale Tiro.
Fase paleo-cristiana e
bizantina. Con l'avvento del cristianesimo e la
promulgazione dell'Editto di Milano, il santuario iniziò
una lenta decadenza, accelerata probabilmente dai crolli
dovuti ai terremoti. Le prime trasformazioni si ebbero
sotto Costantino I (306-337), che secondo Eusebio di
Cesarea vi istituì una sede vescovile e decise la
costruzione di una chiesa. L'imperatore Teodosio I
(379-395) distrusse le statue pagane, fece radere al
suolo l'altare-torre per erigere nel grande cortile una
basilica cristiana e trasformò in chiese sia la corte
esagonale che il tempio di Venere. Alcuni studiosi
ritengono tuttavia che Baalbek continuò a costituire un
centro di culto pagano. L'imperatore bizantino
Giustiniano (527-561) ordinò infine di asportare otto
delle colonne del tempio di Giove affinché fossero
riutilizzate nella basilica di Santa Sofia a
Costantinopoli.
Fase arabo-islamica. In
seguito alla conquista araba del 637 da parte di Abū
ʿUbayda ibn al-Ğarrāḥ, l'acropoli
del complesso templare venne trasformata in cittadella
fortificata (ﻗﻠﻌﺔ,
qalʿah) e venne costruita la grande moschea in
stile omayyade, oggi in rovina. La città passò, dopo
l'età omayyade e quella abbaside, sotto
l'amministrazione fatimide che la scelse come capitale
di governatorato (wilāya) nel 972, all'epoca dell'Imām
al-Muʿizz li-dīn Allāh. Occupata per
breve tempo dai Bizantini di Giovanni Zimisce nel 974,
Baalbek divenne nel 1025 dominio dei Mirdasidi, guidati
dal principe di Aleppo Ṣāliḥ ibn Mirdās,
e infine dei Selgiuchidi di Tutuš nel 1075. Fu poi la
volta del dominio zengide, prima di essere conquistata
da Ṣalāḥ al-Dīn ibn Ayyūb nel
1187. La cittadina rimase dominio ayyubide fino al 1282
quando venne conquistata dal sultano mamelucco Sayf al-Dīn
Qalāwūn al-Alfī, detto al-Malik
al-Manṣūr ("il sovrano reso vittorioso
da Dio"). La città fu saccheggiata dalle truppe
mongole guidate da Hülegü Khan nel 1260 e ancora
dall'esercito di Timur (Tamerlano) nel 1401. Dopo il
1516, Baalbek entrò a far parte dell'impero ottomano,
all'interno dell'eyalet (governatorato) di Damasco. Nei
secoli successivi, come in altre aree della Bekaa, la
popolazione, prevalentemente musulmana sciita e divisa
in clan patrilineari chiamati ʿašā'īr,
fu soggetta all'autorità de facto di due famiglie di
proprietari terrieri, gli Ḥamādah e gli Harfūš,
i cui privilegi feudali vennero erosi, a partire dalla
fine del diciottesimo secolo, dai tentativi di
modernizzazione amministrativa sperimentati dalle
autorità ottomane.
Riscoperta del sito. Nel
XVIII secolo gli esploratori europei iniziarono a
visitare le rovine e a riportarne dettagliate
descrizioni, piante e vedute a disegno. Nel
1751 Robert Wood descrisse le rovine come tra le più
audaci opere di architettura dell'antichità. Erano
ancora in piedi nove colonne del tempio di Giove, ma tre
crollarono, probabilmente in occasione del terremoto del
1759. Altri viaggiatori furono Volney (1781), Cassas
(1785), Laborde (1837), David Roberts (1839). I blocchi
crollati dalle antiche costruzioni venivano all'epoca
ancora riutilizzati per la costruzione di edifici
moderni della cittadina. Una prima spedizione
scientifica fu condotta nel 1873 dal Fondo di
Esplorazione della Palestina e in seguito alla visita
dell'imperatore Guglielmo II di Germania vi venne
condotta una missione archeologica tedesca (1898-1905),
guidata da Otto Puchstein, durante la quale furono
effettuati i primi restauri. Dopo la prima guerra
mondiale altre missioni si ebbero durante il Mandato
francese ad opera di C. Virolleaud, R. Dassaud, S.
Ronzevalle, H. Seyrig, D. Schlumberger, F. Anus, P.
Coupel e P. Collard. Dopo l'indipendenza del Libano nel
1943 le operazioni di restauro e conservazione passarono
sotto l'egida del Servizio delle Antichità del Libano (H.
Kalayan). Nel
1984 il sito archeologico di Baalbek venne inserito
nella lista dei Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.
Descrizione del santuario.
Furono costruiti agli inizi del III secolo, all'epoca di
Caracalla in cima ad una scalinata monumentale e
costituivano l'accesso all'area sacra del tempio di
Giove. Erano in origine costituiti da una facciata di 12
colonne (10 delle quali rialzate nel corso dei restauri
tedeschi), tra due torri più alte, sormontate da un
frontone. Nel muro retrostante si aprivano un ingresso
centrale ad arco e due passaggi laterali, che più tardi
vennero murati. Il muro era decorato da due piani di
nicchie che in origine dovevano ospitare delle statue,
inquadrate da edicole con frontoni alternativamente
triangolari e arcuati, sostenuti da lesene corinzie al
piano terra e ioniche al piano superiore.
Cortile esagonale. Dai
propilei si accedeva ad una corte a pianta esagonale
(metà del III secolo, sotto Filippo l'Arabo, 244-249),
circondata da portici che si aprivano sul fondo con
esedre rettangolari, un tempo riccamente decorate. Il
cortile subì pesanti modifiche all'epoca in cui vi
venne installata la cappella dedicata alla Vergine e
successivamente per la trasformazione in bastione
difensivo della cittadella araba.
Il cortile (135 x 113 m)
(età traianea) ospitava il grande altare a torre di età
neroniana e bacini laterali per le abluzioni. I portici
laterali (128 colonne con fusti in granito di Aswān)
sono sostenuti da criptoportici voltati e sul fondo si
aprivano esedre a pianta alternativamente rettangolare e
semicircolare, queste coperte da semicupole in pietra.
Iscrizioni dipinte in alcune delle esedre testimoniano
il loro uso per i pasti sacri di confraternite e comunità,
che dovevano far parte del culto eliopolitano. Nella
corte venne costruita la basilica teodosiana (
Imperatore Teodosio), dedicata a san Pietro.
Tempio di Giove. Il tempio
(prima metà del I secolo), che ospitava la statua di
Giove Eliopolitano, dominava la Grande Corte,
sopraelevato sopra una scalinata a tre rampe. Si
trattava del più grande tempio romano conosciuto, in
origine un periptero con 10 colonne sulla fronte
("decastilo") e 19 sui lati lunghi. Restano in
piedi sei colonne colossali, con fusti di 2,20 m di
diametro (pari a 75 piedi romani) ed alte circa 20 m con
la base e il capitello, realizzate con tre rocchi di
pietra. La trabeazione, che raggiunge i 5 m di altezza
comprendeva un fregio decorato con protomi (teste) di
tori e di leoni e con ghirlande.
Tempio di Bacco. Elevato
su un podio di 5 m di altezza, misura 69 x 36 m e vi si
accede da una scalinata con 33 gradini.Era preceduto da
un cortile porticato con un monumentale accesso. Risale
alla metà del II secolo (Antonino Pio, 138-161) e si
tratta di un tempio periptero con 8 colonne sulla fronte
("ottastilo") e 15 sui lati lunghi, molto ben
conservato (manca solo il tetto della cella e parte
delle colonne laterali). Le colonne scanalate
raggiungevano con basi e capitelli un'altezza di 19 m e
anche in questo caso il fregio era decorato da protomi
di tori e leoni. La peristasi (lo spazio tra le colonne
e i muri della cella) era coperta da un soffitto
cassettonato: i cassettoni poligonali e triangolari,
erano decorati con busti di divinità (tra cui Marte, la
Vittoria, Diana, Hygeia) e una ricca decorazione
vegetale.
L'incorniciatura del
portale d'ingresso della cella presenta fregi figurati e
una decorazione di tralci di vite che riferiscono il
tempio al dio Bacco, ma il soffitto del portale mostra
un'aquila con un caduceo, attributo tipico del dio
Mercurio. Il culto del dio locale, con caratteristiche
simili a quelle del greco Adone, aveva comportato
l'utilizzo del vino, dell'oppio e di altre droghe per il
raggiungimento dell'estasi religiosa.
All'interno della cella le
pareti laterali sono decorate da nicchie su due ordini:
quelle inferiori sono sormontate da frontoni arcuati e
quelle superiori da frontoni triangolari; le nicchie
sono inquadrate da semicolonne corinzie. Sul fondo del
tempio un adyton (sacrario) ospitava la statua del dio.
All'angolo sud-est del
tempio venne in seguito edificata una torre che nel XV
secolo, all'epoca dei Mamelucchi ospitava la residenza
del governatore locale.
Tempio di Venere. Al di là
di una strada, è orientato verso gli altri due templi.
Era racchiuso in un recinto sacro che ospitava anche un
altro piccolo tempio, oggi in rovina, conosciuto come
"tempio delle Muse".
Il tempio, a cui si accede
da una scalinata, era preceduto in origine un pronao
rettangolare ottastilo (con otto colonne). La cella
rotonda era decorata all'esterno da nicchie coperte da
semicupole a conchiglia. Le colonne che circondano la
cella presentano la trabeazione che non segue la linea
del colonnato, ma si incurva verso l'interno fino a
toccare il muro esterno della cella, creando un'insolita
forma stellare e inquadrando in tal modo le nicchie. La
testimonianza di Eusebio di Cesarea, che attesta la
continuità del culto agli inizi dell'epoca cristiana,
ci informa della sua natura orgiastica e della presenza,
probabilmente, della prostituzione sacra. Il tempio era
stato trasformato in chiesa di Santa Barbara, ma restò
al di fuori della cittadella araba e l'intero complesso
venne in seguito coperto da una fitta rete di
abitazioni. I resti del tempio furono smontati e
rimontati a poca distanza in uno spazio libero.
Le caratteristiche
dell'architettura. Il marcato carattere locale del culto
si riflette nelle grandi corti che precedono i templi
(come nel tempio di Gerusalemme), nell'altare a torre
del santuario di Giove e nella presenza del sacrario
edificato a parte all'interno della cella (adyton);
tuttavia ovunque le forme architettoniche sono quelle
proprie dell'architettura romana.
Oggi. Negli anni
successivi all'indipendenza libanese, la valle della Beqāʿ
soffrì per la relativa marginalità economica e
politica, anche se Baalbek poté contare sui proventi
legati al crescente afflusso di visitatori locali e
stranieri. Dopo l'avvio saltuario di spettacoli estivi
all'aperto nel 1922, a partire dal 1955 iniziò ad
essere organizzato in maniera sistematica il Festival di
Baalbek, comprendente nel suo programma un misto di
spettacoli teatrali, opera lirica, musical, concerti di
musica classica e musica leggera e organizzato
solitamente nella cornice del grande cortile. Direttori
d'orchestra, interpreti e gruppi del calibro di Herbert
von Karajan, Mstislav Rostropovitch, Fairouz, Umm
Kulthum, Ella Fitzgerald, Joan Baez (e ultimamente Sting,
Gilberto Gil e Massive Attack) hanno tenuto memorabili
concerti in questa sede monumentale.
Il festival fu interrotto
nel 1975, con lo scoppio della guerra civile libanese
(1975-1990), quando la cittadina di Baalbek divenne una
roccaforte della milizia sciita Hezbollah ( ﺣﺰﺏ
ﺍﷲ,
ossia "Partito di Dio"). La milizia, con la
probabile approvazione del governo siriano, fu sostenuta
dal governo iraniano tramite il Corpo delle guardie
della rivoluzione islamica (che forniva addestramento
militare e indottrinamento) e si distinse per la
politica estremamente ostile nei confronti degli Stati
Uniti e di Israele, che all'epoca occupava militarmente
una parte del territorio libanese. Dopo la fine della
guerra civile libanese nel 1990 (in seguito agli accordi
di Ṭā'if del 1989), la situazione si è
lentamente ma progressivamente normalizzata e oggi la
visita al sito archeologico e alla cittadina è
possibile senza alcun tipo di pericolo. Nel 1997 sono
riprese le serate del Festival di Baalbek, mentre nel
1998 è stata inaugurata la collezione permanente che
costituisce il nucleo centrale del nuovo Museo
archeologico. La cittadina è stata oggetto di pesanti
bombardamenti israeliani nel Luglio 2006.
|
|
Apollodoro
di Damasco l'architetto di Traiano
|
|
……Si
potrebbe dire che tra l' epoca di Domiziano e quella di
Adriano l' architettura romana si arricchisce di
esperienze maturate in Asia minore e nel vicino oriente,
si avvale nelle tecniche costruttive dell' applicazione
di discipline scientifiche in modo molto più ampio e
sofisticato che in precedenza. Ne sono scaturiti risulta
innovativi e arditi nella conformazione di spazi
interni, nella decorazione e nella determinazione di
prospettive urbane. Compaiono così i caratteri
fondamentali di una architettura capace di svincolarsi
dai canoni più rigorosi del classicismo, sia pure con
equilibrio e nel rispetto della tradizione. La stessa
tendenza si manifesterà nuovamente a Roma nel
Cinquecento, a partire da Michelangelo, e l'
architettura subirà un analogo sviluppo, nel quale è
stata riconosciuta la prima origine del barocco.
Gli
archetipi del primo barocco esistono in edifici antichi,
che gli architetti del tardo Rinascimento cercarono e
trovarono a Roma nei resti monumentali e nelle
raffigurazioni dipinte, per evolvere poi in forme
espressive più complesse e originali rispetto ai
modelli che li avevano
ispirati. Nell’architettura
romana antica un ruolo di enorme rilievo deve essere
riconosciuto ad Apollodoro di Damasco, l' architetto che
aveva costruito per Traiano il ponte sul Danubio e, a
Roma, le terme di Traiano, , il complesso monumentale
del Foro di Traiano, comprendente la grande piazza con
la basilica Ulpia, la colonna istoriata e le
biblioteche. Nonostante il nome greco Apollodoro era un
Siriano . Damasco è stata una metropoli di cultura
cosmopolita, abitata da sempre nonché dall' epoca di
Alessandro Magno in poi da Arabi, Greci Giudei, Romani.
La città cadde sotto il dominio dei Nabatei ( la cui
capitale religiosa era Petra) una popolazione araba,
verso l'anno 100 avanti Cristo, per essere poi occupata
dai Romani nel 66 . Poi fece parte dei territori donati
da Antonio a Cleopatra, e tornò poi in possesso dei
Nabatei .All'epoca di Nerone era nuovamente sotto il
controllo romano. Apollodoro
era un Nabateo ellenizzato di prima generazione, che
aveva appreso greco come seconda lingua e che aveva
adottato un nome greco, come era
tenuto a fare qualunque orientale che volesse
acquisire una posizione elevata nel mondo romano. Il
nome originario, di cui per assonanza quello greco
potesse essere considerato un parallelo, può
essere facilmente riconosciuto nell'arabo Abodat (in
greco Obodes), ben diffuso tra i Nabatei, i quali nel I
secolo a.C. ebbero anche tre monarchi cosi chiamati.
La impressionante capitale religiosa del regno
del Nabatei era Petra. Non vi è visitatore che
giungendo in quella città dell' Arabia Petraea non
provi una sensazione di familiarità con le grandiose
facciate di edifici scolpite sulle pareti rocciose.
Questa sensazione è dovuta alla nostra
conoscenza di forme estetiche dell'ellenismo
e della
parte orientale dell'impero poi introdotte a Roma, nel
contesto di una concezione architettonica di altissima
originalità spaziale, da Apollodoro Damasceno, architetto arabo alla corte degli
imperatori di Roma.
|
|
|
|
|
|
|
|
|

|