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LA
SFILATA DELLE FORMICHE
Indra
uccise il drago, un gigantesco asura che se ne stava
acquattato sulle montagne sotto l'aspetto informe di un
serpente (privo di luce) di nuvole che teneva prigioniere nel suo ventre
le acque del cielo. Il dio scagliò la sua folgore nel
mezzo di quelle spire difformi; il mostro rovinò come un
mucchio di foglie secche. Le acque proruppero libere e
calarono in tanti nastri attraverso la terra per circolare
ancora una volta nel corpo del mondo. Questo straripamento
è lo straripare della vita e appartiene a tutti. È la
linfa di campi e foreste, il sangue che scorre nelle vene.
Il mostro si era accaparrato il bene comune, ammassando la
sua mole egoista e ambiziosa tra cielo e terra, ma ora era
morto. Gli umori affluivano nuovamente. Gli asura riparavano negli inferi, gli dèi tornavano alla sommità
del monte che sta al centro della terra, per regnare
dall'alto. Nel periodo di supremazia del drago le maestose
dimore dell'eccelsa città degli dèi erano andate in
rovina. Il primo atto di Indra fu di ricostruirle. Tutte
le divinità dei cieli lo acclamavano come loro salvatore.
Inebriato dal trionfo e dalla consapevolezza della propria
forza, Indra convocò Visvakarman, il dio delle arti e dei
mestieri, e gli ordinò di erigere un palazzo che fosse
consono allo splendore ineguagliabile del re degli dèi.
Quel genio prodigioso, Visvakarman, riuscì a costruire in
un solo anno una fulgida dimora, meravigliosa nei suoi
palazzi e giardini, nei suoi laghi e nelle sue torri. Ma
col procedere dei lavori le pretese di Indra si fecero
ancora maggiori e le sue visioni sempre più grandiose.
Volle altre terrazze e padiglioni, e più laghi, boschetti
e giardini. Tutte le volte che arrivava per dare il suo
giudizio sull'opera, Indra dava vita a visioni sempre più
ardite di meraviglie ancora da costruire. A questo punto
il divino artefice, ridotto alla disperazione, decise di
chiedere
soccorso più in alto. Si sarebbe rivolto al
creatore-demiurgo, Brahma, prima incarnazione dello
Spirito Universale, che dimora ben al di sopra della
travagliata sfera olimpica dell'ambizione, del conflitto e
della gloria. Quando Visvakarman si recò in segreto al
trono più alto ed espose il suo problema, Brahma confortò
il postulante. « Sarai presto sollevato dal tuo fardello
» gli disse. « Torna a casa in pace ". Poi, mentre
Visvakarman si affrettava a ridiscendere nella città di
Indra, Brahma salì a una sfera ancor più alta. Giunse al
cospetto di Vishnu l'Essere Supremo, del quale egli
stesso, il Creatore, non era che un rappresentante. In
beatifico silenzio Vishnu prestò ascolto, e con un
semplice cenno del capo lasciò intendere che la richiesta
di Visvakarman sarebbe stata esaudita. Il mattino dopo,
all'alba, un bambino brahmano che portava il bastone dei
pellegrini si presentò al palazzo di Indra e chiese al
portiere di annunciare la sua visita al re. Il portiere
corse dal suo signore, e il suo signore s'affrettò verso
l'entrata per accogliere di persona il fausto ospite. Il
fanciullo era esile, aveva circa dieci anni e splendeva
con il fulgore della sapienza. Indra lo scorse al centro
di un gruppo di bambini che lo contemplavano rapiti. Il
fanciullo salutò l'ospite con lo sguardo dolce dei suoi
occhi scuri e lucenti. Il re si inchinò dinanzi al santo
fanciullo che ridente lo benedì. I due si ritirarono
nella sala delle udienze di Indra, dove il dio diede
cerimoniosamente il benvenuto al suo ospite con offerte di
miele, latte e frutta, e poi disse: « Venerabile
fanciullo, dimmi lo scopo della tua visita ". Il
bellissimo bambino rispose con una voce profonda e dolce
come il lento tuonare di benaugurose nubi cariche di
pioggia: « O Re degli Dei, ho udito del magnifico palazzo
che stai costruendo e sono venuto a riferirti le domande
che si affacciano alla mia mente. Quanti anni ci vorranno
per completare questa ricca e vasta dimora? Quali altri
prodigi di ingegneria Visvakarman dovrà ancora compiere?
“O più alto tra gli dèi, " e i tratti luminosi
del fanciullo si mossero a un sorriso appena abbozzato,
quasi impercettibile « nessun Indra prima di te è mai
riuscito a completare un palazzo quale dovrebbe essere il
tuo » . Ebbro del trionfo, il re degli dèi era divertito
dalla pretesa di quel semplice fanciullo di conoscere
altri lndra vissuti prima di lui. Con un sorriso paterno
gli chiese: « Dimmi, Fanciullo, sono
così numerosi gli lndra e i Visvakarman che hai
visto, o almeno di cui hai sentito parlare? ».
Pacatamente l'ospite meraviglioso annuì. « Sì, in verità
ne ho visti molti » .La sua voce era calda e dolce come
latte appena munto, ma le sue parole fecero correre per le
vene di Indra un lento brivido. « Caro figliolo, »
continuò il fanciullo « conoscevo tuo padre Kasyapa, il
Vecchio Uomo Tartaruga, signore e progenitore di tutte le
creature della terra. E conoscevo tuo nonno, Marici,
Raggio di Luce Celeste, che era figlio di Brahma. Marici
fu generato dal puro spirito di Brahma; sua sola ricchezza
e gloria erano la santità e la devozione. Conosco anche
Brahma, generato da Vishnu dal calice di loto che esce
dall'ombelico di Vishnu e Vishnu stesso, l'Essere Supremo
che sostiene Brahma nel suo sforzo creatore, conosco anche
lui. « O Re degli Dei, ho conosciuto la tremenda
dissoluzione dell'universo. Ho visto tutto perire, sempre
di nuovo, alla fine di ogni ciclo. In quel terribile
momento ogni singolo atomo si dissolve nelle primordiali,
pure acque dell'eternità, dalle quali originariamente
tutto è sorto. Ogni cosa allora torna nell'insondabile e
selvaggia infinità dell'oceano coperto di tenebre
profonde e privo di ogni segno di essere animato. Chi
conterà gli universi trascorsi o le creazioni sorte
sempre di nuovo dall'abisso senza forma delle vaste acque?
Chi enumererà le epoche del mondo che passano,
succedendosi l'una all'altra senza fine? E chi scruterà
le vaste infinità dello spazio per contare gli universi
in esso allineati, ognuno dei quali contiene il suo Brahma,
il suo Vishnu,
il suo Siva? Chi conterà gli lndra che li abitano,
quegli Indra che fianco a fianco regnano
contemporaneamente in tutti gli innumerevoli mondi, chi
gli Indra che sono scomparsi prima di loro, o anche solo
quelli che si succedono in una data linea, salendo uno a
uno al trono degli dèi e scomparendo uno dopo l'altro? O
Re degli Dei, fra i tuoi servitori vi sono alcuni che
sostengono sia possibile contare i granelli di sabbia
sulla terra e le gocce di pioggia che cadono dal cielo, ma
nessuno potrà mai contare tutti quegli Indra. Questo è
ciò che sanno Coloro che sanno.« La vita e il regno di
un Indra durano settantuno eoni, e quando ventotto Indra
sono spirati, sono trascorsi soltanto un Giorno e una
Notte di Brahma. Ma l'esistenza di un Brahma, misurata in
Giorni e Notti di Brahma, dura solo cento e otto anni. A
un Brahma subentra un altro Brahma; uno sprofonda, un
altro sorge; la serie illimitata è incalcolabile. Non c'è
fine al numero di quei Brahma -per non parlare degli Indra.
« Quanto agli universi che in un qualsiasi momento
esistono fianco a fianco, ognuno dei quali contiene un
Brahma e un Indra, chi mai può calcolarne il numero? Al
di là della più remota immaginazione, affollando lo
spazio esterno, gli universi vanno e vengono, come una
schiera innumerevole. Come fragili battelli galleggiano
sulle acque pure e insondabili che costituiscono il corpo
di Vishnu. Da ogni poro di quel corpo esce come una bolla
un universo che subito scompare. Vuoi pretendere di
contarli? Vuoi forse contare gli dèi in tutti quei mondi,
i mondi presenti e quelli passati? ». Una processione di
formiche aveva fatto la sua comparsa nella sala durante il
discorso del bambino. In assetto militare la tribù sfilò
sul pavimento, formando una colonna larga quattro metri.
Il fanciullo le notò, si fermò, le guardò, poi d'un
tratto scoppiò in una stupefacente risata, ma subito
piombò in un silenzio pensoso di profonda meditazione.«
Perché ridi ? » balbettò Indra. « Chi sei, essere
misterioso, sotto queste ingannevoli spoglie di fanciullo?
». La gola e le labbra di quel re orgoglioso si erano
seccate e la voce gli si spezzava continuamente. « Chi
sei, Oceano di Virtù, velato dalla nebbia dell'illusione?
». Il magnifico fanciullo riprese a parlare: « Ridevo
per le formiche. Il motivo non si può dire. Non chiedermi
di svelartelo. Il seme del dolore e il frutto della
sapienza sono racchiusi in questo segreto. È il segreto
che abbatte come con un'ascia l'albero della vanità
mondana, ne recide le radici e ne disperde il fogliame.
Questo segreto è una lampada per coloro che brancolano
nell'ignoranza. Questo segreto giace sepolto nella
sapienza delle varie epoche ed è rivelato raramente
perfino ai santi. Questo segreto è l'aria che respirano
gli asceti che rinunciano all'esistenza mortale e la
trascendono; ma coloro che vivono nel mondo, accecati dal
desiderio e dall'orgoglio, ne sono distrutti ». Il
fanciullo sorrise e sprofondò nel silenzio. Indra lo
guardò, incapace di muoversi. « O Figlio di Brahmano, »
lo supplicò ora il re, con nuova ed evidente umiltà «
non so chi tu sia. Sembreresti essere la Sapienza
Incarnata. Rivelami questo segreto delle epoche, la luce
che disperde le tenebre ». A tale richiesta
d'insegnamento, il fanciullo schiuse al dio la sapienza
nascosta. « Ho visto le formiche, o Indra, che sfilavano
in una lunga parata. Ognuna di esse fu un tempo un
Indra. Come te, ognuna di esse in virtù di atti pii
ascese un tempo al rango di re degli dèi. Ma ora,
attraverso molte rinascite, sono tutte ridivenute
formiche. Questo esercito è un esercito di antichi Indra.«
La devozione e le nobili azioni elevano gli abitanti del
mondo al regno glorioso delle dimore celesti, o ai domini
più alti di Brahma e Siva e alla sfera suprema di Vishnu
; ma le azioni malvagie li precipitano negli inferi, in
abissi di pene e dolori, che comportano la reincarnazione
in uccelli e in parassiti, o nel ventre di maiali e
animali selvatici, o fra gli alberi, o fra gli insetti. È
con le azioni che ci si merita la felicità o il tormento,
e si diviene padroni oppure servi. E con le azioni che si
assurge al rango di un re o di un brahmano, o di qualche
dio, di un Indra o di un Brahma. Ed è ancora con le
azioni che si contraggono le malattie, si acquistano
bellezza o deformità, o si rinasce come esseri mostruosi.
« Questa è la sostanza del segreto. Questa sapienza è
la zattera che attraverso l'oceano infernale conduce alla
beatitudine.
« La vita nel ciclo delle infinite rinascite è
come una visione avuta in sogno. Gli dèi in alto, i muti
alberi e i sassi sono tutti allo stesso modo apparizioni
all'interno di questa fantasia. Ma la Morte amministra la
legge del tempo. Comandata dal tempo, la Morte è signora
di tutte le cose. Perituri come bolle d'acqua sono il bene
e il male degli esseri del sogno. Bene e male si alternano
in cicli senza fine. Perciò i sapienti non si attaccano nè
all'uno nè all'altro, nè al bene nè al male. I sapienti
non sono attaccati a nulla ».Il fanciullo concluse la
terribile lezione e guardò tranquillamente il suo ospite.
Il re degli dèi, nonostante tutto il suo celeste
splendore, si vedeva ora ridotto a qualcosa di
insignificante. Nel frattempo un'altra sorprendente
apparizione era entrata nella sala. Il nuovo venuto aveva
l'aspetto di un eremita. Il suo capo era ricoperto di
trecce arruffate, sui fianchi portava una pelle di
antilope nera, sulla fronte recava dipinto un segno
bianco, la sua testa era riparata da un povero parasole
d'erba, e sul petto gli cresceva uno strano ciuffo di peli
di forma circolare: sulla circonferenza era intatto, ma al
centro pareva che molti peli fossero scomparsi. La santa
figura avanzò diritto verso Indra e il fanciullo, si
accovacciò a terra fra i due e là rimase, immobile
come una roccia. Il regale Indra, ripreso in
qualche modo il suo ruolo di ospite, si inchinò e gli
rese omaggio, offrendogli latte acido
con miele e altri rinfreschi; poi, esitante ma
riverente, si informò su come stesse il suo severo ospite
e gli diede il benvenuto. Il fanciullo allora si rivolse
al sant'uomo, chiedendogli le stesse cose che avrebbe
voluto chiedergli Indra. " Da dove vieni, Sant'Uomo?
Qual è il tuo nome e cosa ti conduce da queste parti?
Dov'è la tua attuale dimora, e qual è il significato del
tuo parasole d'erba? Qual è la ragione di quel ciuffo di
peli circolare sul tuo petto: perchè è folto alla
periferia ma quasi privo di peli al centro? Abbi la bontà
o Sant'Uomo, di rispondere in breve a queste domande. Sono
ansioso di comprendere » . Il santo vecchio sorrise con
pazienza, e lentamente cominciò a rispondere: « Sono un
brahmano, il mio nome è Peloso, e sono
venuto qui per vedere Indra. Poichè so di avere la
vita breve, ho
deciso di non possedere una dimora, di non
costruirmi una casa, di non sposarmi ne di cercare di
procurarmi da vivere. Vivo chiedendo l'elemosina. Per
proteggermi dal sole e dalla i pioggia reggo sopra il mio
capo questo parasole d'erba.
« Quanto al cerchio di peli che ho sul petto, è
una fonte di i dolore per i figli del mondo e tuttavia
insegna loro la saggezza. A ogni caduta di un Indra, cade
un pelo. Per questo al centro tutti i peli sono caduti.
Quando sarà trascorsa l'altra metà del
periodo assegnato all'attuale Brahma, morirò
anch'io. Di conseguenza, o Fanciullo Brahmano, i giorni
che mi rimangono sono pochi; a che mi servirebbero dunque
una moglie e un figlio, o una casa?
" Ogni battito di ciglia del grande Vishnu
segna l'estinzione di un Brahma. Ogni cosa al di sotto
della sfera di Brahma è priva di consistenza come una
nube che prende forma e poi di nuovo si dissolve. Per
questo mi dedico esclusivamente a meditare sugli
incomparabili piedi di loto dell'altissimo Vishnu. La fede
in Vishnu è superiore alla beatitudine della redenzione;
perché ogni gioia, anche quella celestiale, è fragile
come un sogno e non fa che interferire con la
concentrazione della nostra fede in Lui, il Supremo.
« Siva, che dona la pace, la più alta guida
spirituale, mi ha insegnato questa meravigliosa sapienza.
Non aspiro a sperimentare le diverse forme beatifiche di
redenzione: condividere le magioni celesti del dio supremo
e godere della sua eterna presenza, o essere simile a lui
per aspetto e attributi, o divenire
parte della sua augusta sostanza, o anche essere
completamente assorbito nella sua ineffabile essenza ».
All'improvviso il sant'uomo tacque e subito svanì. Era il
dio Siva in persona; era tornato alla sua sede
oltremondana. Simultaneamente sparì anche il fanciullo
brahmano, che era Vishnu
Il re rimase solo, sconcertato e meravigliato. Il
re, Indra, si mise a riflettere; e gli avvenimenti gli
parvero essere stati come un sogno. Ma non provava più
alcun desiderio di esaltare il suo
splendore
celeste nè di continuare la costruzione del suo palazzo.
Convocò Visvakarman, lo salutò affabilmente con parole
dolci come il miele, lo riempì di gioielli e di doni
preziosi e con una sontuosa celebrazione lo congedò. Il
re, Indra, ora desiderava la redenzione. Aveva raggiunto
la sapienza, e desiderava unicamente essere libero. Affidò
l'onore e l'onere della sua carica a suo figlio e iniziò
i preparativi per andarsene a vivere da eremita nella
foresta. La sua bellissima e appassionata consorte, Saci,
rimase sconvolta dal dolore. In lacrime, per il patimento
e l'estrema disperazione, Saci si rivolse al sagace
sacerdote e consigliere spirituale di Indra, Brhaspati, il
Signore della Sapienza Magica. Inchinandosi ai suoi piedi
lo implorò di distogliere la mente dello sposo dalla sua
crudele risoluzione. L'accorto consigliere degli dèi, che
con i suoi incantesimi e stratagemmi aveva aiutato le
potenze celesti a strappare il governo dell'universo dalle
mani dei loro rivali, i titani, ascoltò attentamente le
lamentele della dea, conturbante , e sconsolata, e annuì,
comprensivo. Con un sorriso da mago la prese per mano e la
condusse alla presenza dello sposo. Poi in qualità di
maestro spirituale discettò saggiamente sulle virtù
della vita religiosa ma anche su quelle della vita
secolare. Diede a entrambe il dovuto e sviluppò il suo
tema molto abilmente. Il regale allievo fu persuaso a
rinunciare alla sua estrema risoluzione. La regina
ridivenne raggiante di gioia. Questo Signore della
Sapienza Magica, Brhaspati, un tempo aveva composto un
trattato sull'arte del governo per insegnare a Indra come
regnare sul mondo. Ora produsse una seconda opera, un
trattato sulla politica e gli stratagemmi da usare
nell'amore coniugale. Illustrando la dolce arte di
rinnovare sempre il corteggiamento e di incatenare la
persona amata con legami durevoli, questo libro impagabile
stabilì su solide basi la vita coniugale della coppia
ricongiunta. Così termina la storia meravigliosa di come
il re degli dèi fu umiliato nel suo orgoglio smisurato,
fu curato della sua eccessiva ambizione e attraverso una
sapienza sia spirituale che mondana fu istruito circa il
suo giusto ruolo nel girotondo senza fine della vita. (da
Brahmavaivarta
Purana)
LA
STORIA DI SHAKUNTALA.
Re
Janamejaya disse: "Brahmana, ho ascoltato da te una
descrizione completa di come i deva, i demoni ed i
Rakshasa, insieme ai Gandharva e alle Apsara, discesero su
questa Terra. Adesso, o erudito, desidero sentire dire da
te, alla presenza di tutti i santi saggi, la storia della
dinastia Kuru sin dal suo inizio".Shri Vaishampayana
cominciò a narrare: "Un eroe di nome Dushyanta
contribuì a fondare l'antica dinastia Paurava; il suo
regno, nobile Bharata, si estendeva fino ai quattro angoli
della Terra. Dominando su tutto il pianeta questo capo
degli uomini realizzò un'indiscutibile supremazia su ogni
continente. Dushyanta, devastatore dei nemici, ebbe dunque
la sovranità su tutte le nazioni, fossero esse sotto il
dominio degli ignoranti mleccha, dei guerrieri della
foresta o dei civili seguaci del varnashrama, perchè
governò su ogni Terra circondata da mari ricchi di pietre
preziose. Nel periodo in cui governava Dushyanta la Terra
era molto ricca e generosa, tanto che la gente non doveva
faticare per arare o scavare miniere. Con Dushyanta come
re non c' era una sola persona malvagia e gli uomini,
senza essere spinti dalla lussuria, generavano figli di
animo nobile. Quando lui era il sovrano, tigre fra gli
uomini, il popolo, felice di servire, era lieto e
virtuoso, ed aumentava così la propria fortunata
prosperità. Figlio mio, quando lui era il signore del
mondo non esisteva la paura dei ladri, nè l 'umiliante
timore della fame o delle malattie che minano la salute.
Insegnanti, governanti, mercanti, agricoltori ed operai,
erano tutti contenti di adempiere i propri doveri perchè
capivano che il loro lavoro era un' offerta a Dio, nè
bramavano le proprietà dei loro vicini. Tutti potevano
così vivere senza l 'umiliazione della paura. Le piogge
scendevano nella giusta stagione, il cibo e i cereali
erano abbondanti e il pianeta era ricco di gioielli e di
gemme. Di ogni risorsa c' era abbondanza. Dushyanta era un
guerriero di straordinaria potenza; il suo giovane corpo
sembrava composto di fulmini e con le braccia poteva
trascinare la montagna Mandara con tutte le sue foreste e
i suoi boschi. Era veramente infallibile nei combattimenti
con l' arco, in quelli con la mazza e con la spada ed
anche quando combatteva dal dorso di un elefante o di un
cavallo. Quanto a forza, era come un secondo Vishnu;
quanto a splendore era come il Sole, ed era inoltre
irremovibile come l' oceano e tollerante come la terra.
Sotto il suo governo il popolo gioiva perche egli
aveva portato la felicità e la pace sul pianeta;
il re visse perciò in una società evoluta, dove ognuno
dava la più assoluta precedenza ai principi spirituali e
alla virtù". Shri Vaishampayana continuò:
"Accadde che una volta quel re dalle forti braccia
andò a caccia in una fitta foresta, accompagnato da un '
imponente formazione di truppa e di veicoli militari,
circondato da centinaia di cavalieri e di elefanti.
C'erano centinaia di guerrieri armati di spada e di
lancia, di mazze e di clavi, altri brandivano giavellotti
e fiocine e lo proteggevano tutt'intorno. Questi guerrieri
ruggivano come leoni e le loro grida si sommavano al
tumultuoso suono delle conchiglie, al rullare dei tamburi,
allo sferragliare delle ruote dei carri, al barrire degli
elefanti da battaglia, all' orgoglioso nitrire dei cavalli
da combattimento, alle conversazioni eccitate degli uomini
e ai rumori secchi delle armi brandite dai guerrieri; un
gioioso tumulto si levava mentre il monarca incedeva
maestosamente. Dai giardini pensili dei bei palazzi le
signore della capitale guardavano quel sovrano eroico le
cui gesta gli avevano procurato gloria, affascinate dal
suo splendore e dalla sua schietta bellezza. Egli, al pari
di Indra, abbatteva chiunque recasse danno ai cittadini ed
era capace di immobilizzare perfino possenti elefanti in
corsa. Le signore dell' aristocrazia pensavano che fosse
un secondo Indra con la folgore in pugno e dicevano l 'una
all'altra: "Questo monarca è come una tigre
fra gli uomini, il suo coraggio in battaglia è
sorprendente. Coloro che oseranno anche solo pensare di
farci del male si scontreranno con la forza delle sue
braccia e cesseranno di esistere". Così parlando, le
donne lodavano il re con affetto e facevano cadere piogge
di fiori sulla sua testa. Mentre da ogni parte i brahmana
eruditi glorificavano gioiosamente il suo governo giusto
con inni poetici, Dushyanta si inoltrò nella foresta per
una partita di caccia. La gente della città e delle
campagne lo seguì a lungo finche il re li salutò
congedandoli ed essi tornarono alle loro case. Così come
il Signore, Vishnu, cavalca Garuda, quel monarca della
terra sfrecciava sul suo carro spandendo per il Cielo e la
Terra suoni minacciosi. Il saggio Dushyanta raggiunse una
foresta che somigliava ai boschi Nandana dei pianeti
paradisiaci, ricca di meravigliosi
cespugli arka, di bilva e di alberi khadira, fitta
di alberi dai frutti squisiti come kapittha e dhava. Era
una foresta molto vasta, con alcuni altipiani che si
estendevano per molte decine di chilometri, sovrastando un
terreno scosceso e roccioso. Nonostante non vi fossero
tracce di uomini e di acque, la foresta era piena di cervi
e di molti animali selvatici e pericolosi. Con i suoi
servitori, con i soldati e con gli animali, Dushyanta,
simile ad una tigre, portò la devastazione in quella
foresta, uccidendo molte bestie feroci. Abbattè molte
tigri che via via si trovarono alla portata di tiro del
suo arco, ed esse caddero trafitte dalle sue frecce
mortali. Quel toro fra gli uomini abbatte dunque alcuni
animali colpendoli a distanza con le frecce, mentre le
belve che gli si avventavano contro le uccideva con un
solo colpo di spada. Infilzò con la lancia anche alcune
grandi antilopi maschio. Quel monarca era il più forte
degli uomini; sapeva come far roteare la mazza in
combattimento e si muoveva per la foresta animato da
smisurato coraggio. Con giavellotti, frecce, mazze, clavi
e lance, andava uccidendo qua e là animali feroci della
foresta e uccelli predatori. Insieme ai suoi uomini,
guerrieri appassionati al combattimento, il re,
meravigliosamente forte, devastò quella foresta grande e
selvaggia, tanto che le bestie più grandi l'
abbandonarono. Gruppi di animali disperati, lamentandosi
senza sosta, si allontanarono in branchi i cui capi erano
stati uccisi. Già indeboliti per la mancanza d' acqua,
arrivavano ai fiumi che erano in secca e, con il cuore
sfinito per lo sforzo, cadevano svenuti. Tormentati dalla
fame e dalla sete erano crollati esausti per finire subito
divorati dai guerrieri affamati. Alcuni di loro mangiarono
questi animali crudi, altri si diedero il tempo di farli a
pezzi e di cucinare le loro carni.
Molti elefanti possenti ed impazziti, feriti dalle
armi, arricciavano la proboscide e fuggivano veloci in
preda alla paura. Questi elefanti, nobili e selvaggi, che
perdevano urina, escrementi e sangue, nella fuga
calpestarono molti guerrieri. La foresta, coperta da una
pioggia di frecce lanciate da quel nugolo di soldati
possenti, alla fine risultò popolata solo da bufali ed
altre creature inoffensive, perché il re aveva eliminato
le grandi bestie pericolose". Shri Vaishampayana
continuò : Nei tempi antichi la terra era coperta da
fitte foreste dove gli animali selvatici proliferavano. Il
Dharma dei re prevedeva la caccia al fine di mantenere
l'equilibrio ambientale cacciando animali feroci e quelle
specie di animali che non avrebbero permesso all'uomo di
coltivare e raccogliere il cibo che gli era necessario.
Contemporaneamente i re sperimentavano vari tipi di armi
che altrimenti, nel momento del bisogno, non sarebbero
state utilizzabili per la protezione delle categorie
sociali più deboli: brahmana, vecchi, donne e bambini.
"Dopo aver abbattuto migliaia di belve
gigantesche il re, con il suo seguito e con gli animali,
fece per proseguire la caccia in un ' altra foresta. Ma la
fame e la sete divennero un problema perché, raggiunta la
fine della foresta, egli si trovò di fronte ad un grande
deserto. Il re, dotato di straordinario vigore e di un
fedele esercito, attraversò quella terra arida per
arrivare ad un' altra grande foresta in cui vi erano molti
eremi straordinariamente belli.
La foresta era così meravigliosa che la mente del
re fu sopraffatta dalla gioia. Commosso, aveva gli occhi
che brillavano di felicità. Una fresca brezza alitava
tutt'intorno; a profusione alberi fioriti crescevano
rigogliosi e i grandi ubertosi prati erano trapunti dai
cinguettii melodiosi degli uccelli che vi si libravano in
volo. Circondavano quella vasta terra boschiva alberi
secolari i cui lunghi rami donavano ombra rinfrescante.
Sui cespugli fioriti ronzavano indaffarati i calabroni a
sei zampe e una squisita bellezza permeava tutto l'
ambiente. In questa foresta non c' era un solo albero che
non desse frutti o fiori, non una pianta che avesse spine,
nessuna che non fosse invasa da gioiosi calabroni. I fiori
sbocciavano sugli alberi in tutte le stagioni e i prati
erano grandi, verdi e rigogliosi. Gli uccelli riempivano
il cielo con i loro cinguettii ed i frutti ornavano ogni
angolo della foresta. Il grande arciere non poté fare
ameno di entrare in quella foresta così
straordinariamente incantevole. Come per dargli il
benvenuto il vento agitò gli alberi fioriti che
ripetutamente fecero cadere una pioggia di fiori
profumati. Quegli alberi gloriosi, ricoperti con l'
ornamento di fiori variopinti, vibravano al dolce e
melodioso canto degli uccelli svettando verso il cielo con
gioia. Fra i loro rami, leggermente i piegati dal peso dei
fiori sbocciati, gli uccelli cinguettavano allegramente e
le api lasciavano sentire un dolce ronzio. Il potente re
contemplava la delicata arte della foresta, per ogni dove
adorna di cascate di fiori che si intrecciavano con piante
rampicanti avvolte a capanne naturali: una delizia per la
mente. Vedendo tutto ciò, il monarca si sentì leggero e
felice. La foresta, radiosa come lo stendardo di Indra,
risplendeva dunque di alberi carichi di fiori i cui rami
colorati s'intrecciavano tutt'attorno l'uno con l'altro.
Il vento fresco, piacevole e profumato, soffiava nella
foresta contro gli alberi come per godere del loro
abbraccio e diffondendo il loro polline nell' aria. Questa
selva incantevole era ricca di molti aspetti piacevoli, e
il re la contemplò per ogni dove. Graziosi boschetti,
cresciuti sul fertile suolo nella vallata del fiume,
svettavano robusti come bandiere che sventolano da alti
pennoni. Osservando quella foresta con i suoi uccelli
cinguettanti, il re notò un eremo di eccezionale
piacevolezza che catturò la sua mente all'istante.
Quest'eremo si trovava in mezzo ad una grande varietà di
alberi ed era illuminato dalle fiamme dei fuochi
sacrificali. Esso era abitato da saggi celesti, i
Valakhilya, e da vari gruppi di santi studiosi. Tutt '
intorno vi erano tappeti di fiori e per custodire le
fiamme del sacrificio c' erano molti grandi templi
elegantemente disposti sull' ampia sponda del fiume Malini
le cui acque erano pure e molto gradevoli. Uccelli canori
dal manto colorato formavano sull' eremo una specie di
baldacchino, che aumentava il fascino della foresta in cui
vivevano gli asceti. Nell'atmosfera sublime di quell'eremo
vivevano pacificamente insieme feroci bestie da preda con
miti daini. Alla vista di ciò il re avvertì una grande
felicità. Quando il bel re si avvicinò all' eremo vide
che era luminoso come il mondo spirituale, tanto grande
era il fascino di quella dimora di santi. Egli scorse la
Malini, un fiume dalle acque purissime che sembrava
abbracciare con fermezza l' eremo, fluendo come la madre
che dà la vita a tutti gli esseri. Trasportava fiori e
bolle d' aria nelle sue onde impetuose egli uccelli
cakravaka si divertivano sulle sue rive sabbiose. Il fiume
aveva generato i kinnara che risiedevano là, le scimmie e
gli orsi, che conoscevano bene le sue acque. I mantra
sacri risuonavano su quelle acque e le sue rive di sabbia
splendente formavano un luogo ideale per i giochi di
elefanti, tigri e serpenti. Dopo aver constatato le qualità
dell' eremo e del fiume che lo racchiudeva, il monarca
decise di entrarvi. Come l'eremo di Nara e Narayana è
abbellito dal sacro Gange, così quello era abbellito dal
fiume Malini con le sue amabili isole e piacevoli sponde.
Il re entrò nell' eremo della grande foresta, ravvivato
dalle grida di pavoni inebriati. Avendo dunque raggiunto
quell' eremo simile ai giardini celesti di Citraratha, re
Dushyanta, sovrano della Terra, si rese conto che doveva
essere giunto alla dimora di quel santo di grande levatura
che aveva nome Kanva. Sapendo che possedeva ogni qualità
e che era di indescrivibile splendore, il re era
impaziente di vedere quel grande asceta, che apparteneva
alla stirpe di Kashyapa. Lasciando il carro, i cavalli e
le guardie all' entrata dell' eremo, egli disse ai suoi
uomini: " Andrò a trovare il saggio e pacifico Kanva,
colui che è ricco di ascesi. Voi rimanete qui fino al mio
ritorno, perché non sta bene avvicinarsi ad un uomo santo
con armi e soldati". Il re, solo per il fatto di
avvicinarsi a quell' eremo, che sembrava un giardino
celeste, dimenticò fame e sete e percepì invece intima
gioia e soddisfazione. Celando ogni simbolo della sua
dignità reale, il monarca proseguì per il sublime eremo
con la sola compagnia di un consigliere e di un sacerdote,
impaziente di contemplare il santo che aveva accumulato
ascesi tali da dare frutti inesauribili. Il re osservò l'
eremo che appariva come un secondo pianeta di Brahma, con
i dolci ronzii delle api e i canti delle molte varietà di
uccelli, finche udì dei brahmana sapienti che cantavano
con precisione il Rig Veda nel corso di riti e sacrifici.
L' eremo era ancora più glorioso per la presenza di
eruditi studiosi che conoscevano tutta la scienza dei
sacrifici e li eseguivano con la massima puntualità.
Questi saggi erano rigorosamente regolati nelle loro
abitudini e il loro sapere era immenso. I migliori
studiosi dell ' Atharva Veda, riconosciuti tali dagli
esperti del sacrificio, cantarono gli inni della Samhita
con metrica, sequenza e inflessione esatte. Altri brahmana
cantavano meravigliosamente bene gli inni della
purificazione spirituale e, con quelle vibrazioni e quei
suoni propiziatori nell' aria, l' affascinante eremo
somigliava veramente al mondo del Creatore. Vi erano
studiosi specializzati in metodologie per la
santificazione dei sacrifici, altri che erano maestri
nelle sequenze e nella fonetica della scienza del suono,
altri avevano una comprensione logica e completa
dell'analisi dell'universo per categorie ed altri erano
sapienti conoscitori di tutti i Veda. C' erano anche
studiosi che erano maestri nella composizione letteraria e
nel significato del linguaggio; altri avevano una profonda
conoscenza delle varie categorie sociali e dell' attività
a ciascuno congeniale; altri praticavano i principi
religiosi della liberazione spirituale. C' erano studiosi
inclini a precisi argomenti, che avevano imparato a
sviluppare una tesi, a discuterla, a controbatterla e a
raggiungere una perfetta conclusione relativamente alla
conoscenza della Verità Assoluta. Erano presenti i
migliori studiosi del mondo e l' eremo vibrava di sapienza
e di conoscenza. Ovunque si volgesse, il grande guerriero
vedeva saggi colti ed equilibrati, rigorosi nei loro voti,
dediti al canto di mantra e all' officio di sacrifici;
ogni saggio era perfetto nel suo campo. Vedendo le
meravigliose varietà di posti a sedere e di seggi,
devotamente adorni di fiori, il re della Terra rimase
sbalordito. Egli osservava i colti brahmana adorare il
Signore Supremo nei templi dedicati a Lui e alle Sue
potenti manifestazioni e, così facendo, quel monarca
ideale credeva di trovarsi sul pianeta di Brahma. Egli
studiò attentamente quell' ashrama sfolgorante, protetto
da ogni male per merito delle ascesi di Kanva e dotato di
tutto ciò che rende bella e ricca la vita spirituale. Il
re, non ancora sazio, volle saperne di più. Accompagnato
dal suo consigliere e dal suo sacerdote, il poderoso
guerriero entrò nel tempio di Kanva intorno al quale
stavano santi ed asceti che avevano fatto voti solenni.
Questo santuario speciale era appartato, puro e
straordinariamente incantevole. Shri Vaishampayana disse :
" Alla fine, re Dushyanta dalle braccia possenti
lasciò indietro i pochi consiglieri e avanzò da solo.
Giunto al tempio, che si trovava in un luogo appartato,
non vide il santo Kanva. Trovando l'ashrama vuoto, disse a
voce alta: "C'è qualcuno qui?" Nessuno rispose
e la sua voce riecheggiò fra gli alberi. Sentendo il re,
una splendida ragazza, affascinante come la dea della
fortuna, uscì dall' ashrama con indosso la veste tipica
delle donne che praticano l'ascesi. Non appena la ragazza
dagli occhi neri ebbe visto re Dushyanta gli disse:
"Benvenuto nel nostro ashrama", dopodiché lo
accolse con rispetto e lo onorò offrendogli un seggio
adeguato, acqua per lavare i piedi ed usandogli diverse
altre gentilezze. Poi s'informò sulla sua salute e sul
suo benessere. Dopo averlo onorato in maniera adeguata e
dopo essersi informata con sincero interesse sulle sue
condizioni di salute, sorrise timidamente e gli disse:
"Ti prego, dimmi come possiamo servirti".
Ricevuto con tanta attenzione da quella ragazza dalle
parole dolci e dal tono gentile, il re, osservando i suoi
lineamenti perfettamente armoniosi, le rispose: "Sono
venuto qui per adorare l' eccelso santo Kanva. Gentile
ragazza, per favore, dimmi, dov'è andato quel
saggio?"
Shakuntala rispose: "II grande saggio è mio
padre. Egli ha lasciato l' ashrama per andare a
raccogliere della frutta. Per favore aspetta un momento
perché sarà presto di ritorno, così potrai
vederlo". Shri Vaishampayana proseguì: "Re
Dushyanta non aveva trovato il saggio ma era stato accolto
dalla dolce vergine Shakuntala. Egli non poté fare ameno
di notare che quella giovane ragazza, dai bei fianchi e
dall' affascinante sorriso, era bellissima. Il suo giovane
corpo, purificato dall' ascesi e dal controllo dei sensi,
era luminoso e magnifico. E così il re le disse: "
Affascinante fanciulla, chi sei e chi si prende cura di
te? Perché sei venuta in questa foresta? Sei così
graziosa e gentile! Cara, dimmi da dove sei venuta.
Delicata creatura, non appena mi sei apparsa di fronte mi
hai rubato il cuore. Vorrei conoscerti
meglio. Dolcezza, ti prego, parlami di te".
Così interpellata dal re in quella dimora spirituale, la
giovane vergine sorrise e rispose con fare gentile:
"lo sono conosciuta come la figlia dell'illustre
saggio Kanva, asceta eccelso e rigoroso, famoso per la sua
conoscenza delle norme religiose". Re Dushyanta
disse: "II santo e benedetto Kanva Muni pratica uno
stretto celibato e per questo il mondo intero lo adora.
Dharma stesso potrebbe deviare dai suoi principi
religiosi, ma non questo saggio dai voti rigorosi. Com '
è quindi possibile che tu sia sua figlia, affascinante
creatura? Sono molto scettico su ciò che mi hai detto,
per cui ti prego, dissipa il mio dubbio". Shakuntala
rispose: "Sire, ti prego di ascoltare, come io la
conosco, la storia della mia nascita e come divenni figlia
di questo saggio nobile e casto. Tempo fa un santo
brahmana visitò questo ashrama e, come te, si sorprese
nel sentire che io sono la figlia di Kanva, così chiese a
mio padre spiegazioni sulla mia nascita. Per favore
ascolta, sire, che adesso ti ripeterò cosa gli rispose l
'illustre Kanva: "Una volta il potente asceta
Vishvamitra si stava dedicando a severe ascesi, che però
disturbavano molto il signore Indra. Quest'ultimo infatti
pensava: "Con le sue ascesi questo Vishvamitra è
divenuto così potente che potrebbe persino farmi
rimuovere dalla mia posizione e prendere il mio
posto". Preoccupato, Indra chiamò una ragazza
celeste di nome Menaka e le disse: "Cara Menaka, hai
così tante qualità divine da essere la più bella delle
apsara. Gentile creatura, per favore, aiutami! Ascolta ciò
che sto per dirti: Il grande asceta Vishvamitra, che
splende come il Sole, pratica costantemente ascesi
terribili e questo mi agita il cuore. Cara Menaka,
fanciulla dalla vita sottile, Vishvamitra mi ha fatto
sorgere questo problema e io ti ho chiamata per
risolverlo. Lui è talmente rigoroso ed inflessibile che
in pratica è diventato invincibile. Tuttavia non dovrà
diventare la causa per cui io cada dalla mia posizione!
Avvicinalo e seducilo. Fagli interrompere le sue ascesi!
Fammi questo grande favore, formosa fanciulla, usa la tua
bellezza, la tua giovinezza, i flessuosi movimenti del tuo
corpo, il tuo radioso sorriso e la tua eloquenza; devi
volgere a te Vishvamitra e far sì che interrompa le sue
ascesi". L 'avvenente Menaka rispose: "Tu che
sei una grande personalità sai molto bene che anche lui
è dotato di tremendo potere e, per il suo impegno nelle
più difficili ascesi, ha un carattere terribile. Se
perfino tu sei così preoccupato delle sue ascesi, del suo
potere e del suo brutto carattere, come posso non esserlo
io? Quella grande anima è così potente che rapì persino
i figli prediletti dell' onnipotente saggio Vasishta.
Considera la forza e la tenacia di Vishvamitra: nacque
come guerriero ma volle diventare a tutti i costi un
brahmana; per lavarsi ha creato un fiume immenso, il
Kaushiki: difficile da attraversare è considerato uno dei
più importanti fiumi sacri del mondo. Quando in passato
quella grande anima dovette affrontare tempi difficili,
Matanga, re santo e pio, che era diventato un cacciatore,
mantenne la moglie di Vishvamitra. Terminato il periodo di
carestia Vishvamitra tornò al suo ashrama e cambiò il
nome del fiume chiamandolo Para. Grato a Matanga,
Vishvamitra si impegnò in un sacrificio così potente che
persino tu, signore dei deva, hai dovuto andarci e bere
ansiosamente il soma. Adirato con i deva, lui si creò la
sua costellazione, ricca di stelle dominate da Shravana,
che è la più fulgente. Ho molta paura di una persona che
può compiere tali prodezze. Potente Indra, dimmi come
devo comportarmi per evitare che Vishvamitra diventi
furioso e mi riduca in cenere. Ha il potere di incendiare
i pianeti. Con un calcio può far tremare la Terra intera
e, sol che
voglia, può comprimere il possente Monte Meru fino
a farlo diventare una palla da ruzzolo. Come può una
giovane donna come me anche solo andare a toccare un
saggio che ha soggiogato i propri sensi le cui ascesi
hanno praticamente trasformato in un fuoco ardente? Come
può una come me osare avvicinarsi ad un uomo la cui bocca
è fuoco fiammeggiante, la cui lingua è come il tempo
fatale? O migliore dei deva, le pupille dei suoi occhi
appaiono grandi come il Sole e la Luna. Il signore della
morte, il deva della Luna, i grandi saggi ed i Sadhya, i
Vishvedeva, i Valakhilya, tutte le creature temono il suo
potere. Come può, dunque, una giovane donna come me non
avere paura? D'altro canto, signore dei deva, come posso
non andare da
lui ora che me lo hai ordinato? Ti prego, re dei
celesti, pensa a come salvarmi! Nel tuo interesse
assicurati che io sia protetta mentre vado a compiere la
tua missione. Signore, sarebbe ben trovato se il deva del
vento, mentre cadrò a gambe levate dinanzi al saggio,
sollevasse le mie vesti esibendo il mio corpo. Inoltre,
per la tua misericordia, disponi che Manmatha, il deva
dell' amore che mette in agitazione tutti i cuori, mi
assista personalmente. Disponi inoltre che un incantevole
vento profumato soffi su di noi, quando inizierò la
seduzione del saggio". Indra rispose di si a tutte le
richieste di Menaka e, non appena ebbe organizzato il
tutto, lei si recò all' eremo di Vishvamitra".
Shakuntala continuò a narrare la storia di Kanva: "Indra,
dopo aver ascoltato la giovane apsara, diede istruzioni
appropriate al Vento, che è sempre in attività, poi
Menaka partì con lui. Quando la bella Menaka,
comprensibilmente ansiosa, arrivò sul posto, vide il
saggio che aveva bruciato tutti i suoi peccati con le
ascesi e che continuava ad impegnarsi in altre. Ella gli
offrì rispettosi omaggi ed iniziò a giocare davanti a
lui. Come preordinato, il vento le aprì il vestito,
splendido come la Luna piena. Non appena il vento ebbe
svelato il suo corpo celestiale, ella si buttò subito a
terra riavvolgendosi nella propria veste e sorridendo
timidamente. Mentre cercava affannosamente di aggrapparsi
al suo vestito, Menaka si mostrava confusa, incapace di
coprirsi e così il migliore dei saggi poté vedere
limpidamente l'indescrivibile bellezza delle sue forme
giovanili. L' eccelso brahmana, scorgendo la bellezza di
quel corpo, desiderò ardentemente congiungersi con la
fanciulla, cadendo in tal modo sotto il controllo
dell'impulso sessuale. La invitò a giacere con lui e la
ragazza dalle forme perfette accettò con piacere. A lungo
i due si divertirono nel bosco dandosi reciproco piacere e
assecondando i loro desideri. Una lunga vicenda si svolse
ma per loro fu come se fosse passato un solo giorno. Sopra
un altopiano dell 'Himalaya, vicino al fiume Malini, il
saggio generò in Menaka una figlia cui fu dato il nome
Shakuntala, che però venne abbandonata, appena nata,
sulla sponda del fiume. Menaka infatti, compiuto il suo
dovere, tornò veloce al ricco pianeta di Indra. Alcuni
uccelli, scorgendo la neonata che riposava indifesa in
quella foresta solitaria, piena di leoni e di tigri, la
protessero con cura da ogni parte. Determinati a far sì
che i predatori non facessero del male alla bambina,
rimasero sul posto per proteggerla. Io, Kanva, venni sulla
sponda di quel fiume per lavarmi e vidi quella neonata che
era protetta soltanto dagli uccelli, là distesa, nella
meravigliosa foresta solitaria. La presi con me e la
crebbi come se fosse figlia mia. Secondo i principi
religiosi ci sono tre categorie di padri: la prima è
costituita da coloro che generano un figlio, la seconda è
costituita da coloro che salvano la vita a un bambino, la
terza è costituita da coloro che lo alimentano e lo
mantengono. Siccome la bimba era stata protetta così bene
dagli uccelli Shakunta, le detti nome Shakuntala. Saggio
gentile, ora sai che Shakuntala è mia figlia e che nella
sua mente innocente lei mi ha accettato come suo
padre". Shakuntala concluse: "In questo modo
Kanva narrò la storia della mia nascita al grande saggio
che ne aveva fatto richiesta. Maestà, ora sai in che modo
io sono figlia di Kanva. Ho accettato completamente Kanva
come mio padre perché non ho mai conosciuto il mio vero
genitore. Ti ho raccontato la storia della mia nascita,
sire, esattamente come l'ho sentita da mio padre". Re
Dushyanta disse: "Cara ragazza, a giudicare da ciò
che hai detto, è evidente che tu sei figlia di un re.
Diventa mia moglie, graziosa fanciulla. Dimmi cosa posso
fare per te. Oggi stesso ti porterò ghirlande d' oro, gli
ornamenti più pregiati, orecchini, cavigliere e gemme
provenienti da ogni parte del mondo. Bellezza
straordinaria, ti porterò bracciali, medaglie ed abiti
preziosi. Sii mia moglie, ragazza meravigliosa, lascia che
in questo giorno il mio regno diventi tutto tuo. Mia
timida bambina, il matrimonio Gandharva, che nasce
dall'amore senza consultare i genitori, è considerato la
forma migliore di matrimonio per uomini e donne di rango
reale. Perciò, meravigliosa fanciulla dalle belle cosce
soffici e rotonde come un albero baniano, uniamoci secondo
il rito Gandharva". Shakuntala rispose: "Caro
re, mio padre è andato via dall' eremo solo per
raccogliere un po' di frutta. Ti prego, aspetta un attimo,
e lui stesso mi offrirà a te". Dushyanta incalzò:
"Pura fanciulla dalle forme perfette, voglio che tu
mi accetti. Sappi che sono qui solo per te e la mia mente
si è già persa per te. Ognuno deve essere sincero con se
stesso se vuole raggiungere il proprio scopo nella vita.
Perciò, devi darti a me ora, secondo la legge di Dio. Il
codice religioso riconosce otto tipi di matrimonio, che
sono, in breve: il Brahma, il Daiva, l' Arsha, il
Prajapatya, l' Asura, il Gandharva, il Rakshasa ed in
ultimo il Paishaca. Manu, figlio di Brahma, ha descritto
le caratteristiche di queste forme di matrimonio ed ha
stabilito che le prime quattro sono raccomandate per i
brahmana. Devi anche sapere che le prime sei sono
considerate adatte per coloro che sono di rango reale,
innocente fanciulla. Per i re è approvato anche il
matrimonio Rakshasa, mentre il matrimonio Asura è
autorizzato per i vaishya e per gli shudra. Fra i cinque,
tre sono propri e due impropri. I matrimoni Paishaca ed
Asura non devono mai essere praticati da coloro che sono
di rango reale. E' seguendo queste regole che noi
conosciamo il nostro dovere e sappiamo come si pratica la
virtù. Ti prego, non devi preoccuparti. Ti assicuro che
per i re i matrimoni Rakshasa e quelli Gandharva sono in
perfetto accordo con i principi religiosi. Separatamente o
insieme, si possono eseguire entrambe le forme di
matrimonio. Non ci sono dubbi su questo. Mia amabile
signora, ti desidero e anche tu mi desideri. Adesso, con
tua libera scelta, ti prego di diventare mia moglie con il
matrimonio Gandharva". Shakuntala rispose: "Se
questo è veramente nell' ordine della virtù, dato che
apparteniamo entrambi all' ordine reale, e se veramente
sono io la mia sola guida quando giunge il momento di
offrirmi ad un uomo, allora, migliore dei Kuru, ascolta ciò
che ti propongo. Mio signore, promettimi sinceramente che
mi garantirai ciò che sto per chiederti in questo posto
solitario. Se ti sposerò, il figlio che nascerà da me
sarà il tuo erede al trono. Grande re, garantiscimi in
tutta sincerità che nostro figlio sarà il principe
ereditario. Se mi dici che ciò avverrà, Dushyanta,
allora mi unirò a te subito".
Shri Vaishampayana continuò a narrare: "Senza
un attimo di riflessione il re le rispose: "Certo che
lo farò! Ti porterò nella mia città, fanciulla dal
dolce sorriso, perché meriti di essere la moglie del re.
Armoniosa creatura, te lo dico in tutta sincerità".
Detto questo a Shakuntala dal perfetto portamento, il re
santo la prese per mano e, in accordo alle sacre leggi,
giacque con lei. Poi la confortò e partì da solo perché
non era prudente portare quella donna delicata sulla lunga
strada che portava alla capitale. Però le disse più
volte: "Mia dolce e sorridente fanciulla, manderò
una scorta di fanteria, cavalli, carri ed elefanti solo
per te. Con questa scorta regale ti porterò al mio
palazzo". O Janamejaya, dopo questa promessa il re
partì; ma dentro di se era preoccupato poiché pensava a
Kanva, il potente padre della ragazza. Il saggio non era
ancora tornato ed il monarca non lo aveva atteso di
proposito. "Quando quell' eccelso asceta saprà la
novità, cosa farà?", rimuginava il re. La domanda
tornava senza sosta nella sua mente finché Dushyanta
concluse il viaggio rientrando nella capitale. Un attimo
dopo che Dushyanta ebbe lasciato l' eremo, tornò Kanva.
Shakuntala, intimidita ed imbarazzata, non andò a
riceverlo; ma per via delle sue grandi ascesi Kanva
possedeva una conoscenza divina e quindi sapeva tutto ciò
che lei aveva fatto. Attraverso la visione spirituale vide
che il matrimonio era avvenuto in accordo ai princìpi
religiosi, che Dushyanta aveva enunciato, perciò il
grande saggio si compiacque di sua figlia e le disse :
"Ciò che hai fatto oggi, unirti con un uomo senza le
mie benedizioni, per te che sei una discendente di re, non
è contro le leggi di Dio. E' detto che per l' ordine
regio il matrimonio Gandharva, in cui un uomo ed una donna
che si amano si uniscono in un luogo isolato senza rituali
o mantra, è il migliore. Mia cara Shakuntala, tu hai
accettato per marito un uomo profondamente pio. Dushyanta
è una grande anima, è il più eccellente tra gli uomini,
e ti ama. So che una grande e straordinaria personalità
nascerà in questo mondo come figlio tuo e governerà
tutti i continenti. Quando quella grande anima fonderà la
giustizia nel mondo, la sua area di influenza si estenderà
ovunque senza ostacoli e per ovunque intendo il mondo
intero". Dopodiche Shakuntala prese il carico del
padre, la frutta che aveva colto, lo posò e gli lavò i
piedi con devozione. Quando il saggio asceta si fu
ristorato lei gli disse: "Ho scelto Dushyanta, il
migliore degli uomini, per marito. Adesso padre, ti prego,
per la tua misericordia benedici lui e i suoi
consiglieri". Kanva Muni disse: "Sono già ben
disposto verso di lui perche desidero il tuo bene, mia
amata figlia, e adesso, per suo vantaggio, accetta da me
una grazia, qualunque cosa tu desideri". Shri
Vaishampayana disse: "Shakuntala desiderava
ardentemente il bene di Dushyanta e scelse come grazia che
suo marito, re della dinastia Paurava, fosse sempre ligio
alla volontà di Dio e che, per grazia del Signore, non
perdesse mai il trono". Shri Vaishampayana,
continuando a narrare, disse: "Re Dushyanta tornò
nella sua città dopo aver fatto precise promesse all'
amata Shakuntala. Ella portò per tre anni il suo seme nel
grembo e infine partorì un bambino dalla forza sovrumana,
un bambino radioso come il fuoco ardente, meraviglioso e
generoso, un autentico figlio di Dushyanta, o re
Janamejaya. Il saggio Kanva officiò personalmente le
cerimonie di purificazione alla nascita del bimbo e altre
cerimonie per invocare benedizioni su tutto il corso della
sua vita. Il santo antenato conosceva bene il procedimento
di purificazione e le cerimonie che officiò avrebbero
procurato al bimbo prosperità di ogni genere. Quanto al
bambino, costui aveva denti bianchi, lucidi e ben fatti, e
le sue mani erano marcate con segni favorevoli: i cakra.
Aveva la testa grande e molto bella ed era dotato di
grande forza. Cresceva rapidamente ed era radioso come il
figlio di un deva. Quando raggiunse i sei anni iniziò a
catturare tigri, leoni, cinghiali selvatici, elefanti e
bufali, che legava agli alberi intorno all' eremo di Kanva.
Amava poi salire loro in groppa, divertendosi a domarli e
a correr loro intorno. Perciò gli abitanti dell' eremo di
Kanva gli dettero un nome: "si chiami Sarva-damana",
dissero, perché doma chiunque". Il ragazzo venne
conosciuto come Sarva-damana ed era dotato di coraggio, di
vigore e di potenza. Osservando i comportamenti
sovrannaturali del bambino e conoscendo la sua forza, il
santo Kanva disse a Shakuntala: "E' tempo per lui di
essere incoronato come giovane re, il successore legittimo
al trono", dopodiché disse ai suoi discepoli: "Shakuntala
è benedetta da tutti i segni che indicano in lei una
buona moglie. Quanto prima dovrete scortare lei e suo
figlio per condurla da questo eremo al marito. Non sta
bene che una donna rimanga troppo a lungo con i propri
parenti. Prolungando tale condizione si corrompono la sua
fama, il suo carattere e i suoi principi morali. Perciò
conducetela da suo marito senza indugi". "Così
sia", dissero i potenti saggi, e partirono per
Hastinapura, scortando Shakuntala e suo figlio davanti a
loro. La madre, raggiante, prese il figlio dagli occhi di
loto simile ad una creatura dei deva e finalmente lasciò
la meravigliosa foresta dove era cresciuta e dove aveva
conosciuto Dushyanta. Shakuntala con il seguito di saggi
arrivò ad Hastinapura. Fu ammessa a palazzo reale e
portata dinanzi al re col suo giovane figlio, luminoso
come il Sole del mattino. Vedendo il marito assiso sul
trono reale, splendido come il signore del paradiso, ella
sentì una gran gioia e chinò la testa. Dopo averlo
appropriatamente onorato, ella disse: "Questo bambino
è tuo figlio, sire. Ora dovresti consacrarlo come tuo
successore" . Poi Shakuntala si girò verso suo
figlio e gli disse: "Porgi i tuoi rispetti a questo
re degno di fede, poiché lui è tuo padre". Dopo
aver così parlato al figlio rimase in piedi,
china, in atteggiamento di umiltà, mentre il
giovane figlio univa le mani in segno di preghiera e di
saluto onorando il re con rispetto. Poi il ragazzo spalancò
gli occhi dalla felicità e fissò il suo amato
padre, ma quando si mosse per abbracciare il re,
questi raggelò al tocco del figlio e rimase immobile sul
trono. "Sii gentile!" disse la madre. Ma il re,
che conosceva bene i principi della religione, aveva visto
qualcosa che lo aveva invaso di terrore. Preoccupato
ponderò la situazione, poi rispose: "Bella signora,
ti prego, dimmi perché sei venuta qui. Dato che hai un
figlio giovane io di sicuro cercherò di aiutarti".
Shakuntala rispose: "Sii gentile con noi, grande re!
Ti dirò perché siamo venuti, o migliore degli uomini,
perché tu generasti in me questo ragazzo, che è come un
giovane deva sulla terra. Adesso, maestà, devi fare di
lui ciò che promettesti. Te fortunato, ricorda la
promessa che mi facesti quando ci unimmo nell' eremo di
Kanva Muni". Sentendo le parole della moglie e pur
ricordando tutto ciò che era accaduto, il re disse:
"Non ricordo. A chi appartieni donna, o asceta
corrotta? Non ricordo di aver avuto alcun rapporto con te,
ne per motivi religiosi, ne per ragioni sentimentali, ne
per affari. Puoi andare o restare, come desideri. Fa ciò
che vuoi!". Sentite le parole del re, quella donna
meravigliosa e intelligente arrossì dalla vergogna e
ammutolì restando in piedi, stordita. Il dolore era tale
da renderla come priva di coscienza, immobile come un
tronco d'albero, con gli occhi divenuti rosso rame per la
collera mentre le sue belle labbra tremavano di
risentimento. Lanciava al re trasversali sguardi di fuoco,
come se volesse ridurlo in cenere. Quasi pazza di collera
riuscì tuttavia a mantenere il controllo di se e a celare
il sentimento di furore aggrappandosi all' ardore del
potere accumulato in tutta la sua vita ascetica. Al
culmine del dolore e dello sdegno si fermò un attimo a
riflettere sulla situazione, poi fissò con audacia il
marito pronunciando con rabbia queste parole: "Tu sai
, Maharaja! Dunque, perché parli in questo modo? Perché
dici con aria indifferente che non sai, come se tu non
fossi diverso da un qualunque infimo essere? Il tuo cuore
conosce il vero e il falso di questa storia e tu, persona
degna, ne sei certamente testimone nel tuo cuore. Perciò
non svilire la tua anima: chi si presenta in modo diverso
da ciò che in realtà sa di essere è un ladro che deruba
la propria coscienza. Una simile persona, sentendosi
perduta, quale peccato si tratterrà dal commettere? Forse
pensi che fossimo soli quando mi hai amata e che laggiù
non ci fossero testimoni? Non sei consapevole del Signore
Onnisciente, la Sorgente di tutto, Colui che risiede nei
nostri cuori? Di Lui che conosce tutto ciò che fanno gli
uomini empi? Tu osi torturare altri in Sua presenza? Il
peccatore pensa: "Nessuno sa ciò che ho fatto".
Ma lo sanno i deva e il Signore che sta nel cuore. Lo
sanno il sole e la luna, il vento e il fuoco, il cielo e
la terra, il signore della morte, il giorno e la notte,
l'alba e il tramonto e il deva della giustizia, tutti
quanti loro sanno ciò che l'uomo fa". Shakuntala
disse: "Il Signore Supremo è nel cuore di ognuno ed
è testimone dei nostri atti. Egli conosce tutto ciò che
facciamo nel campo d' azione del nostro corpo. Se è
soddisfatto dei nostri atti, allora anche il signore della
morte, nato dal sole, ci perdonerà e trascurerà ciò che
avremo fatto di sbagliato. Ma se uno è caparbiamente
sciocco, questo non piacerà al Signore, e allora Yama,
deva della morte, si porterà via il malfattore per
punirlo di tutti i peccati commessi. Quando un uomo dà la
sua parola e poi agisce diversamente, si degrada, e
neanche i deva lo aiuteranno perché sarà divenuto
malvagio. Tu dovresti essere contento e pensare: "Mia
moglie mi ama al punto che è venuta senza attendere la
scorta reale". Non umiliarmi in questo modo, perché
io ti ho accolto come il signore della mia vita. Adesso
tua moglie è venuta ed è qui dinanzi a te, ma tu non la
onori con un benvenuto adeguato e con doni, come farebbe
qualsiasi uomo per bene. Io sono qui, alla tua corte!
Perché mi ignori come se fossi una donna qualunque? Non
sto gridando al vento, sto parlando a te, mio marito,
perché non mi ascolti? Se non tieni conto delle mie
parole, anche quando ti imploro in questo modo, Dushyanta,
oggi, in questo stesso giorno la tua testa esploderà in
cento pezzi ! E' nella moglie che un marito entra per
rinascere nel suo grembo, nella forma di figlio. Da sempre
gli studiosi sanno questo e perciò chiamano la moglie
jaya, la fonte della nascita. Quando un uomo si unisce a
sua moglie e genera un figlio, libera i suoi antenati
defunti creando una nuova futura generazione della sua
stirpe familiare. Il figlio salva realmente suo padre
dall'inferno, il Put, per questo il Creatore ha chiamato
il figlio putra. E' una vera moglie quella che è esperta
nei doveri familiari. E' una vera moglie quella che genera
buoni figli. E' una vera moglie quella che fa di suo
marito la sua stessa vita. E' una vera moglie quella la
cui dedizione al proprio uomo è incorruttibile. Una
moglie fedele è l' altra metà del suo uomo. Una moglie
fedele è il migliore amico del marito. Una moglie fedele
porta moralità, gioia e prosperità in famiglia. Una
moglie fedele è quella che si prende cura del marito fino
alI 'ultimo respiro. Gli uomini che hanno buone mogli
osservano sante ricorrenze. Gli uomini che hanno buone
mogli sanno come amministrare la casa. Gli uomini che
hanno buone mogli sono lieti per la misericordia del
Signore. Gli uomini che hanno buone mogli conoscono l'
abbondanza e la bellezza. Le mogli che parlano ai loro
mariti con amore sono i loro amici più cari nell' intimità.
Sono come padri quando è il momento di osservare i doveri
religiosi e sono le madri più affettuose quando i loro
uomini sono nel dolore. Persino quando viaggia per un
territorio buio e selvaggio, un uomo trova ristoro e
conforto nel pensiero della propria moglie. In colui che
ha una buona moglie si può riporre fiducia. Per tutto
questo, una moglie buona e fedele è la cosa più
desiderabile per un uomo di questo mondo. Una moglie
devota è sempre col marito, in ogni sorta di dispiaceri e
persino nell' altro mondo, perché essi condividono il
medesimo destino. Se la moglie è la prima a morire, ella
aspetta il marito nell'altro mondo e quando l'uomo muore
prima, una moglie santa lo segue. E' per tutte queste
ragioni, sire, che si deve prendere una donna col rito
matrimoniale, perché il marito avrà un amico sincero in
questo mondo e nella vita che seguirà. Siccome un padre
nasce di nuovo attraverso suo figlio, un uomo dà la vita
a se stesso quando procrea un figlio in questo mondo.
Perciò deve guardare alla moglie, madre dei suoi figli,
come se fosse la sua stessa madre. Quando il padre osserva
suo figlio, generato nel grembo della sua devota moglie,
gioisce come se guardasse se stesso in uno specchio. Il
paradiso gli è assicurato se farà del bene alla sua
famiglia. Gli uomini intelligenti, che pur bruciano nell'
angoscia e nell' ansietà di questo mondo, gioiscono e
trovano sollievo nelle buone mogli proprio come coloro
che, tormentati dal fuoco, sono ristorati dall' acqua
fresca. Un uomo intelligente, anche se si arrabbia, non
sarà mai sgarbato con la donna che lo ama, perché sa con
chiarezza che il suo affetto, il suo amore e le sue qualità
dipendono tutti da sua moglie. Donne adorabili sono in
sempiterno la sacra area di azione dove la buona progenie
si eleva. Persino una persona santa, quando crei una
progenie, che cosa potrà se non si prenderà cura della
sua donna? Per un padre cosa c' è meglio di un figlio
che, coperto di polvere dopo aver corso, va ad
abbracciargli le gambe? Quando tuo figlio ti viene
incontro con amore, impaziente di avere il riscontro del
tuo, com' è possibile disapprovarlo e rifiutarlo? Persino
le minuscole formiche si prendono cura delle proprie uova
e non le rompono. Come fai a non prenderti cura del tuo
figlio legittimo, tu che sei così esperto nei principi
della religione? Il piacere che uno prova nel toccare
begli ornamenti, donne affettuose o acqua fresca, non può
essere comparato al piacere che uno prova nel toccare il
proprio figlio quando viene ad abbracciare i suoi
genitori. Come il brahmana è il migliore tra gli esseri a
due gambe, come la mucca è l' animale che ha più valore
tra i quadrupedi e come il guru è il migliore tra coloro
che possiedono una profonda conoscenza, così fra tutti i
tipi di contatto fisico, quello che consiste nel toccare
il proprio figlio è a tutti superiore. Questo ragazzo
meraviglioso è tuo figlio; lascia che ti tocchi! Non c'è
felicità al mondo che eguagli l'abbraccio del proprio
figlio. Dopo tre anni completi di gestazione, diedi alla
luce questo ragazzo, o imperatore, e sarà lui che farà
scomparire tutte le tue pene. Al momento della sua
nascita, o re Puru, una voce celeste profetizzò che lui
officerà cento sacrifici del cavallo. Quando gli uomini
sono stati lontano, in altri villaggi, e poi tornano a
casa, essi prendono subito in braccio i loro bambini e li
baciano sulla testa con
gioia. Tu sai molto bene che nella cerimonia della
nascita dei figli, i nati due volte recitano questi versi
tratti dai sacri Veda: "Tu vieni dalle mie membra
perché sei nato dal mio cuore. Sei quella parte di me che
chiamo mio figlio; che tu possa vivere per cento autunni
". "La mia forza e la mia sopravvivenza
dipendono da te, perché è in te la continuità della
nostra famiglia. Perciò, mio amato, che tu possa vivere
nel modo più felice per cento autunni". Dushyanta,
questo ragazzo è nato dal tuo corpo. L 'uomo è
venuto dall'uomo. Devi guardare a nostro figlio
come una parte di te, proprio come guardi il tuo riflesso
nelle acque chiare di un lago. Come le famiglie si
trasmettono il fuoco perenne fra le loro case e con esso
accendono il fuoco sacro del sacrificio, così questo
figlio è venuto da te. Dushyanta, adesso da uno sei
diventato due, perché hai un figlio. Ti sei smarrito
dietro ad un daino cui stavi dando la caccia, sire, e hai
incontrato me: una ragazza vergine nella pia casa di suo
padre. Tra tutte le paradisiache apsara le sei più belle
sono: Urvashi, Purvacitta, Sahajanya, Menaka, Vishvaci, e
Ghrtaci. Fra queste, Menaka, nata da Brahma, è quella a
tutte superiore. Lei è venuta dal paradiso sulla Terra,
si è unita a Vishvamitra e mi ha generato come figlia
sua. L' apsara Menaka mi partorì in cima ad una vetta
dell 'Himalaya, poi quella donna senza cuore mi
abbandonò là andandosene, come se fossi di
qualcun' altra. Oh, quali peccati devo aver commesso nella
mia vita passata per essere rifiutata nell'infanzia dai
miei genitori e adesso da te, mio marito! E sia, se mi
rifiuti tornerò all' eremo, ma è male per te rifiutare
anche il ragazzo che tu hai fatto arrivare in questo
mondo". Dushyanta rispose: "lo non riconosco il
figlio nato da te, Shakuntala. Le donne sono famose per le
loro menzogne, perciò, chi crederà alle tue parole? Tua
madre Menaka non era nient'altro che una cortigiana senza
misericordia che ti ha abbandonata su un picco himalayano
come se tu fossi stata una ghirlanda appassita. Non si
comportò anche tuo padre senza misericordia? Vishvamitra
nacque da una madre di famiglia reale ma, seguendo il suo
desiderio, smaniò per arrivare al rango di brahmana. Ma
anche ammesso che Menaka sia la migliore delle apsara e
Vishvamitra il migliore tra i grandi saggi, come puoi tu,
donna perduta che corri dietro agli uomini, dichiarare di
essere la loro figlia? Non ti senti imbarazzata a dire
cose cui la gente semplicemente non può credere?
Oltretutto, osi parlare in questo modo in mia presenza. E'
meglio che te ne vada, falsa asceta! Chi sei in confronto
al grande e potente saggio che ti generò, o alla famosa
apsara Menaka? L 'unico punto chiaro è che sei una donna
disgraziata con indosso la veste di asceta. Dici che tuo
figlio è un ragazzo di sedici anni mentre il suo corpo è
troppo grande per quell' età ed è già molto forte, più
forte di un normale ragazzo. Come ha potuto crescere alto
e robusto come il tronco di un albero sala in così poco
tempo? Tutto ciò che dici, o asceta, rimane un mistero
per me. Lo non ti riconosco. Puoi andartene dove
vuoi!" Shakuntala rispose: "Sire, tu parli dei
difetti altrui, anche se sono piccoli come semi di
mostarda, mentre il tuo errore è grande come il frutto
bael, che se lo hai davanti agli occhi non puoi vedere
nient'altro: Menaka è una tra i trenta deva più
importanti, ma in realtà questi trenta vengono dopo di
lei. La mia nascita è di lignaggio piu alto del tuo,
Dushyanta. Tu cammini sulla Terra, sire, mentre io posso
andarmene in giro per i pianeti paradisiaci. Cerca di
capire che la differenza che c' è tra noi è come quella
tra il possente Monte Meru ed un piccolo seme di mostarda.
lo vado a mio piacimento fino alle dimore di lndra, di
Kuvera, di Yamaraja e di Varuna. Sire, considera il mio
potere ! Ciò che sto per dirti è la verità, povero
innocente, te lo dico solo per insegnarti qualcosa, non
perché ti odii o ti invidii; ascolta le mie parole e
dimentica qualunque offesa io possa averti fatta. Finché
una persona brutta non si guarda allo specchio pensa di
essere più bella degli altri. Ma quando vede in uno
specchio la sua faccia deforme allora capisce che il
brutto è lui, non gli altri. Chi è veramente bello non
disprezza nessuno, ma chi parla troppo e in modo
sprezzante, ingiuriando sempre gli altri, è un essere
offensivo. Quando uno sciocco ascolta la gente dire cose
buone e cose cattive, preferisce credere a quelle cattive,
proprio come un maiale è lieto di mangiare gli
escrementi. Un saggio che ascolti la gente nel dire parole
buone e parole empie, dà credito a quelle buone, proprio
come fa il cigno quando estrae dall' acqua il latte
prezioso. Quando un giusto critica gli altri prova
rimorso, mentre un empio che critica gli altri prova una
grande soddisfazione. Quando le persone pie rendono
omaggio ad un saggio e ad un anziano provano piacere,
mentre uno sciocco prova piacere a molestare le persone
pie. Coloro che non vedono difetti negli altri vivono
felici, mentre il piacere degli sciocchi consiste nel
cercare i difetti degli altri. Persino rimproverate, le
persone sante parlano bene di coloro che li hanno
criticati. E non c' è niente di più ridicolo in questo
mondo di un malvagio che accusa un santo di essere empio.
Se un uomo uscito dal sentiero della verità e della virtù,
divenuto iracondo come un serpente velenoso, riesce ad
infastidire persino gli atei, quanta ansietà causerà ad
un uomo di ferma fede che crede in Dio? Quando un uomo
genera un figlio come questo ragazzo e poi lo tratta con
disprezzo, i deva dei pianeti celesti
s'incaricheranno di distruggere la sua ricchezza e
lui fallirà nello
scopo di raggiungere i pianeti dei beati. I nostri
antenati dicono che un figlio sta alla base dell' albero
familiare e rappresenta il nostro primo dovere, perciò
non si deve mai respingere il proprio figlio. Manu ha
detto che oltre al figlio generato con la propria moglie
ci sono altre cinque categorie di figli: quelli ricevuti
in dono, quelli acquistati, quelli allevati, quelli
adottati e quelli generati con donne diverse dalla propria
moglie. I figli sono come robuste navi di rettitudine
perché non appena nascono portano al padre fama e virtù,
riempiono le loro menti di amore e salvano gli antenati
caduti nell' inferno. Tigre fra gli uomini, di sicuro non
ti si addice il gesto di rifiutare tuo figlio! Signore
della Terra, ora è il momento in cui devi proteggere la
religione, la verità e la tua anima! Leone fra i re, non
praticare l' inganno ! E' meglio possedere un laghetto che
cento pozzi e un sacrificio religioso è meglio di cento
laghi, ma anche un solo figlio è meglio di cento
sacrifici. Ma la verità, sire, è più preziosa di cento
figli. L' onestà fu posta sopra un piatto di una
bilancia, sull' altro furono messi mille "sacrifici
del cavallo"; l' onestà risultò di maggior peso.
Imparare tutti i Veda e bagnarsi in tutte le acque sacre
è appena paragonabile al dire la verità. Non esiste virtù
più alta del dire la verità, perché non c'è nulla che
sia più elevato della verità e niente in questo mondo è
più amaro dell' inganno. Sire, dire la verità significa
essere con Dio, per questo il nostro impegno più elevato
è quello di dire la verità. Non infrangerlo sire, sii
sempre uno con la verità! Ma se vuoi proprio mentire e
non credi al valore dell' onestà, allora io me ne andrò
via perché non ho nessuna intenzione di rimanere con un
essere di tal fatta. Anche senza il tuo intervento,
Dushyanta, mio figlio governerà questo pianeta, le cui
quattro direzioni sono coronate dal re delle
montagne". Shri Vaishampayana continuò a raccontare:
"Dopo aver pronunciato queste parole, Shakuntala si
apprestò a partire ma, mentre Dushyanta stava li seduto
con intorno sacerdoti, ministri, insegnanti e consiglieri,
una voce proveniente da una fonte invisibile si rivolse al
re e gli disse: "La madre è il contenitore in cui il
padre genera il figlio. Il figlio non può essere separato
dal padre perché è del padre. Prenditi cura di tuo
figlio, Dushyanta! Non commettere una cattiva azione ai
danni di Shakuntala! Il figlio che porta il seme del padre
salverà il padre dal dominio del signore della morte. Sei
tu, sire, che hai piantato il seme di questo ragazzo.
Shakuntala ha detto il vero. Quando una moglie genera un
figlio, il suo corpo diviene due. Perciò, Dushyanta, abbi
cura di tuo figlio, nato da Shakuntala. Quale uomo sarà
così privo di bontà e di mezzi da abbandonare, mentre è
in vita, un figlio vivente? Discendente di Puro, curati di
questa grande anima che è il figlio di Shakuntala e di
Dushyanta. E' per nostro ordine che devi crescere questo
ragazzo. E fa che tuo figlio venga conosciuto con il nome
di Bharata". A quest'ordine e a questa enunciazione
che proveniva dagli abitanti dei pianeti celesti, il re
Paurava si riempì di gioia e disse ai sacerdoti e ai
consiglieri: "Signori, dovete tenere conto che questa
conferma viene da un messaggero dei deva! Ora posso
riconoscere apertamente questo ragazzo come il mio amato
figlio. Se io lo avessi accettato solo per le parole di
sua madre o anche per mia volontà, il popolo avrebbe
potuto dubitare della sua purezza e delle circostanze
della sua nascita, e ciò avrebbe potuto turbare la sua
vita di re. Ho parlato così perché sapevo che i deva
avrebbero mandato un loro messaggero a difendere la figlia
di Menaka e il
suo potente figlio. Ho agito così per mantenere la
promessa fatta a mia moglie e cioè che suo figlio sarebbe
diventato re e contemporaneamente per evitare un grande
scandalo che mi avrebbe forzato ad abbandonare la
famiglia". ! Ora che il messaggero dei deva aveva
testimoniato il buon nome di suo figlio, il re era al
culmine della gioia, col cuore in estasi prese suo figlio
fra le braccia baciandolo sulla testa e abbracciandolo con
tenero affetto. Sapienti brahmana accettarono senza
riserve il ragazzo e i poeti di corte si misero a cantare
le sue lodi. Il re provò la gioia veramente più grande
toccando il suo amato figliolo. Egli conosceva bene i
principi della religione e coerentemente con questi
principi rese pieno onore alla moglie. Per placare il suo
cuore ferito le disse: "Divina, la mia unione con te
era ignota al popolo, per questo, dopo lunga riflessione,
ho agito come hai visto, perché si affermasse la tua
purezza. Il popolo avrebbe potuto pensare che ero stato
preso dalla tua femminilità e dal tuo fascino e che solo
per questo mi ero unito a te. Il popolo chiede che un re
agisca per il benessere di tutti, che scelga una moglie
che aiuti il popolo e che dia al re un figlio degno di
lui. Non avrebbero mai accettato una regina scelta dal re
sotto la spinta della lussuria e neanche avrebbero
ritenuto loro principe il figlio nato da questa lussuria.
Io non posso dimenticare i miei doveri di re; ho agito in
coerenza con i miei predecessori perché il mondo dipende
da noi e se avessi fatto altrimenti, avrei perduto la mia
famiglia. lo avevo già deciso che questo nostro ragazzo
sarebbe stato il futuro re e cercavo disperatamente di
trovare un modo per salvare la nostra relazione e nello
stesso tempo preservare il regno a nostro figlio. Donna
dagli occhi meravigliosi, donna santa, anche se nella
rabbia hai usato parole dolorosissime contro di me, lo hai
fatto per il tuo amore, perciò, tutto è perdonato".
O Bharata, dopo aver così parlato alla sua amata regina,
Dushyanta la onorò lealmente con ornamenti, cibi e
bevande. Successivamente re Dushyanta consacrò il figlio
di Shakuntala come principe Bharata, erede al trono. Come
il Sole splendente fa giri ampi nei cieli, così fece il
famoso carro di quella grande personalità che fu Bharata,
andando in lungo e in largo su questo mondo. Grande ed
invincibile il suo carro tuonò per tutta la Terra e il re
illuminò le genti col suo governo, fondato sulla legge
sacra. Controllando i governanti delle varie parti della
Terra, li portò sotto un governo unificato ed armonioso,
praticando i principi delle persone sante. Fu così che
meritò il vertice della fama. Questo re fu un imperatore
perfetto, un guerriero poderoso che governò la Terra
intera e fece molti sacrifici religiosi, compresi quelli
dello stesso Indra, signore dei Marut. Come aveva fatto
Daksha prima di lui, incaricò il saggio Kanva di
officiare un sacrificio durante il quale venne offerta una
gran quantità di regali a tutti i partecipanti, persino
alle persone comuni venute come spettatori. Questo re, che
possedeva enormi ricchezze, fece un sacrificio del cavallo
durante il quale venne distribuito un gran numero di
mucche pregiate colme di latte. Va ricordato anche che re
Bharata dette miliardi di mucche a Kanva Muni. Da re
Bharata scaturisce la fama della gloriosa dinastia
Bharata, cui appartennero molti re antichi e famosi
che presero il nome di Bharata. Ci furono infatti, nella
sua discendenza, molti re nobili e potenti come i deva.
Questi re furono così devoti al Signore Supremo da essere
accettati come Suoi rappresentanti autentici in Terra. Non
è possibile menzionare qui tutti i loro nomi perché i
grandi re Bharata furono innumerevoli. Ricorderò i più
importanti tra loro, o Bharata, re dalla sorte
straordinariamente fortunata, radiosi su questa Terra come
deva, ardimentosi seguaci della verità e della
rettitudine".(
tratto
dal libro Mahabharata
Antologia di passi scelti da Marco Ferrini
– Centro Studi Bakhtivedanta –
Perignano Pisa -
traduzione dal sanscrito di Marco Ferrini e CSB).
SHIVA
E IL CANDALA.
Nell'opera "L'Induismo Vivente", di Jean Herbert,
viene riportato il caso emblematico di Nanda, un giovane
fuoricasta nato nel XIV sec. nel distretto di Tanjore, il
quale, non solo venne riconosciuto come proprio guru dal
maestro brahmano del villaggio, ma, giunto a Cidambaram,
dove Siva danza eternamente il tandava, venne ammesso nel
sancta sanctorum dai 2.999 brahmani (Siva era il
3.000mo) preposti al servizio del tempio e
investito del cordone brahmanico da Mahadeva stesso.
"Questa è la storia - conclude J. Herbert - del
santo paria Nanda, che le genti del paese non smettono
tuttora di raccontare e che fa scendere le lacrime dai
loro occhi". Celebre è pure l'incontro, in uno
stretto vicolo di Kasi, di Sri
Sankara con un candala circondato da quattro cani;
allorché il grande acarya ingiunse all'intoccabile di
andarsene, questi rispose: “comandi di spostarsi a
questo corpo fatto di cibo dal tuo corpo fatto di cibo,
o alla coscienza ch'è in esso dalla tua coscienza?
Fatti di cibo sono
entrambi i nostri corpi, non c'è nulla da
accettare o rifiutare in essi. Come puoi considerare il
tuo più puro del mio? Se invece ti riferisci alla
coscienza, essa è una soltanto, priva
d'attaccamento, pura, eterna,
imperitura, senza distinzioni o differenze.
Egualmente si riflette lo splendore del
sole nelle purificatrici acque del Gange o in un
vaso colmo d'urina;
dov'è dunque la differenza tra la coscienza di un
brahmano e quella di un candala?".
Dopo una pausa di silenzio, Sankara, stupendo il
proprio seguito, si prosternò ai piedi dell'intoccabile e
proferì le
memorabili strofe del Manisapancaka: "In verità
io sono il soggetto veggente e non
l'oggetto veduto. Chi abbia questa ferma
convinzione è mio maestro,
sia egli un candala o un bramano,
nato due volte". Non appena Sankara
ebbe
pronunciato tali parole, il candala si trasformò
in Siva, signore di Kasi, e i cani nei quattro Veda
eterni.
STORIA
DI NACIKHETA |