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Arte e Cultura Siria - Giordania
Billad al Sham

La via dell'incenso

Testi consigliati Siti Patrimonio Unesco
Siria Hamoukar La prima guerra Krak des Chevaliers Siria e Palmyra 
Syria Baalbek Apollodoro di Damasco

La via dell'incenso

Nel 2007, in occasione del 29esimo Congresso dell'UNESCO sul Patrimonio Mondiale dell'Umanità, sono entrate nella lista parecchie nuove destinazioni archeologiche, che comprende 812 siti in tutto il mondo.

Le nuove aggiunte del 2005 comprendono i siti archeologici biblici di Tel Megiddo, Hazor, Beer Sheva e le città del deserto di Haluza, Mamshit, Avdat e Shivta, che fanno parte dell'antica via dell'incenso e delle spezie. Questi siti vanno ad aggiungersi a quelli di Masada e della Città Vecchia di Acco (San Giovanni d'Acri), che furono scelti nel 2001, ed alla "Città Bianca - Bauhaus e movimento moderno di Tel Aviv", entrato nella lista nel 2003. Turner, professore di architettura all'Accademia Bezalel, è da molti anni attivo nel movimento per la conservazione del Patrimonio in Israele-Palestina. Da tempo immigrato in Israele dalla Gran Bretagna, è presidente dell'Israel
World Heritage Committee, l'ente che ogni anno decide quali siti saranno sottoposti alla valutazione dell'UNESCO.

La Convenzione per il Patrimonio Mondiale dell'Umanità esiste dal 1972, ma per più di due decenni Israele non ne è stato membro. Turner dice che i prossimi tre siti che Israele presenterà per l'approvazione sono le vie migratorie degli uccelli che attraversano la zona, il triplo arco a Tel Dan che rappresenta il primo uso dell'arco da costruzione conosciuto al mondo, e i luoghi santi Baha'i a Haifa. I siti scelti quest'anno sono stati selezionati per la ricchezza di informazioni che forniscono al mondo sulle sue prime civiltà. I "tel" sono collinette che conservano i resti a strati di insediamenti preistorici: in Israele-Palestina  ne esistono oltre duecento. Altrettanti in Siria , Libano, Giordania etc… I tre scelti dall'UNESCO - Megiddo, Hazor e Beer Sheba - contengono sostanziosi resti di città con connessioni bibliche e presentano anche alcuni dei migliori esempi di vita
nell'età del ferro, con sistemi sotterranei di raccolta dell'acqua creati per servire comunità urbane a grande densità.

Le loro tracce di costruzione nel corso dei millenni riflettono l'esistenza di autorità centralizzate, prospera attività agricola e il controllo di importanti vie commerciali. Secondo l'UNESCO, "rappresentano un interscambio di valori umani attraverso il Medio Oriente antico, forgiato attraverso grandi vie commerciali e alleanze con altri stati, evidente nella costruzione di stili che fondevano influenze egiziane, siriane ed egee per creare uno stile locale ben distinto". Essendo menzionate nella Bibbia, "costituiscono anche una testimonianza religiosa e spirituale di eccezionale valore universale". I tre tel hanno rivelato molti tesori che hanno fatto luce sulla storia delle diverse nazioni , etnie, polis  che hanno abitato la zona in tempi diversi. L'altro gruppo di siti
che è stato selezionato - le quattro città nabatee di Haluza, Mamshit, Avdat e Shivta, insieme con fortezze e paesaggi agricoli nel deserto del Negev - sono sparsi lungo strade che li collegano alla parte mediterranea della via degli incensi e delle spezie. Il percorso intero andava dallo Yemen, via
Arabia Saudita e Giordania attraverso il Negev fino al Mediterraneo e all'Europa, ed era usato per trasportare e commerciare spezie, gioielli, oro, argento e stoffe preziose. Il commercio, altamente redditizio, di incenso e mirra dall'Arabia meridionale al Mediterraneo fiorì dal terzo secolo a.e.v. fino al secondo secolo e.v. Le città israeliane comprendono resti di sofisticati sistemi di irrigazione, costruzioni urbane, fortezze, e testimoniano il modo in cui il duro deserto era utilizzato per commercio e agricoltura. Questi luoghi, secondo l'UNESCO, hanno ottenuto di entrare nella lista per la loro "eloquente testimonianza dell'importanza economica, sociale e culturale dell'incenso nel mondo ellenistico-romano. Le strade fornivano anche un mezzo di passaggio non solo per l'incenso ed altre merci, ma anche per persone e idee".

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Siti Patrimonio Unesco

SYRIA  

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Ancient City of Bosra (1980)

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Crac des Chevaliers and Qal’at Salah El-Din (2006)

Site of Palmyra (1980)

Properties submitted on the Tentative List

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Noréas de Hama (1999)

Ugrarit (Tell Shamra) (1999)

Ebla (Tell Mardikh) (1999)

Mari (Tell Hariri) (1999)

Dura Europos (1999)

Sergilla (1999)

Apamée (Afamia) (1999)

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L'île d'Arwad (1999)

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Siria Hamoukar La prima guerra

FORSE fu la prima guerra - o comunque tra le prime - che l'umanità combattè in modo organizzato e che causò la distruzione di una città sotto il "fuoco" di palle di argilla e materiale incendiario. Le testimonianze di quell'evento sono venute alla luce in Siria, là dove un tempo si estendeva la Mesopotamia. La città si chiama Hamoukar. La battaglia che la mise sotto assedio e la distrusse si svolse circa 3.500 anni prima di Cristo. La scoperta è stata realizzata dall'Oriental Institute dell'Università di Chicago e dal Dipartimento delle Antichità della Siria. Hamoukar era un centro dove si costruivano manufatti in ossidiana (una roccia derivata da lave vulcaniche) forse già 4.500 anni prima di Cristo (una delle città più antiche mai costruite dall'umanità) e questo le diede una certa prosperità.
Si trova nel nord est della Siria a meno di 10 chilometri dal confine con l'Iraq, ma ovviamente a quel tempo questi confini non avevano alcun valore.

Il lavoro dei ricercatori era quello di capire quale fosse il ruolo delle città di quest'area che fino ad oggi si pensava ricoprissero un posizione periferica rispetto a quelle presenti nel sud dell'Iraq, che erano ancor più antiche e potenti e che alcune si erano riunite in imperi. Le ricerche, ancora in corso, hanno dimostrato che anche quelle siriane, invece, avevano un ruolo culturale e spesso anche economico molto importante, tant'è che con esse si era aperto un vero e proprio commercio che a volte aveva portato anche a conflitti di una certa intensità.

Spiega Clemens Reichel dell'Università di Chicago: "Ciò che accadeva nelle città del nord non può essere spiegato come semplice espansione delle culture del sud dell'Iraq, ma che al loro interno si è avuto una propria evoluzione culturale". Le città portate alla luce fino ad oggi, come Tell Brak, Habuba Kabira e la stessa Hamoukar erano molto più grandi e più antiche di quanto ci si aspettava e lo dimostrerebbe anche l'industria dell'ossidiana sorta a Hamoukar. Le ricerche in quest'ultima città sono attive dal 1999 e hanno messo in luce che i 160mila metri quadrati che formavano la città erano circondati da mura spesse 3,5 m. Tuttavia la presenza di materiale derivato dalla produzione di ossidiana si estende per oltre 3 milioni di metri quadrati.

Ora Reichel ha portato alla luce le testimonianze che un giorno la città venne posta sotto assedio e che una vera e propria battaglia fece collassare gli edifici e causò incendi che andarono presto fuori controllo che bruciarono quasi l'intera città.

Secondo lo studioso, la città venne bersagliata da una vera pioggia di pallottole di argilla compressa di alcuni decimetri di diametro. In un solo edificio, considerato di importanza amministrativa, ne sono stati trovati più di 1.000 e almeno uno era riuscito a perforare le mura composte da fango compresso.

Sicuramente vi furono numerosi morti, tant'è che sono state trovate una dozzina di tombe successive alla battaglia al cui interno vennero deposte alcune delle vittime. Fino ad oggi si pensava che la città fosse stata distrutta da un terremoto, ma la scoperta delle "pallottole" sconfessa questa ipotesi.

Ma chi invase la città? Ad oggi il nemico rimane un mistero, anche se Secondo Reichel dato il tipo di armi esso doveva provenire dal Sud.

Krak des Chevaliers

Il castello dei cavalieri crociati Fortezza della fede. Nel regno latino in Terrasanta vi era una ragnatela fitta e benedetta tessuta con centinaia di fortezze cristiane appartenenti all’ordine degli Ospitalieri, dei Teutonici e dei cavalieri Templari. I crociati edificarono centinaia di castelli per difendere la Terrasanta alla Croce. Vi richiusero milizie e viveri per la lunga guerra fatta in nome di Dio. Guerra in nome di Dio!

“…chi muore laggiù guadagna più che se fosse in vita/e chi vive qui ha sorte peggiore che se fosse morto; una vita meschina vale infatti poco e chi muore nobilmente/riduce a nulla la sua morte e poi vive senza tormento.”

Il Krak dei cavalieri , così chiamato, imponente ancor oggi nonostante i millenni, sorge su un colle di 750 metri , conquistato nel 1109 da Tancredi di Antiochia; fu ceduto in seguito all’ordine cavalleresco degli Ospitalieri che riuscirono a resistere agli assalti nemici musulmani -anche al leggendario Saladhin/Saladino-, per poi soccombere nel 1271 all’astuzia e crudeltà al sultano Beibars che fece pervenire un falso ordine di resa dal conte di Tripoli. È un castello quasi senza fine, robusto; solo lo spessore della prima cerchia di mura è di 24 metri, la seconda cerchia domina la prima ed infine vi è un robusto mastio che controlla tutte e due; in pratica compongono il krak tre castelli costruiti uno sull’altro ed indipendenti tra loro. Chi riusciva a penetrare la prima cinta era esposto alla reazione violenta dei soldati disposti sulle altre due.

Il Krak era considerato il castello più grande tra le tante fortezze -forse il più bello del mondo-, nella valle della Bekaa. Il suo nome in arabo significa dunque fortezza, “Karak”, cardine della difesa del porto di Tripoli e della valle d Bekaa, inserito come un anello in una collana tra le cui maglie splendevano i castelli della Santa Milizia Templare.

Un castello enorme si potrebbe dire dal momento che poteva contenere tra le sue mura 5000 uomini; dotato di mulini a vento per macinare frumento, di grandi stalle, cisterne ed acquedotto; non essendoci fiumi vi erano stati scavati profondi pozzi con gigantesche cisterne dove convogliare la poca acqua durante le piogge, tutto per la disponibilità di sopravvivenza al suo interno per resistere ad assedi che potevano durare anni. E poi scale, gradini, stanzoni, torri ancor oggi visibili un po’ stanche dal trascorrere dei secoli, scorticate dal forte vento ma soprattutto dal silenzio della vallata, che custodisce la sua storia, quella di battaglie tra cavalieri, quella tra preghiere ed assalti; storie e leggende ma anche racconti tramandati nei millenni, come la sua cappella, dove nel 1203 venne sepolto colui che fu l’eroe della III e IV crociata, Goffredo V di Jonville; sepolto con onore , con il suo corpo da cavaliere coperto dallo scudo conferitogli da Riccardo Cuor di Leone.

Il krak, un castello in Terrasanta tra il sogno cristiano e la leggenda: dal krak i vessilli bianchi cristiani ammonivano gli infedeli dalla mezza luna, in quelle lunghe notti di assalti tra piogge di massi lanciati da mangani [il manganello ricorda la funzione di questa macchina da guerra di grandi dimensioni]; palle di pietra da 3 quintali l’una che sventravano ogni cosa, tra urla, spade e frecce da balestra, torri di legno, torri di assedio spinte su ruote da accostare alle ripide mura del Krak, torri ricoperte da pelli di vacca appena scuoiate per essere umide come pareti antincendio, ma soprattutto torri gonfie di terrore pronte a sputare la violenza di centinaia e centinaia di affilatissime scimitarre, arieti per sventrare le robuste porte sempre e solo in nome della fede morti e sangue. “ Dio, quando grideranno Avanti ! Signore aiutate il pellegrino per il quale sono trepidante. Perché felloni sono i Saraceni” Ora solo massi e silenzio nella grande vallata. 

Siria e Palmyra 

Dopo la battaglia di Magnesia, nel 189 a.C., i romani avevano posto fine alla autonomia della grande dinastia dei Seleucidi entrando in possesso del regno di Siria. La conquista della regione si consolida progressivamente con le campagne d'Oriente condotte nella prima metà dell secolo a.C., fino al completo assoggettamento - Pompeo la riduce a provincia nel 62 a. C. -e alla riorganizzazione amministrativa in età Augustea. La vasta regione, che si estendeva dalle sponde del Mediterraneo alle rive dell'Eufrate, viene sottoposta al controllo diretto dell'imperatore, pur mantenendo al suo interno regni minori, stati sacerdotali e città autonome di cui Roma rispetta l'indipendenza.

La carica di governatore della Siria era una delle più importanti magistrature romane e prevedeva il comando di quattro legioni stanziate in questo territorio al confine con il temibile regno partico. Solo con la conquista di Arabia, Assiria e Mesopotamia, in età traianea, la Siria perde per un breve periodo la sua importanza strategica e militare, avviandosi a un periodo di stabilità e relativo benessere, con il consolidamento del ruolo politico ed economico delle città dell'interno,  come Palmira, Dura Europos , Emesa e Damasco, Apamea e Antiochia.

Dopo la parentesi del regno di Palmira, con Diocleziano i confini orientali dell' impero si rafforzano e viene allestito un nuovo sistema di comunicazioni stradali attraverso il deserto; solo le invasioni persiane e la conquista araba segneranno il definitivo crollo dell' economia della regione, seguito dall' abbandono della vita urbana e dall' esodo delle grandi famiglie e del clero ortodosso verso le province d' Asia Minore e Costantinopoli. La Siria ha una notevole importanza, oltre che sul piano strategico, anche in campo economico, grazie alle ampie distese fertili dei territori settentrionali ( da sempre noti come "mezzaluna fertile") e occidentali, alla fioritura di industrie come porpora e vetro ; prosperi erano inoltre numerosi centri commerciali e città carovaniere, intermediarie tra l' Oriente porti del Mediterraneo, nelle quali affluivano merci preziose dall' Arabia, dall'India e dalla Cina. Grazie alla nuova sicurezza delle rotte marittime dopo le fortunate campagne di Pompeo contro i pirati, le antiche città fenicie vivono un rinnovato periodo di fioritura. La provincia anche centro di una vivace e intensa vita intellettuale derivata dagli influssi culturali delle tradizioni greche, semitiche e anche romane . Al momento  della annessione all’Impero comunque lo sviluppo urbano in Siria era già avanzatissimo e i romani non contribuiscono a mutamenti particolari né  a distruzioni. L’attività edilizia come su tutte le coste del mediterraneo prosegue senza soste e la monumentalizzazione delle città si manifesta principalmente nella costruzione delle grandi vie colonnate , assi stradali imponenti fiancheggiati da portici che attraversavano l'intera area cittadina ad Antiochia, come a Jerasa, ad Apamea come a Bosra e in altri centri della Siria. Caratteristica delle città siriane, è la presenza di archi come elementi di enfatizzazione e valorizzazione. Tra i monumenti della Siria romana occupano un posto di rilievo i santuari, tra questi soprattutto il gigantesco complesso templare che sovrasta la colonia Iulia Augusta Heliopolitana (Baalbek), città posta fra le catene montuose del Libano e dell' Antilibano. Il santuario,  complesso smisurato, è caratterizzato dalla presenza di numerosi monumenti accessori e, soprattutto, dalla grande esuberanza della decorazione. Tra i numerosi edifici che negli anni si aggiungono al primo tempio di Giove-Baal, è senz'altro significativo il tempio ottastilo su un alto podio, noto come tempio di Bacco, ma dedicato probabilmente a Venere-Atargatis. L'analisi delle scuole scultoree siriane in età imperiale ha evidenziato come in tutto il paese fosse attivo un commercio d' arte .Il gusto ellenizzato della committenza siriana di età imperiale è testimoniato anche dai numerosi sarcofagi neoattici rinvenuti nella valle dell ' Oronte e in altri centri ella regione. Nell'arte del mosaico invece si rivela una presenza di numerose botteghe di mosaicisti attive soprattutto ad Antiochia  che continuano a tramandare per generazioni modelli e temi tipici . Un esempio fra i vari  che troviamo  nella regione è la città di Palmira, cerniera tra il mondo romano e il mondo partico, aveva avuto un ruolo preminente nei traffici commerciali verso l'Oriente fin dalla prima età imperiale e aveva goduto a lungo di una certa indipendenza, mantenendo una sua milizia per pattugliare il deserto. Alla metà del III secolo, Settimio Odenato, un consolare esponente di una nota famiglia locale, riesce a estendere progressivamente la sua influenza in tutta l’area orientale dell'impero e a infliggere alcune sconfitte ai persiani, in seguito alle quali viene nominato comandante dell esercito romano in Oriente. Alla morte di Odenato la vedova Zenobia, reggente per il figlio Vaballato, rafforza ulteriormente l’autonomia della città, proclamando, di fatto, l'indipendenza dallo stato romano, negli stessi anni in cui a Treviri si formava un governo autonomo agli ordini di Postumo e dei suoi successori. La reazione romana a questi episodi di secessione viene guidata da Aureliano che, nel giro di due anni, sconfigge Zenobia e Tetrico, l'ultimo degli imperatori della Gallia, trascinando en- trambi a Roma . Palmira, la "città delle palme", diviene un centro molto fiorente grazie al c6mmercio carovaniero delle merci di lusso che transitavano, attraverso il deserto, lungo la pista che collegava la Siria alla Mesopotamia e al golfo Persico, punto di partenza per le rotte marittime verso l'India. Il centro urbano, già fiorente alla fine del I secolo a. C., viene monumentalizzato .Il tempio di Baal per le sue dimensioni eccezionali rappresenta  un capolavoro nella tradizione architettonica di Palmyra. Elemento caratteristico  dell’arte funeraria palmirena sono le grandi  torri  che ancora oggi  si  ergono imponenti nel  deserto su un basamento  a gradoni.  Raffinate e imponenti, le camere più ampie e i paramenti esterni regolari, una decorazione limitata alla cornice della porta e a una nicchia con la figura del defunto. L' interno delle celle invece presenta una grande ricchezza di ornamentazione architettonica in pietra calcarea e di sculture funerarie spesso dipinte. Dalla fine del I secolo e fino a tutto il III, si afferma l’uso degli ipogei, sepolture comuni destinate al ceto medio emergente dei palmireni arricchitisi nel corso del II secolo e ai personaggi delle classi meno abbienti che erano in grado di acquistare per se e per i propri familiari un loculo in uno dei complessi funerari. Si tratta di nuovo di strutture riccamente decorate, utilizzate per secoli attualmente visitabili con  stato di manutenzione eccellente.

Syria - Baalbek

Origini. Le origini di Baalbek risalgono a due insediamenti cananei che gli scavi archeologici sotto il tempio di Giove hanno permesso di identificare come databili all'età del bronzo antica (2900-2300 a.C.) e media (1900-1600 a.C.). L'etimologia del toponimo è legata al sostantivo báʿal o bēl che in varie lingue dell'area semitica nord-occidentale (come l'ebraico, il cananeo, e l'accadico) significa "signore". Il termine Baalbek significherebbe dunque "signore della Bekaa" e sarebbe probabilmente da correlarsi all' oracolo e al santuario dedicato al dio Baal o Bēl (spesso identificato come Hadad, dio del sole, della tempesta e della fertilità della terra) e ad Anat, dea della violenza e della guerra, sorella e consorte di Baal (più tardi identificata con Astarte), forse associati a Tammuz (più tardi identificato con Adone), dio della rigenerazione primaverile. Le pratiche religiose di questi templi contemplavano probabilmente, come in altre realtà culturali contigue, la prostituzione sacra, i sacrifici animali (e forse anche umani) e le offerte rituali di bevande alle divinità. 

Fase ellenistica. Lo storico ebreo Giuseppe Flavio (I secolo) rammenta il passaggio di Alessandro Magno a Baalbek nella sua marcia verso Damasco. In epoca ellenistica, sotto il dominio dei Tolomei, sostituito definitivamente dal 198 a.C. con quello dei Seleucidi, la città fu ribattezzata con il nome di Heliopolis ("città del sole"). I sovrani tolemaici favorirono probabilmente l'identificazione del dio Baal con il dio del sole egizio Ra e il dio del sole greco Helios, allo scopo di cementare una maggiore fusione culturale all'interno dei propri territori. Il cortile del tempio fu modificato e alla sua estremità occidentale venne iniziata la costruzione di un tempio di forme greche per il quale si costruì una gigantesca piattaforma (88 x 48 m). Per questa costruzione vennero impiegati blocchi colossali: i tre che costituiscono il cosiddetto τρίλιθον (trilithon) pesano circa 750 tonnellate ciascuno, mentre un quarto blocco, di dimensioni ancora maggiori (21.5 m di lunghezza con una sezione quadrata di 4.3 m di lato), oggi conosciuto con il nome di ﺣﺠﺮ ﺍﻠﺤﺒﻠﻰ (ḥaǧar al-ḥublā o "pietra della gestante"), venne abbandonato nella cava.

Fase romana. Dopo la conquista romana nel 64 a.C. ad opera di Pompeo, la città di Baalbek-Heliopolis fu compresa nei domini dei tetrarchi della Palestina (si confronti anche in Lc 3,1). La divinità del santuario fu identificata con Giove, che conservò tuttavia alcuni dei caratteri dell'antica divinità indigena e assunse la forma e il nome di Giove Eliopolitano. Il dio veniva raffigurato con un copricapo svasato, con fulmini nelle mani e inquadrato da due tori, l'animale che accompagnava il dio Baal. Gli altri dei associati vennero identificati con Venere e con Bacco. La triade eliopolitana ebbe altari e culto anche in lontane regioni dell'impero (province balcaniche, Gallia, province ispaniche, Britannia). Il culto assunse un carattere mistico e forse misterico, che favorì probabilmente la sua diffusione. Nel 15 a.C. il santuario entrò a far parte del territorio della Colonia Iulia Augusta Felix Beritus, l'odierna Beirut. L'edificazione del tempio fu nuovamente intrapresa sulla piattaforma ellenistica e si concluse in diverse tappe: il tempio vero e proprio (tempio di Giove) fu terminato nel 60 d.C., sotto Nerone, e contemporaneamente venne edificato l'altare a torre che precede il tempio. Sotto Traiano (98-117) si iniziò la sistemazione del grande cortile. Sotto Antonino Pio (138-161) venne eretto il tempio di Bacco. I lavori, inclusi quelli riguardanti il tempio di Venere, vennero completati durante la dinastia dei Severi, e in particolare sotto Caracalla (211-217). Sotto Filippo l'Arabo (244-249), imperatore romano nato nella vicina Damasco, fu infine costruito il cortile esagonale del santuario. In quest'epoca Heliopolis, elevata da Settimio Severo (193-211) al rango di colonia di diritto italico con il nome di Colonia Iulia Augusta Felix Heliopolis, divenne il centro principale della provincia della Syria-Phoenicia, istituita nel 194 con capitale Tiro.

Fase paleo-cristiana e bizantina. Con l'avvento del cristianesimo e la promulgazione dell'Editto di Milano, il santuario iniziò una lenta decadenza, accelerata probabilmente dai crolli dovuti ai terremoti. Le prime trasformazioni si ebbero sotto Costantino I (306-337), che secondo Eusebio di Cesarea vi istituì una sede vescovile e decise la costruzione di una chiesa. L'imperatore Teodosio I (379-395) distrusse le statue pagane, fece radere al suolo l'altare-torre per erigere nel grande cortile una basilica cristiana e trasformò in chiese sia la corte esagonale che il tempio di Venere. Alcuni studiosi ritengono tuttavia che Baalbek continuò a costituire un centro di culto pagano. L'imperatore bizantino Giustiniano (527-561) ordinò infine di asportare otto delle colonne del tempio di Giove affinché fossero riutilizzate nella basilica di Santa Sofia a Costantinopoli.

Fase arabo-islamica. In seguito alla conquista araba del 637 da parte di Abū ʿUbayda ibn al-Ğarrāḥ, l'acropoli del complesso templare venne trasformata in cittadella fortificata (ﻗﻠﻌﺔ, qalʿah) e venne costruita la grande moschea in stile omayyade, oggi in rovina. La città passò, dopo l'età omayyade e quella abbaside, sotto l'amministrazione fatimide che la scelse come capitale di governatorato (wilāya) nel 972, all'epoca dell'Imām al-Muʿizz li-dīn Allāh. Occupata per breve tempo dai Bizantini di Giovanni Zimisce nel 974, Baalbek divenne nel 1025 dominio dei Mirdasidi, guidati dal principe di Aleppo Ṣāliḥ ibn Mirdās, e infine dei Selgiuchidi di Tutuš nel 1075. Fu poi la volta del dominio zengide, prima di essere conquistata da Ṣalāḥ al-Dīn ibn Ayyūb nel 1187. La cittadina rimase dominio ayyubide fino al 1282 quando venne conquistata dal sultano mamelucco Sayf al-Dīn Qalāwūn al-Alfī, detto al-Malik al-Manṣūr ("il sovrano reso vittorioso da Dio"). La città fu saccheggiata dalle truppe mongole guidate da Hülegü Khan nel 1260 e ancora dall'esercito di Timur (Tamerlano) nel 1401. Dopo il 1516, Baalbek entrò a far parte dell'impero ottomano, all'interno dell'eyalet (governatorato) di Damasco. Nei secoli successivi, come in altre aree della Bekaa, la popolazione, prevalentemente musulmana sciita e divisa in clan patrilineari chiamati ʿašā'īr, fu soggetta all'autorità de facto di due famiglie di proprietari terrieri, gli Ḥamādah e gli Harfūš, i cui privilegi feudali vennero erosi, a partire dalla fine del diciottesimo secolo, dai tentativi di modernizzazione amministrativa sperimentati dalle autorità ottomane.

Riscoperta del sito. Nel XVIII secolo gli esploratori europei iniziarono a visitare le rovine e a riportarne dettagliate descrizioni, piante e vedute a disegno. Nel 1751 Robert Wood descrisse le rovine come tra le più audaci opere di architettura dell'antichità. Erano ancora in piedi nove colonne del tempio di Giove, ma tre crollarono, probabilmente in occasione del terremoto del 1759. Altri viaggiatori furono Volney (1781), Cassas (1785), Laborde (1837), David Roberts (1839). I blocchi crollati dalle antiche costruzioni venivano all'epoca ancora riutilizzati per la costruzione di edifici moderni della cittadina. Una prima spedizione scientifica fu condotta nel 1873 dal Fondo di Esplorazione della Palestina e in seguito alla visita dell'imperatore Guglielmo II di Germania vi venne condotta una missione archeologica tedesca (1898-1905), guidata da Otto Puchstein, durante la quale furono effettuati i primi restauri. Dopo la prima guerra mondiale altre missioni si ebbero durante il Mandato francese ad opera di C. Virolleaud, R. Dassaud, S. Ronzevalle, H. Seyrig, D. Schlumberger, F. Anus, P. Coupel e P. Collard. Dopo l'indipendenza del Libano nel 1943 le operazioni di restauro e conservazione passarono sotto l'egida del Servizio delle Antichità del Libano (H. Kalayan). Nel 1984 il sito archeologico di Baalbek venne inserito nella lista dei Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.

Descrizione del santuario. Furono costruiti agli inizi del III secolo, all'epoca di Caracalla in cima ad una scalinata monumentale e costituivano l'accesso all'area sacra del tempio di Giove. Erano in origine costituiti da una facciata di 12 colonne (10 delle quali rialzate nel corso dei restauri tedeschi), tra due torri più alte, sormontate da un frontone. Nel muro retrostante si aprivano un ingresso centrale ad arco e due passaggi laterali, che più tardi vennero murati. Il muro era decorato da due piani di nicchie che in origine dovevano ospitare delle statue, inquadrate da edicole con frontoni alternativamente triangolari e arcuati, sostenuti da lesene corinzie al piano terra e ioniche al piano superiore.

Cortile esagonale. Dai propilei si accedeva ad una corte a pianta esagonale (metà del III secolo, sotto Filippo l'Arabo, 244-249), circondata da portici che si aprivano sul fondo con esedre rettangolari, un tempo riccamente decorate. Il cortile subì pesanti modifiche all'epoca in cui vi venne installata la cappella dedicata alla Vergine e successivamente per la trasformazione in bastione difensivo della cittadella araba.

Il cortile (135 x 113 m) (età traianea) ospitava il grande altare a torre di età neroniana e bacini laterali per le abluzioni. I portici laterali (128 colonne con fusti in granito di Aswān) sono sostenuti da criptoportici voltati e sul fondo si aprivano esedre a pianta alternativamente rettangolare e semicircolare, queste coperte da semicupole in pietra. Iscrizioni dipinte in alcune delle esedre testimoniano il loro uso per i pasti sacri di confraternite e comunità, che dovevano far parte del culto eliopolitano. Nella corte venne costruita la basilica teodosiana ( Imperatore Teodosio), dedicata a san Pietro.

Tempio di Giove. Il tempio (prima metà del I secolo), che ospitava la statua di Giove Eliopolitano, dominava la Grande Corte, sopraelevato sopra una scalinata a tre rampe. Si trattava del più grande tempio romano conosciuto, in origine un periptero con 10 colonne sulla fronte ("decastilo") e 19 sui lati lunghi. Restano in piedi sei colonne colossali, con fusti di 2,20 m di diametro (pari a 75 piedi romani) ed alte circa 20 m con la base e il capitello, realizzate con tre rocchi di pietra. La trabeazione, che raggiunge i 5 m di altezza comprendeva un fregio decorato con protomi (teste) di tori e di leoni e con ghirlande.

Tempio di Bacco. Elevato su un podio di 5 m di altezza, misura 69 x 36 m e vi si accede da una scalinata con 33 gradini.Era preceduto da un cortile porticato con un monumentale accesso. Risale alla metà del II secolo (Antonino Pio, 138-161) e si tratta di un tempio periptero con 8 colonne sulla fronte ("ottastilo") e 15 sui lati lunghi, molto ben conservato (manca solo il tetto della cella e parte delle colonne laterali). Le colonne scanalate raggiungevano con basi e capitelli un'altezza di 19 m e anche in questo caso il fregio era decorato da protomi di tori e leoni. La peristasi (lo spazio tra le colonne e i muri della cella) era coperta da un soffitto cassettonato: i cassettoni poligonali e triangolari, erano decorati con busti di divinità (tra cui Marte, la Vittoria, Diana, Hygeia) e una ricca decorazione vegetale.

L'incorniciatura del portale d'ingresso della cella presenta fregi figurati e una decorazione di tralci di vite che riferiscono il tempio al dio Bacco, ma il soffitto del portale mostra un'aquila con un caduceo, attributo tipico del dio Mercurio. Il culto del dio locale, con caratteristiche simili a quelle del greco Adone, aveva comportato l'utilizzo del vino, dell'oppio e di altre droghe per il raggiungimento dell'estasi religiosa.

All'interno della cella le pareti laterali sono decorate da nicchie su due ordini: quelle inferiori sono sormontate da frontoni arcuati e quelle superiori da frontoni triangolari; le nicchie sono inquadrate da semicolonne corinzie. Sul fondo del tempio un adyton (sacrario) ospitava la statua del dio.

All'angolo sud-est del tempio venne in seguito edificata una torre che nel XV secolo, all'epoca dei Mamelucchi ospitava la residenza del governatore locale.

Tempio di Venere. Al di là di una strada, è orientato verso gli altri due templi. Era racchiuso in un recinto sacro che ospitava anche un altro piccolo tempio, oggi in rovina, conosciuto come "tempio delle Muse".

Il tempio, a cui si accede da una scalinata, era preceduto in origine un pronao rettangolare ottastilo (con otto colonne). La cella rotonda era decorata all'esterno da nicchie coperte da semicupole a conchiglia. Le colonne che circondano la cella presentano la trabeazione che non segue la linea del colonnato, ma si incurva verso l'interno fino a toccare il muro esterno della cella, creando un'insolita forma stellare e inquadrando in tal modo le nicchie. La testimonianza di Eusebio di Cesarea, che attesta la continuità del culto agli inizi dell'epoca cristiana, ci informa della sua natura orgiastica e della presenza, probabilmente, della prostituzione sacra. Il tempio era stato trasformato in chiesa di Santa Barbara, ma restò al di fuori della cittadella araba e l'intero complesso venne in seguito coperto da una fitta rete di abitazioni. I resti del tempio furono smontati e rimontati a poca distanza in uno spazio libero.

Le caratteristiche dell'architettura. Il marcato carattere locale del culto si riflette nelle grandi corti che precedono i templi (come nel tempio di Gerusalemme), nell'altare a torre del santuario di Giove e nella presenza del sacrario edificato a parte all'interno della cella (adyton); tuttavia ovunque le forme architettoniche sono quelle proprie dell'architettura romana.

Oggi. Negli anni successivi all'indipendenza libanese, la valle della Beqāʿ soffrì per la relativa marginalità economica e politica, anche se Baalbek poté contare sui proventi legati al crescente afflusso di visitatori locali e stranieri. Dopo l'avvio saltuario di spettacoli estivi all'aperto nel 1922, a partire dal 1955 iniziò ad essere organizzato in maniera sistematica il Festival di Baalbek, comprendente nel suo programma un misto di spettacoli teatrali, opera lirica, musical, concerti di musica classica e musica leggera e organizzato solitamente nella cornice del grande cortile. Direttori d'orchestra, interpreti e gruppi del calibro di Herbert von Karajan, Mstislav Rostropovitch, Fairouz, Umm Kulthum, Ella Fitzgerald, Joan Baez (e ultimamente Sting, Gilberto Gil e Massive Attack) hanno tenuto memorabili concerti in questa sede monumentale.

Il festival fu interrotto nel 1975, con lo scoppio della guerra civile libanese (1975-1990), quando la cittadina di Baalbek divenne una roccaforte della milizia sciita Hezbollah ( ﺣﺰﺏ ﺍﷲ, ossia "Partito di Dio"). La milizia, con la probabile approvazione del governo siriano, fu sostenuta dal governo iraniano tramite il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (che forniva addestramento militare e indottrinamento) e si distinse per la politica estremamente ostile nei confronti degli Stati Uniti e di Israele, che all'epoca occupava militarmente una parte del territorio libanese. Dopo la fine della guerra civile libanese nel 1990 (in seguito agli accordi di Ṭā'if del 1989), la situazione si è lentamente ma progressivamente normalizzata e oggi la visita al sito archeologico e alla cittadina è possibile senza alcun tipo di pericolo. Nel 1997 sono riprese le serate del Festival di Baalbek, mentre nel 1998 è stata inaugurata la collezione permanente che costituisce il nucleo centrale del nuovo Museo archeologico. La cittadina è stata oggetto di pesanti bombardamenti israeliani nel Luglio 2006.

Apollodoro di Damasco l'architetto di Traiano

……Si potrebbe dire che tra l' epoca di Domiziano e quella di Adriano l' architettura romana si arricchisce di esperienze maturate in Asia minore e nel vicino oriente, si avvale nelle tecniche costruttive dell' applicazione di discipline scientifiche in modo molto più ampio e sofisticato che in precedenza. Ne sono scaturiti risulta innovativi e arditi nella conformazione di spazi interni, nella decorazione e nella determinazione di prospettive urbane. Compaiono così i caratteri fondamentali di una architettura capace di svincolarsi dai canoni più rigorosi del classicismo, sia pure con equilibrio e nel rispetto della tradizione. La stessa tendenza si manifesterà nuovamente a Roma nel Cinquecento, a partire da Michelangelo, e l' architettura subirà un analogo sviluppo, nel quale è stata riconosciuta la prima origine del barocco.

Gli archetipi del primo barocco esistono in edifici antichi, che gli architetti del tardo Rinascimento cercarono e trovarono a Roma nei resti monumentali e nelle raffigurazioni dipinte, per evolvere poi in forme espressive più complesse e originali rispetto ai modelli che li avevano  ispirati.  Nell’architettura romana antica un ruolo di enorme rilievo deve essere riconosciuto ad Apollodoro di Damasco, l' architetto che aveva costruito per Traiano il ponte sul Danubio e, a Roma, le terme di Traiano, , il complesso monumentale del Foro di Traiano, comprendente la grande piazza con la basilica Ulpia, la colonna istoriata e le biblioteche. Nonostante il nome greco Apollodoro era un Siriano . Damasco è stata una metropoli di cultura cosmopolita, abitata da sempre nonché dall' epoca di Alessandro Magno in poi da Arabi, Greci Giudei, Romani. La città cadde sotto il dominio dei Nabatei ( la cui capitale religiosa era Petra) una popolazione araba, verso l'anno 100 avanti Cristo, per essere poi occupata dai Romani nel 66 . Poi fece parte dei territori donati da Antonio a Cleopatra, e tornò poi in possesso dei Nabatei .All'epoca di Nerone era nuovamente sotto il controllo romano.  Apollodoro era un Nabateo ellenizzato di prima generazione, che aveva appreso greco come seconda lingua e che aveva adottato un nome greco, come era  tenuto a fare qualunque orientale che volesse acquisire una posizione elevata nel mondo romano. Il nome originario, di cui per assonanza quello greco potesse essere considerato un parallelo, può essere facilmente riconosciuto nell'arabo Abodat (in greco Obodes), ben diffuso tra i Nabatei, i quali nel I secolo a.C. ebbero anche tre monarchi cosi chiamati.  La impressionante capitale religiosa del regno del Nabatei era Petra. Non vi è visitatore che giungendo in quella città dell' Arabia Petraea non provi una sensazione di familiarità con le grandiose facciate di edifici scolpite sulle pareti rocciose. Questa sensazione è dovuta alla nostra  conoscenza di  forme estetiche  dell'ellenismo e  della parte orientale dell'impero poi introdotte a Roma, nel contesto di una concezione architettonica di altissima originalità spaziale,  da Apollodoro Damasceno, architetto arabo alla corte degli imperatori di Roma.

 

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