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Cultura e Sufismo - Iran

Integralismo e intolleranza nell'Islam

San Francesco e Jalâl âlDîn Rûmî Scienza e filosofia nell'Islam
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Integralismo e intolleranza nell'Islam

Una breve premessa chiarificatrice, anzitutto. Il verbo dell'Islam è contenuto nel Corano, e tutto ciò che non è coranico nulla ha a che vedere con l'Islam. Ciononostante, le divergenze tra speculazione teologica e sentito religioso, e soprattutto l'attuale ricerca di una identità religiosa nei paesi che hanno subìto la frattura del colonialismo, permette ancora a politici interessati e individualmente prevaricatori di utilizzare la religione per scopi anche del tutto in contrasto con i princìpi religiosi stessi. In definitiva, se l'Islam come religione non ha difetti (e nessuna religione veramente tale ne ha) le varie correnti teologiche che da secoli applicano e impongono le loro interpretazioni hanno molti difetti, proporzionalmente maggiori quanto più si allontanano dalla corretta lettura del Corano. Ciò ha permesso perfino che si stabilisse un integralismo addirittura definito islamico, anche se per molti aspetti è del tutto in antagonismo con i precetti enunciati dal Corano e dagli Ahàdìth, e pur se in effetti ogni religione, ogni corrente politica ha il suo integralismo.

Giustamente Roger Garaudy, eminente filosofo musulmano, osservava: «Gli integralismi, tutti gli integralismi, siano essi tecnocratici, staliniani, cristiani, ebrei o islamici, costituiscono oggi il pericolo più grande per l' avvenire. La loro vittoria, in un'epoca in cui abbiamo solo la scelta fra la reciproca distruzione certa e il dialogo, ghettizzerebbe tutte le comunità umane in sette fanatiche chiuse in se stesse e quindi votate all'affrontamento... L'integralismo è il più grande pericolo della nostra epoca, epoca in cui nessun problema può essere risolto a partire da una comunità parziale e dai suoi dogmi». Integralismo e fondamentalismo si trovano gomito a gomito, ma rimangono slogan vaghi, correntemente usati per descrivere ideologie militanti, ma quasi sempre senza approfondimenti e conoscenze di sorta. Delucidiamone i significati: l'integralismo pretende un sistema unitario abolendo pluralità di concetti e di programmi; il fondamentalismo pretende l'applicazione rigorosa dei principi d'origine senza concessioni evoluzionistiche né adattamenti alle circostanze mutate. Questi due termini furono coniati all'inizio del nostro secolo per definire movimenti cristiani. All interno di ciascuno di questi termini sussistono tre diversi momenti: risveglio, riformismo, radicalismo.

Tuttavia l'integralismo o il fondamentalismo in se stessi non sono sufficienti per determinare azioni criminali: ne sono complementi necessari l'ignoranza, la miseria, una serie precisa di devianze psichiche, e la strumentalizzazione da parte di lobbie con grandi interessi economici e ampi capitali a disposizione, il più delle volte lobbie che usano gli integralisti ma non hanno nulla a che vedere con le ideologie avanzate dagli integralisti che manovrano. In questo campo abbiamo criminali di tutte le confessioni: cattolici, con l'ETA basca o l'IRA irlandese (anche i Brigatisti rossi italiani erano, dopotutto, battezzati); riformati, con le SS tedesche; islamici, in Celesiria e in Algeria; ebreo è l'assassino di Rabin; ortodossi sono i Serbi bosniaci. E tutto ciò non è un aspetto nuovo: sono episodi attuali di movimenti radicati nei secoli, e che da secoli si ripresentano periodicamente, anche se alcuni giornalisti affermano persino che una gran parte di questi movimenti integralisti è sovvenzionata o coordinata dalla CIA, che ha fatto proprio l'antico motto romano: Divide et impera. 

Ciò premesso, consideriamo che vi sono nello stesso Islam vari tipi differenti di integralismo, in opposizione alle differenti posizioni assunte dall'assetto politico delle molte nazioni. In relazione alle differenti posizioni politiche, un primo gruppo è costituito da Egitto, Siria, `Iraq e Yemen, in cui il capitalismo di stato - affrontando il problema della riforma agraria - ha dato impulso ad apparati burocratici escludendo la classe intermedia indipendente. Da notare che questo gruppo, ed altri consimili, in un primo tempo si è addirittura appoggiato ad un partito comunista, partito che di per se stesso si trova in opposizione con i concetti dell'Islam. Un secondo gruppo è costituito da Algeria, Tunisia e Libia, in cui il potere militare affidò le riforme ad un ristretto settore privato con conseguenze politiche piuttosto che economiche. Un terzo gruppo è costituito dall'Indonesia, dal Pakistan e dal Bangladesh, caratterizzati da un processo di integrazione del sistema di patrocinio delle grandi famiglie e dei latifondisti. Il quarto gruppo è costituito da Arabia Saudita, Brunei, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Bahrain, in cui il patrocinio esclude ogni forma di democrazia, di dialogo politico, di personalizzazione economica. Si consideri che la famiglia reale dell'Arabia Saudita opera a fondo uno sfruttamento dello spirito religioso speculando sul pellegrinaggio alla Mecca, e che la sua ricca economia petrolifera è dominio esclusivo dei 6.000 membri della famiglia reale. Ogni opposizione, come quella operata nel 1979 da Muhammad alQahtani, è soffocata violentemente nel sangue. Un quinto gruppo è costituito da Giordania e Marocco, in cui al potere reale si affianca una democrazia che può far sentire la propria voce (si consideri che, a fronte dei 6.000 membri della famiglia reale dell'Arabia Saudita proprietari dell'intero territorio, in Marocco ci sono 800.000 grandi famiglie terriere).  Un sesto gruppo è costituito da Afghanistan, Sudan e Nigeria, in cui le divisioni settarie, tribali e religiose inquinano il processo di integrazione dando origine a forme esplosive di protesta. 

L'Iran parrebbe costituire un caso a sé. La sua ricchezza ha interessato - e per conseguenza diviso - la Francia, l'Inghilterra e gli Stati Uniti, in posizioni di propaganda e nella ricerca d'un colonialismo economico cui dovrebbe farsi risalire ogni informazione in Occidente ed ogni opposizione sul territorio. Lo Shah, cacciato una prima volta dal popolo insofferente del suo dispotismo e tornato dall'esilio nel 1953 grazie al colpo di stato organizzato dalla CIA, con l'appoggio di Kennedy costrinse, nel 1975, migliaia e migliaia di uomini d'affari all'esilio o alla galera; lo sperpero del 40% delle entrate in armamenti e la sua preferenza per la propria famiglia e per le sue forze armate gli alienò del tutto ogni pur ipotetico favore del popolo. Ciò doveva di forza sfociare in una rivoluzione popolare, e fu allora facile per la Francia appoggiare l'Imam Khomeini. Questa rivoluzione, avversata ancor oggi dall'Inghilterra, mentre gli Stati Uniti hanno ridotto alla fame la popolazione con un severo blocco economico, per il fatto stesso che l'evoluzione dell'Iran è in arretrato di duecento anni sull'Europa ripete la Rivoluzione Francese, ed ha immancabilmente, quindi, i suoi Danton, i suoi Marat, i suoi Robespierre. Come aspettarsi d'altronde che l'Iran si consegni mani e piedi legati all'Inghilterra e agli Stati Uniti? Ma, in generale, come aspettarsi che tutto l'Islam, con sua propria cultura, storia, civiltà, si rassegni a sottostare alla legge del dollaro o alla legge del rublo? Capitalismo, socialismo, comunismo, secolarismo sono espressioni in contrasto con il messaggio dell'Islam; ma non si può pretendere che l'Islam rinunci ai suoi alti valori per diventare in modo assoluto il possedimento coloniale di culture materialistiche, mafiose, corrotte, le cui conseguenze sono l'alienazione, il degrado morale, l'annichilimento dell'anima. Un solo paese, a maggioranza musulmana e da secoli simbolo di tolleranza fra diverse religioni e fra diverse etnie, si pone come modello d'un islamismo illuminato e tollerante: la Turchia. Ad esso guardano tutti i paesi turchi che ancor oggi soffrono sotto l'oppressione sanguinosa del dominio russo: Cecenia, Azeirbagian, Turkestan, Turkmenistan... in cui la sola riposta all'oppressore, la sola possibilità di difesa della propria identità è la lotta armata. Ma torniamo alla religione. Come deve realmente essere, in effetti, il musulmano, secondo i precetti del Corano? 

Dice il Corano: "Ecco come sono i servi del Misericordioso: camminano sulla terra con umiltà; quando gli ignari si rivolgono loro, dicono loro: «Pace». Passano le notti pregando il Signore [...]. Quando dispensano, non sono né prodighi né avari, poiché il giusto sta nel mezzo; e non invocano altra divinità accanto a Dio; e non uccidono anima alcuna se non secondo diritto, perché Dio l'ha proibito; e non compiono atti osceni; chiunque lo fa incorre nel peccato, avrà un castigo doppio il giorno della resurrezione, e rimarrà oppresso dall'ignominia, a meno che non si penta, creda e compia opera buona; perché a quelli Dio muterà il male in bene - poiché Dio è perdonatore, compassionevole. E non testimoniano falsamente, e passano nobilmente attraverso la vanità; e quando i versetti di Dio sono recitati non rimangono sordi e ciechi. E dicono: Signore, da' a noi, alle nostre mogli, ai nostri discendenti, la serenità; e fa' di noi un esempio ai fedeli".(25°63-76)  Passando al secondo punto, quale deve essere l' attitudine del musulmano nei confronti delle altre religioni? Dice il Corano:"Sì, i musulmani, gli Ebrei, i Cristiani e i Sabei, chiunque ha creduto in Dio e nel Giorno ultimo e compiuto opera buona, per costoro la loro ricompensa presso il Signore. Su di loro nessun timore, e non verranno afflitti".(2º 62) "Dì: noi crediamo in Dio, in quel che ci ha rivelato, e in quello che ha rivelato ad Abramo, a Ismaele, a Isacco, a Giacobbe, alle Tribù, in quel che è stato dato a Mosè e a Gesù, e in quel che è stato dato ai profeti dal loro Signore: noi non facciamo differenza alcuna con nessuno di loro. E a Lui noi siamo sottomessi".(2°136) "Dì: Genti del Libro, sarete sul nulla fintanto che non seguirete la Thora, il Vangelo e ciò che vi è stato rivelato dal vostro Signore [...]. Sì, i musulmani, gli Ebrei, i Sabei, i Cristiani - chiunque crede in Dio e nel Giorno ultimo e compie opera buona -nessun timore per loro e non verranno afflitti".(5º 68-69) "Sì, noi ti abbiamo fatto rivelazione, come noi abbiamo fatto rivelazione a Noè e ai profeti dopo di lui. E noi abbiamo fatto rivelazione ad Abramo, a Ismaele, a Isacco, a Giacobbe, e alle Tribù, a Gesù, a Giobbe, a Giona, ad Aronne, a Salomone, e abbiamo dato il Salterio a Davide. Per comunicare con Mosè Dio ha parlato. E vi sono dei messaggeri di cui ti abbiamo raccontato in precedenza, e messaggeri di cui non ti abbiamo raccontato, messaggeri annunciatori e messaggeri avvertitori, affinché dopo i messaggeri non ci fossero più per le genti argomenti contro Dio. E Dio è Potente e Saggio".(4°163-165). Sottolineo il passo coranico appena citato: "E vi sono dei messaggeri di cui ti abbiamo raccontato in precedenza, e messaggeri di cui non ti abbiamo raccontato". Il Corano cita venticinque Profeti; ma secondo la tradizione - come si legge nel Fihrìst di Ibn Nàdim, i Profeti che predicarono sulla terra sarebbero stati 124.000, e i Libri sacri rivelati ben centoquattro. Ecco quindi perché, presso i Sufi del Centroasia, sono riconosciuti come profeti, ad esempio, il Buddha, il Thirtankara, Guro Nanaq, ciascuno portatore del suo Libro sacro. Ma continuiamo a sentire che cosa ci dice il Corano a proposito della tolleranza interreligiosa: "Se un idolatra ti chiede asilo, concedigli asilo. Ascolterà la Parola di Dio. Poi fallo giungere in un luogo per lui sicuro. Ciò perché in verità è gente ignara".(9°6) "Nessuna costrizione in fatto di religione: la giusta direzione si distingue dall'errore, e chiunque rinnega il Ribelle e crede in Dio ha afferrato l'ansa più solida, che non si spezza. Dio sente e sa".(2°256) "La verità emana dal Signore. Creda chi vuole, non creda chi non vuole".(18°29) "Noi non costringiamo nessuno, se non secondo le sue capacità. E nessuno verrà leso, poiché è presso di Noi il Libro che dice la verità".(23°62).  Junaid - Maestro sufi del IX° secolo - disse: «Il colore dell'acqua è il colore del suo recipiente», intendendo che tutte le religioni sono eguali; differiscono per ambiente, nome e ritualistica, ma non possono differire nella sostanza. La divinità, assoluta, non può essere contenuta in una cosa perché è l'origine - e l'essenza - di tutte le cose, e quindi anche di tutte le religioni. Più ci si avvicina a Dio, e più si capisce che tutte le religioni sono tentativi per avvicinarLo. E veniamo così al punto che più mi riguarda: l'aspetto più illuminato e tollerante dell'Islam, il Sufismo. I sufi costituiscono tutta una serie di consorterie di pensiero che sono state alla base di scienze e di speculazioni metafisiche anche dell'Europa. Se è auspicabile che i valori del Sufismo vengano conosciuti dai non musulmani, se è tempo che siano riconosciuti da quanti seguono etiche che hanno lo scopo comune di elevare l'umanità, di creare un mondo di pace, di tolleranza, di illuminata fratellanza universale, è anche tempo che l'etica patrimonio del Sufismo si diffonda fra tutti i musulmani. Sorte dalla lettura culturalmente progredita del Corano, precipua degli Iraniani in unione con tecniche filosofico-sciamaniche dei Turchi, le correnti sufiche nacquero nell'Asia centrale, e dai Turchi vennero diffuse in tutto il mondo islamico. Nel mondo turco emersero Ordini che promossero correnti mistiche ricche di pensatori eminenti; presso gli Arabi e alcune popolazioni arabofone alcune confraternite dei Sufi degenerarono in correnti politiche integraliste o di bassa spettacolarità a carattere magico. 

I Turchi si caratterizzavano per l'aperto interesse verso tutte le formulazioni fideistiche. Un esempio: in periodo pre-islamico, il Buddhismo si diffuse in Cina proprio grazie ai regni turchi della Cina del Nord (in particolare il regno Wei, 386-551). Loyang, capitale dei Turchi Tabgaç, ebbe oltre 1.300 pagode e, per ordine di Thopa Hong II° (471-499) furono creati nelle grotte di Longmen i capolavori dell'arte buddhista d'ispirazione greco-romana, secondo modelli importati dal Gandhàra (Afghànistàn).  E' da considerare che il Buddhismo era una religione elitaria, e si esprimeva soprattutto nel coordinamento dell'ordine monastico, ben organizzato e potente. Non è da escludere che quando l'intellighenzia turca passò dal Buddhismo all'Islamismo, gran parte della classe monastica buddhista sia a poco a poco defluita in quello che si può chiamare il "monachesimo" dell'Islam. Ancora nel XIII° secolo molti monaci buddhisti aderirono alla Kalandariyya (ordine sufico del Khoràsàn sorto nel IX° secolo), e solo dopo la sua diffusione verso Occidente ad opera di Sàvì (1168-1231) questa Confraternita perse ogni riecheggiamento buddhista allineandosi del tutto alla Shariha islamica.  L'etica dei Sufi (come giustamente osserva il giudice Said alAshmawì, un grande giurista islamico contemporaneo) afferma che la religione non può essere utilizzata come politica poiché la religione eleva mentre invece la politica corrompe, limita, divide, uccide. Non si può accettare una formula religiosa spinti dall'ignoranza, dalla paura o dal preconcetto. La vera religione - nel nostro caso l'Islam vero - si basa su due principi: fede in Dio e rettitudine nel comportamento. L'etica del Sufismo è da secoli impegnata in questo conseguimento, e si propone come risoluzione della ricerca di identità dell'Islam che nelle plurime e a volte perfino aberranti o inquinate manifestazioni oggi rischia di allontanarsi dai precetti coranici così come ne sono lontani (pur proclamandosi invece musulmani) alcuni capi di Stato del periodo attuale. Il sufismo avvicina l'uomo a Dio attraverso l'avvicinamento dell'uomo a tutti gli altri uomini, grazie alla tolleranza per ogni pensiero differente dal proprio, al rispetto per l'individuo ma anche per i suoi diritti e per il suo ambiente. Sin dal XII° secolo i Sufi hanno propagandato il motto «libertà, eguaglianza, fratellanza». Questo nonostante le persecuzioni da parte di dittatori, ulema corrotti, teologi limitati. Persecuzioni che sono state esemplate dal martirio di alHallaj (858-922), uno dei poeti mistici più eminenti dell'umanità tutta. Personaggio di spicco per la comprensione dell'etica sufica è Jalal alDìn Rùmì, il Dante Alighieri della gente turca, uno dei più grandi mistici dell'umanità. Nato a Balkh (Afghànistàn) nel 1207, morì a Konya (Turchia) nel 1273. Di lui il professor Halil Cin, rettore dell'Università Selciukide di Konya, ha scritto: «Rumì, superando le frontiere religiose del pensiero turco e dell'Islam, è simbolo di un amore, d'una tolleranza e di una pace indirizzati a tutta l'umanità. Trova la fonte dell'ispirazione nell'Islam e nella cultura turca; li esprime ed amplifica, e li offre a tutti senza distinzione alcuna, mentre la maggior parte dei conflitti fra gli uomini deriva appunto dalla mancanza d'amore, dall'egoismo, dal fatto che non è dato alla persona umana il valore che merita. Questo messaggio di Rumì trova veramente l'ambito universale nella quartina che leggiamo all'ingresso della Mevleviyya di Konya: «Vieni, vieni, chiunque tu sia vieni.
Sei un miscredente, un idolatra, un pagano? Vieni. Il nostro non è un luogo di disperazione, e anche se hai violato cento volte una promessa... vieni»
. Ebbi a dire in altra sede che Rumì ci insegnò "a superare il preconcetto limitante, il condizionamento restrittivo, il ricatto morale ed ogni sentimento egoistico che acidamente semina nelle coscienze terrene l'imposizione violenta di una ideologia, sia essa politica o religiosa, che non sia a dimensione umana valida per tutta l'umanità, in grado di insegnare la pace, la tolleranza, il rispetto reciproco". Oggi tutti invocano la pace, ma secondo i concetti di Seyyd Hossein Nasr: «essa non è mai raggiunta proprio perché dal punto di vista metafisico è assurdo aspettarsi che una cultura consumistica ed egoistica, dimentica di Dio e dei valori dello spirito, possa darsi la pace. La pace fra gli esseri umani è il risultato della pace con se stessi, con Dio, con la natura, secondo una componente etica che abbia superato false morali, preconcetti, interessi unilaterali e presuntuose ignoranze. Essa è il risultato dell'equilibrio e dell' armonia che si possono realizzare soltanto aderendo agli ideali precipui delle società esoteriche. In, questo contesto è di vitale importanza la pace fra le religioni». «In tema di pace va detto qualcosa a proposito della pace interiore che oggi gli esseri umani cercano disperatamente tanto da aver favorito l'insediamento in Occidente di pseudo-yoghi improvvisati, di falsi guaritori spirituali, anche di falsi maestri sufi. In realtà si avverte per istinto l'importanza dell'ascesa mistica ed etica, ma ben pochi accettano di sottoporsi alla disciplina di una tradizione autentica, la sola che possa produrre effetti positivi, qualsiasi essa sia». Allora, quando si è atei, quando mancano ideali religiosi o etici o morali, molti si volgono alla droga, che è violenza su se stessi e fuga, oppure alla violenza sugli altri giungendo anche al massacro sistematico di popolazioni inermi o di gruppi etnici diversi dal proprio. Rumì scrisse: «Le vie sono diverse, la meta è unica. Non sai che molte vie conducono a una sola meta? La meta non appartiene né alla miscredenza né alla fede; lì non sussiste contraddizione alcuna. Quando la gente vi giunge, le dispute e le controversie che sorsero durante il cammino si appianano; e chi si diceva l'un l'altro durante la strada "tu sei un empio" dimentica allora il litigio, poiché la meta è unica». Questo non è solo il superamento della religione, ma il "rispetto" d'ogni religione, come insegna lo stesso Corano. Non vi è infatti altro testo sacro che parli così diffusamente e in modo tanto aperto dell'universalità di tutte le religioni; e ancora una volta si dimostra che i vari emiri, re e dittatori che interpretano i versetti del Corano a loro stretto beneficio momentaneo e si pretendono musulmani, in effetti sono ben lungi dall'esserlo. E torniamo all'integralismo. Anzi: agli integralismi, cancro del tempo d'oggi. Quali sono le soluzioni possibili ai problemi posti dagli integralismi d'ogni tipo? Le soluzioni esigono un cambiamento radicale: a) della politica nei riguardi del Terzo Mondo e delle relative emigrazioni-immigrazioni;
b) nei riguardi dell'Europa; c) nei riguardi della disoccupazione e dell'insieme globale della politica sociale; d) nei riguardi delle conoscenze e degli atteggiamenti verso le varie culture, quelle degli altri e la nostra. Questi quattro postulati sono strettamente interdipendenti. Dal momento che è oramai certo che nessun problema si può risolvere nel quadro di una comunità parziale a causa dell' interdipendenza universale, l'integralismo che pretende imporre una verità totale per risolvere tutti i problemi è quanto mai pericoloso.  La chiave di volta è il dialogo. Il dialogo ha come scopo la scoperta dei valori comuni, il rispetto dei valori altrui, l'acquisizione del concetto che se rimaniamo ciascuno con la propria conoscenza possediamo una conoscenza ciascuno, ma se acquisiamo la conoscenza dell'altro possediamo due conoscenze. L'avvenire prossimo conoscerà mutamenti considerevoli: gli Stati Uniti d'America non potranno più atteggiarsi a padroni del mondo, scalzati dal nuovo colosso Cina-Giappone che ineluttabilmente avanza, con la sua rispettabile cultura millenaria che pretenderà il dialogo con culture altrettanto rispettabili e millenarie. Solo il dialogo permetterà allora la sopravvivenza dei popoli deboli. Che tutti coloro che in un modo o nell'altro sono rigidamente legati ad un qualsiasi integralismo, e che per conseguenza ignorano la propria cultura, deridendo al contempo le culture degli altri, ci pensino.
Gabriele Mandel Vicario generale per l'Italia della Confraternita dei Sufi Jerra hi- Halveti 

San Francesco e Jalâl âlDîn Rûmî

San Francesco e Jalâl âlDîn Rûmî, ossia: Francescanesino e Sufismo,una meravigliosa parentela spirituale. Una premessa. Dice Dio nel Corano: Né i cieli né la terra Mi contengono, ma Mi contiene il cuore del Mio fedele. Il cuore, non la mente; poiché infatti possiamo capire Dio con i sentimenti che simbolizziamo con il termine “cuore”; mai con il ragionamento, la ricerca scientifica, la speculazione razionale. Mistico è colui che aspira ad infrangere i limiti terreni della sua carne, per giungere a capire sempre più Dio, per sentirlo nella Sua realtà ineffabile e incommensurabile, anche se, in effetti, secondo il Corano (50ª16), Dio è vicino a ciascuno di noi più della sua stessa vena giugulare. Se facciamo cadere una goccia d’acqua in una coppa d’essenza di rose, questa goccia prende il colore e il profumo dell’essenza di rose. Così è l’anima perduta in Dio, annientata nella Sua infinitezza, con la fruizione piena della divinità senza più limiti terreni, nel più alto grado dell’esperienza religiosa. Tutte le religioni hanno il loro lato mistico. Due tuttavia si differenziano dalle altre per due punti essenziali: 1) la necessità della Grazia divina, ossia la necessità che sia Dio a chiamare il Suo fedele; 2) la nozione precisa che questa chiamata non annulla né la trascendenza assoluta di Dio né l’individualità spirituale dell’anima che purtuttavia da Dio deriva ed è come goccia dell’oceano senza fine che è Dio. Queste due religioni sono la cristiana e la musulmana.  È ad ogni modo indubbio che agli occhi di un ricercatore storico delle vie mistiche balzano evidenti le analogie che le profondità del pensiero mistico sia cristiano sia musulmano propongono ad ogni piè sospinto. Si potrebbe facilmente tracciare tutta un’antologia di passi paralleli. Il poco tempo a disposizione in una chiacchierata come questa non lo permette, ma l’approfondimento del misticismo islamico è oramai possibile, grazie alla moltitudine di testi musulmani tradotti oggi nelle lingue occidentali, italiano compreso. Così possiamo avvicinare i testi di Rabica, la più grande mistica musulmana, a quelli di santa Teresa d’Avila; i testi di alFarabi (?-950), trattatista di musica e filosofo mistico, a quelli di san Tomaso d'Aquino che appunto ad âlFarabi si ispirò. D’altronde è di norma paragonare san Tomaso d’Aquino – per la qualità del  pensiero teologico - ad Averroè, o ad âlGhazzali, o a Îbn alcArabi, i tre più eminenti teologi e Maestri sufi dell’Îslâm. Della mistica cristiana troviamo i primi spunti in Clemente Alessandrino e in Agostino, spunti che vennero sistematizzati dallo Pseudo Dionigi l’Areopagita in un Corpus Dionysiacum che, tradotto da Scoto Eriugena nel IX° secolo, ispirò a Bernardo di Chiaravalle un misticismo affettivo cristocentrico, e ad Ugo e a Riccardo di San Vittore un misticismo profondamente psicologico. Da qui derivò il misticismo candido di Francesco, quello colto di Bonaventura, quello apocalittico di Gioacchino da Fiore. Citerò in particolare, a mo’ di esempio, due mistici di grande statura: san Francesco, frate, grande mistico della cristianità, e Jalâl âlDîn Rûmî, sufi, grande mistico dell’Îslâm, entrambi molto vicini a Dio, e pertanto molto vicini fra loro. Essi hanno numerosi punti di contatto sia per ciò che riguarda la loro vita terrena, sia  per ciò che riguarda la loro visione del divino. Entrambi poeti, entrambi fondatori di una loro Confraternita monastica fra le maggiori, san Francesco nel Cristianesimo e Rumi nell’Îslâm. Entrambi vissero nel XIII secolo. Osserviamo allora  che questo XIII° secolo fu un periodo fertile di inizi, formazioni e delineazioni sia per il mondo Occidentale che per quello orientale. Varie figure di prua del mondo cattolico e del mondo islamico, ad esempio, si trovarano in parallelo nel corso di questo secolo. Dante è all’inizio della poesia in lingua italiana e Yunus Emre di quella in lingua turca; inoltre nel mondo islamico e in quello cattolico medici, architetti, filosofi in un parallelismo esemplare, come il Vesalio e Îbn Nafis (1203-1288) le cui anatomie vennero in seguito copiate anche da Leonardo da Vinci. Possiamo quindi dire che precipuamente omologo di san Francesco fu Jalal alDin Rumì.

Anzi: nel 1216 Rûmî fu a Damietta, in visita dal sultano Malik âlKamil, ripartendo subito per la Turchia; e san Francesco fu a Damietta nel 1219. Nel 1216 Rûmî parlò a Damasco con il grande mistico e teologo musulmano Îbn âl`Arabî; e con Îbn âl`Arabî san Francesco si intrattenne a Damietta nel 1219, quando si recò alla corte del sultano, ove incontrò vari sufi, conversando a lungo con loro. Ma non fu questo un primo incontro: già nella primavera del 1214 san Francesco aveva conosciuto dei sufi nella Spagna musulmana e in  Marocco. San Francesco si formò in gioventù a contatto diretto con trovadori francesi a loro volta educati dai trovatori musulmani in particolare andalusi Sappiamo che san Francesco parlava correntemente il provenzale. Per ciò che riguarda l’ambiente del tempo in cui san Francesco visse, non vanno dimenticati l’imperatore Federico II°, detto per antonomasia «il più musulmano dei re cattolici, il più cattolico dei re musulmani», e il grande Dante Alighieri. La poesia italiana si formò alla Corte di Federco II° per il contatto intenso con i poeti musulmani, di cui il maggiore, nella Sicilia stessa, fu Îbn Hamdîs (1055-1132). Dante Alighieri trasse ispirazione strutturale e figurale per la sua Divina Commedia dal testo musulmano Il viaggio notturno del Profeta Maometto (studio completo del reverendo Miguel Asin Palacios, 1919). Del pari si ispirarono alla poesia musulmana i troubadours provenzali, i poeti spagnoli alla corte di Alfonso el Sabio, e i compagni di Dante detti "I seguaci d'Amore", come possiamo leggere anche nel denso studio di Luigi Valli (Dante e i seguaci d’amore. Roma 1928). Ben noti sono a voi i frati e le suore; forse un po’ meno quelli che si sogliono considerare i frati e suore dell’Islam, i sufi appunto. Qualche notizia allora sui sufi, i mistici dell’Islam. Secondo Si Hamza Boubakeur (che fu rettore dell'Università islamica di Parigi, rettore della Moschea di Parigi, discendente diretto del primo "califfo ben diretto" Âbû Bakr, nonché mio Compianto e venerato maestro) «il Sufismo in se stesso non è né una Scuola teologico-giuridica, né uno scisma, né una setta, anche se si pone di sopra da ogni obbedienza. È innanzi tutto un metodo islamico di perfezionamento interiore, d'equilibrio, una fonte di fervore profondamente vissuto e gradualmente ascendente. Lungi dall'essere una innovazione o una via divergente parallela alle pratiche canoniche, è anzitutto una marcia risoluta d'una categoria di anime privilegiate, prese, assetate di Dio mosse dalla scossa della Sua grazia per vivere solo per Lui e grazie a Lui nel quadro della Sua legge meditata, interiorizzata, sperimentata». I Sufi si dividono in Confraternite, a un dipresso, appunto, come le Confraternite dei frati e delle suore nel mondo cristiano, con la sola differenza che i sufi e le sufi si sposano e vivono nel mondo, o, come essi dicono:. «Nel mondo, ma non del mondo, nulla possedendo e da nulla essendo posseduti.» Le Confraternite dei Sufi si sono sgranate lungo il corso dei secoli, e in tutta la storia della cultura islamica, se si cita un grande scienziato, un grande poeta, un grande musicista, o architetto, o pittore, si cita quasi sicuramente un maestro sufi. Punta di diamante dell'Îslâm, dal momento che l'Îslâm non si presenta come un blocco monolitico ma ha varie coloriture, varie sfaccettature e varie istanze a seconda dei luoghi geografici e delle diversificazioni storico-sociali, anche il Sufismo ha vari aspetti, e sette sono le sue grandi Confraternite maggiori. Possiamo dire che la vera origine del Sufismo è situabile nell'Asia turco-iraniana; per ragioni storiche esso ha via via riassunto e inglobato – fra il X° e il XII° secolo, insegnamenti esoterici buddhisti, indù, classico-egizi e cristiani pur scaturendo da una matrice sciamanica non mai sopita; mentre in certe zone dell'Arabia e del Nordafrica - soprattutto nei due ultimi secoli - è andato poi anche degenerando in aspetti folcloristico-popolari. Inoltre, forse sulla scia del New Age, sono comparse in Occidente anche false confraternite sufi che nulla hanno a che vedere con il verbo autentico del Sufismo, anche se del Suismo scimmiottano stupidamente alcuni aspetti esteriori.

Per essere sufi occorre comunque essere musulmani, ed essere accolti e iniziati in una contraternita tradizionale e autentica. Base imprescindibile del Sufismo è il Corano, correttamente letto, meditato, interpretato, come diceva appunto Si Hamza Boubakeur; e attenendosi strettamente al Verbo del Corano i veri Sufi seguono questi principi base: rispetto per le persone; rispetto per tutte le religioni; amore per la pace; comportamento corretto sulla base dell'etica. Su questa base il Sufismo si ricollega a tutte le altre grande tradizioni mistiche anche per il suo rito precipuo, il dhikr, di cui è noto in Europa quello precipuo dei Mevlevi il Semà. I Mevlevi sono noti con il termine di dervisci roteanti. Va tenuto presente che i termini “dervisci”, “sufi” e “faqîr” sono sinonimi; la differenza fra questi termini è una questione di diversità di lingue). Con il dhikr i sufi possono giungere a stati estatici, percepire la realtà divina, acquisire consapevolezze non altrimenti raggiungibili; e all’atto pratico possono anche infondere serenità, pace e benessere tramite alcuni aspetti precipui di quelle conoscenze sciamaniche che il Sufismo condivide con il Buddhismo e con certo hinduismo. Non è da tralasciare una conoscenza specifica del Sufismo, la Musicoterapia, dovuta anche al fatto che i più grandi Medici dell’Îslâm, il turco Avicenna ad esempio, erano sufi. La Musicoterapia dei Sufi è utile per la guarigione di malattie fisiche e di devianze psichiche, e anche per infondere nei cuori un senso di pace. Fârisî (891 c.-980) disse: «Le condizioni fondamentali del Sufismo sono dieci.» Riassumendo, esse sono: Credere nell’unicità di Dio, imparare, frequentare i confratelli, pregare, viaggiare, aver pazienza, fare voto di povertà, essere umili, pentirsi degli errori commessi, rinunciare.» Questi furono i valori dei sufi nei primi secoli della loro storia. E i Sufi predicano in modo particolare la Pace. Oggi tutti invocano la pace, ma secondo i concetti di Seyyd Hossein Nasr, sufi e grande filosofo iraniano contemporaneo, «La Pace non è mai raggiunta proprio perché dal punto di vista metafisico è assurdo aspettarsi che una cultura consumistica ed egoistica, dimentica di Dio e dei valori dello spirito, possa darsi la pace. La pace fra gli esseri umani è il risultato della pace con se stessi, con Dio, con la natura, secondo una componente etica che abbia superato false morali, preconcetti, interessi unilaterali e presuntuose ignoranze. Essa è il risultato dell’equilibrio e dell’armonia che si possono realizzare soltanto aderendo agli ideali precipui delle correnti mistiche. In questo contesto è quindi di vitale importanza la pace fra le religioni. Così i Sufi dicono che l'Ebraismo è la religione della SPERANZA, il Cristianesimo è la religione dell'AMORE, l'Islâm è la religione della FEDE. Ed ecco: questo è il terzo polo, equilibrio delle vicende umane in tutta la loro estensione: la Fede, la Speranza e l'Amore, origini della mistica, della spiritualità, dei valori sublimati che ci conducono alla comprensione di Dio, nostro Signore unico ed assoluto, il Creatore di tutto. La comprensione dei "valori dell'altro", il giusto equilibrio fra rispetto e reciproca conoscenza, sono i valori eminenti che possono restituire al mondo, dopo due millenni di incomprensioni e di lotte fratricide, la serenità interiore e la pace universale cui tutti gli "uomini di buona volontà" spirano. Questa, in definitiva, è la Via del Sufismo, una delle tante vie per adorare Dio nella sua più pura essenza. Rabicah âlcAdawiyya (?-801), una grande mistica sufi dell’VIII° secolo, scrisse di Dio:

«Mio Dio: se ti adoro per paura dell’inferno bruciami nell’inferno;

se Ti adoro nella speranza del Paradiso, escludimi dal Paradiso;

ma se Ti adoro unicamente per Te stesso, non mi privare della Tua bellezza eterna.»

Ne sentiamo ancora gli echi nei primi quattro versi di un sonetto attribuito a santa Teresa d’Avila (1515-1582):

                        «No me muove, mi Dios, para quererte,

                        el Cielo que me tienes prometido,

                        ni me muove el infierno tan temido

                        para dejar por eso de ofenderte.»  (Ciò che mi spinge ad amarTi non è il cielo che mi pormetti e non è l’inferno temuto da farmi trattenere a causa sua dall’offenderTi).

Disse il nostro Profeta, Muhammad (sws): «Vi sono tante vie verso Dio quante sono le stelle in cielo, ma la via che permane, quella più sicura, è una sola: la Via della povertà.» (Riportato da cAbd âlWahhâb Shacrânî, egiziano, 1493-1565). E puntualmente Dante Alighieri, quando cita san Francesco nel Paradiso (Canto undicesimo), dice appunto che vede in Paradiso san Francesco in compagnia di Sorella Povertà. 

Dalla "Leggenda Maggiore" di San Bonaventura da Bagnoregio (FF 1063-1064). «Quando giunse presso la curia romana, venne condotto alla presenza del sommo Pontefice. Il Vicario di Cristo [...] cacciò via con sdegno, come un importuno, il servo di Cristo. Questi umilmente se ne uscì. Ma la notte successiva il Pontefice ebbe da Dio una rivelazione. Vedeva ai suoi piedi una palma, che cresceva a poco a poco fino a diventare un albero bellissimo. Mentre il Vicario di Cristo si chiedeva, meravigliato, che cosa volesse indicare tale visione, la luce divina gli impresse nella mente l'idea che la palma rappresentava quel povero, che egli il giorno prima aveva scacciato. «Il mattino dopo il Papa fece ricercare dai suoi servi quel povero per la città. Lo trovarono nell'ospedale di Sant'Antonio, presso il Laterano, e per comodo del Papa lo portarono in fretta al suo cospetto [...] e questi raccontò al Pontefice, come Dio gliel'aveva suggerita, la parabola di un ricco re che con gran gioia aveva sposato una donna bella e povera e ne aveva avuto dei figli che avevano la stessa fisionomia del re, loro padre e che, perciò, vennero allevati alla mensa stessa del re. «Diede, poi, l'interpretazione della parabola, giungendo a questa conclusione: “Non c'è da temere che muoiano di fame i figli ed eredi dell'eterno Re; poiché essi, a somiglianza di Cristo, sono nati da una madre povera, per virtù dello Spirito Santo e sono stati generati per virtù dello spirito di povertà, in una religione poverella. Se, infatti, il Re del cielo promette ai suoi imitatori il Regno eterno, quanto più provvederà per loro quelle cose che elargisce senza distinzione ai buoni e ai cattivi”!»Il Papa approvò quindi la Regola, fece fare a tutti i frati che erano venuti con il servo di Dio delle piccole chieriche, e conferì loro il mandato di predicare liberamente la penitenza e la parola di Dio. Una coincidenza: la novella che il santo raccontò al Papa la si trova anche in Farîd âlDîn Âttâr (1140 c.1220 c.) autore dell’Elahi-nameh, e poi in una variante nel Mathnawî di Jalâl âlDîn Rûmî. Con questo non intendo per nulla affermare che Francesco e Rûmî abbiano copiato da Âttâr; puntualizzo il fatto che a livello spirituale vi sono parallelismi e comunità di intenti in tutto simili, poiché il Misticismo e la fede in Dio sono un sentito unico, da qualsiasi punto di vista religioso li si avvicini. Il sogno del papa (una palma) è un simbolo anche per i sufi: poiché in arabo Tariqat significa sia palma, sia Via mistica.  San Francesco istituì per la sua Confraternita, detta dei “Frati Minori”, tre ordini di frati. Così è anche nelle Confraternite sufi; e nell’un Ordine e negli altri vi vengono accostati i Grandi Fratelli, quelli ad esempio di Najim Kubrâ (?-1220). I sufi sono religiosi musulmani ma, come nel cristianesimo abbiamo preti e frati, così nell’Îslâm i sufi sono frati e non preti. Francesco rifiutò d’essere ordinato prete, e si accostò maggiormente all’ordinamento laico democratico più che a quello ecclesiastico. Così è anche dei sufi, il cui motto precipuo che ripeto di nuovo qui, dice,: «NEL mondo, ma non DEL mondo, nulla possedendo e da nulla essendo posseduti.» E ancora: al pari di san Francesco, è scritto nelle agiografie che riguadano il il sopraccitato Najmuddin Kubra, che anche lui predicava agli animali, agli uccelli e al lupo. Veniamo ora all’incontro del santo con il sultano dell’Îslâm. Da: I Fioretti del glorioso messer santo Francesco e d’alquanti suoi santi compagni. Capitolo XIV°. «Il Soldano l’udiva volentieri e pregollo che spesse volte tornasse a lui, concedendo liberamente a lui e a’ compagni ch’egli potessono predicare dovunque piacesse loro. E diede loro un segnale, per lo quale egli non potessono essere offesi da persona. Avuta dunque questa licenza così libera, santo Francesco mandò questi suoi eletti compagni a due a due, in diverse parti di Saracini a predicare la fede di Cristo; ed egli con uno di loro elesse una contrada.» Il saio è il mantello di lana con cappuccio precipuo dei sufi. È di lana, termine che in arabo è: suf, da cui Sufismo. Il saio francescano è quello stesso dei sufi in Terra Santa, in Marocco e nella Spagna; ed è quello che san Francesco vide alla corte del sultano.

In Kalâbâdhî, grande maestro sufi del X° secolo (913 c.-995), leggiamo:« Povertà e pazienza sono il saio sotto il quale alberga un cuore che vede solo in Dio i giorni di festa e di serenità». Veniamo ora ad un oggetto di devozione che tutti voi conoscete: il Rosario. Dice il Corano: Dio ha i Nomi più belli (7ª180; 17ª110; 20ª8; 59ª24). Secondo la teologia musulmana i Nomi di Dio – rappresentazione vocalizzata dei Suoi attributi – sono quattromila. Mille di questi sono conosciuti solo da Dio; mille da Dio e dagli angeli; mille da Dio, dagli angeli e dai profeti; mille da Dio, dagli angeli, dai profeti e dai credenti. Di questi ultimi mille, trecento sono menzionati nel Pentateuco, trecento nei Salmi, trecento nei Vangeli e cento nel Corano. Di questi cento, novantanove sono noti ai fedeli comuni, mentre uno è nascosto, segreto e accessibile solo ai mistici più illuminati. Il Profeta stesso disse: «Vi sono novantanove Nomi che appartengono solo a Dio. Colui che li impara, che li capisce e che li enumera entra in Paradiso e raggiunge la salvezza eterna». E il mistico Tosun Bayrak, khalyfa della Jarrahiyya-Khalwatiyya negli Stati Uniti d’America scrisse: «I bei Nomi di Dio sono la prova dell’esistenza e dell’unicità di Dio. O voi che siete arsi e turbati per il peso della sofferenza del mondo materiale, possa Dio far sì che i Suoi bei Nomi siano un balsamo lenitivo per i vostri cuori feriti. Imparate, capite e recitate i bei Nomi di Dio. Cercate le tracce di questi attributi di Dio nei cieli, sulla terra e in ciò che vi è di bello in voi stessi. Così troverete beneficio, a seconda della grandezza della vostra sincerità. Col permesso di Dio, chi dubita troverà sicurezza, l’ignorante troverà conoscenza, chi nega affermerà. L’avaro diventerà generoso, i tiranni chineranno il capo, il fuoco nel cuore degli invidiosi si spegnerà.» In effetti capire «l’essenza» di questi attributi acquieta l’animo, infonde fiducia e arricchisce spiritualmente. Ecco perché, sul piano strettamente pratico, è consuetudine musulmana ripetere i Nomi facendo scorrere tra le dita un rosario composto di novantanove grani (o di trentatré fatti scorrere tre volte). Questo rosario si chiama subha in arabo e tashbî (o anche komboloy) in turco. È ben noto che esso deriva attendibilmente da quello buddista, di centootto grani, in uso nell’Asia centrale e orientale fin dal IV° secolo, così come è noto che dalle organizzazioni monacali buddhiste derivano quelle sufi. A sua volta il rosario musulmano introdotto nell’Îslâm dai Sufi, fu adottato da san Francesco al suo ritorno dalla Terra Santa, dando origine al rosario cattolico diffuso dai francescani appunto e in seguito definito nella forma attuale da san Domenico. Ancora dai Fioretti (Capitolo XI°) leggiamo: «Andando un dì santo Francesco per cammino con frate Masseo, il detto frate Masseo andava un poco innanzi: e giungendo a un trebbio [trivio] di via, per lo quale si poteva andare a Firenze, a Siena e ad Arezzo, disse frate Masseo: Padre, per quale via dobbiamo noi andare? Rispuose santo Francesco: Per quella che Dio vorrà. Disse frate Masseo: E come potremo noi sapere la volontà di Dio? Rispuose santo Francesco: Al segnale che io ti mostrerò; onde io ti comando, per merito della santa obedienza, che in questo trebbio, nel luogo ove tu tieni i piedi, tu ti aggiri intorno intorno [...]. Allora frate Masseo incominciò a volgersi in giro; e tanto si volse [...] Alla perfine, quando egli si volgea bene forte, disse santo Francesco: Sta’ fermo e non ti muovere; ed egli istette e santo Francesco il domandò: Verso qual parte tieni la faccia? Rispuose frate Masseo: Inverso Siena. Disse santo Francesco: Quella è la via per la quale vuole Dio che noi andiamo.»

Voi sapete bene chi è san Francesco. Forse qualcuno di voi avrà però sentito parlare anche dei sufi Mevlevi, i cosiddetti “Dervisci roteanti”, la Confraternita fondata a Konya da Jalâl âlDîn Rûmî. A quelli di voi che conoscono i Mevlevi non può essere sfuggita la simiglianza fra il roteare di frate Masseo e il roteare dei sufi Mevlevi nella loro cerimonia specifica, il Semà, simile al rito che san Francesco poté vedere di persona alla corte del Sultano. Le prime forme di samâc apparvero presso i Sufi di Baghdâd a metà del IX° secolo, sviluppandosi poi soprattutto fra i turchi del Khurâsân, a volte perfino in forme non differenti dal dhikr usuale. Completarono il rito sul finire del XIII° secolo i Mevlevi di Rûmî.

Nel suo insieme, tutto il Samâc (in turco: Semâ) ha plurime valenze. Anzitutto: i Mevlevi danzano a Konya un Semâ completo la seconda settimana di dicembre per celebrare la morte di Jalâl âlDîn Rûmî . Questa danza, altamente emblematica, altamente spirituale, è l’espressione stessa della realtà divina e della realtà fenomenica, in un mondo in cui tutto, per sussistere, deve ruotare come gli atomi, come i pianeti, come il pensiero. Beninteso: questa cerimonia non intende simbolizzare né la rotazione degli atomi né quella dei pianeti (come a volte qualcuno ha commentato): è un errore interpretarla così. Come qualsiasi tipo di dhikr agito dalle varie Confraternite Sufi, il Semâ è un rito in grado di indurre uno stato estatico. Esso porta all’ascesa spirituale - viaggio mistico dall’essere a Dio - in cui l’essere si dissolve ritornando poi sulla terra. E veniamo ora al Cantico delle Creature, o di Frate Sole.

Altissimu, onnipotente, bon Signore,

tue so le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.

A te solo, Altissimo, se Konfano,

et nullu homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mi Signore, cum tucte le tue creature

spetialmente messer lo frate sole,

lo qual’è iorno, et allumini noi per lui.

Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:

de te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna et le stelle:

in cielu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi Signore, per frate vento,

et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,

per lo quale a le tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’acqua,

la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato so’, mi’ Signore, per frate focu,

per lo quale enallumini la nocte:

et ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra madre terra,

la quale ne sustenta et governa,

et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba.

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore

et sostengo infirmitate et tribuatione.

Beati quelli ke ‘sosterranno in pace,

ka da te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,

da la quale nullu homo vivente pò skappare:

guai a quelli ke morranno ne la peccata mortali;

beati quelli ke trovarà ne la tue sanctissime voluntati,

ka la morte secunda no ‘l farrà male.

Laudate et benedicete mi’ Signore et rengratiate

et serviateli cum grande humilitate.

Âbu âlFath âlWâsiti, egiziano (?-1184), i cui discepoli erano alla corte del Sultano quando vi fu san Francesco, scrisse un testo: La lode a Dio secondo le parole del Corano, che ora vi leggo. Sono tutte citazioni tratte dal Corano, e quindi già presenti in Europa, dove il Corano fu tradotto per la prima volta, in latino, nel 1143, da Roberto di Ketton (Robertus Ketenensis) per incarico di Pietro il Venerabile, abbate di Cluny (manoscritto a Parigi, Biblioteca dell’Arsenale). Si tratta quindi di un “centone coranico”, e per chiarire bene il termine leggo un passo del Vocabolario Treccani della lingua italiana, al lemma Centone: «componimento, tipico della tarda letteratura greca e latina, formato dalla giustapposizione di parole, fresi, emistichi o versi di qualche famoso autore.» Ecco perché lo chiamiamo un “centone coranico”. Ed ecco il testo della Lode di Wâsiti:

«Nel Nome di Dio, Misericordioso, Misericorde. Lode a Dio signore dei Mondi (1ª1)

«Certo, il vostro Signore è Dio, che ha creato i cieli e la terra in sei periodi, e poi si è posto sul Trono. Egli copre il giorno con la notte, ininterrottamente. E il sole, la luna, le stelle sono sottomessi al Suo comando. La Creazione e il comando appartengono solo a Lui. Sia lode a Dio, il Signore dei mondi. Invocate il Signore con umiltà e raccoglimento (7ª54-55)

«Non avete visto come Dio ha creato i sette cieli sovrapposti? Egli ha posto la luna come una luce;  Egli ha posto il sole come una fiaccola.  Dio vi ha fatti crescere dalla Terra come le piante, poi vi ci rimanderà e poi vi farà uscire con una uscita. Dio ha posto per voi la Terra come un tappeto, affinché camminiate attraverso i suoi valichi"» (71ª15-20).

«Egli, il Fenditore dell’alba, ha fatto della notte un riposo; il sole e la luna per computare. Egli vi ha assegnato le stelle affinché grazie ad esse vi guidiate nelle tenebre della terra e del mare. Certo noi esponiamo prove per coloro che sanno. Egli vi ha creato a partire da un'anima unica, ricettacolo e deposito. Egli fa scendere dal cielo l’acqua. Poi con essa vien fatta germogliare ogni pianta dalla quale vien fatta uscire una verzura, e da questa i semi sovrapposti gli uni agli altri; e la palma, dalla cui spata regimi di datteri vicini. Ed anche i vigneti, l’ulivo e il melograno, simili o differenti gli uni dagli altri. Guardate i loro frutti quando si producono e quando maturano. Ecco dei segni per coloro che hanno fede (6ª96-99)

«Gloria a Dio che fa scendere dal cielo un'acqua pura, preziosa, ed umile per far rivivere con essa una contrada morta e dar da bere ai molti animali e agli esseri umani che ha creato (25ª48).

«Chi farà rivivere le ossa quando esse saranno imputridite?» Di': «Le farà rivivere Colui che le ha create la prima volta, poiché Egli è abile in ogni creazione; Egli vi ha fatto scaturire il fuoco dall'albero verde, ed ecco che voi accendete con esso. Forse che Colui che ha creato i cieli e la Terra non sarà capace di creare altri come loro? Sì, poiché Egli è il Creatore [âlKhâliqu], il Sapiente (6ª78-81) Avete riflettuto sul fuoco che fate scaturire? Siete voi che fate crescere il suo legno, o siamo Noi che facciamo ciò? Ne abbiamo fatto un Richiamo e una cosa utile per i viaggiatori del deserto. Glorifica dunque il Nome del tuo Signore, l'Immenso (56ª71-74).

«Ovunque voi siate, la morte vi raggiungerà, foste anche in torri impenetrabili (4ª78). «Certo, la morte che voi fuggite vi raggiungerà. Sarete poi ricondotti davanti a Colui che conosce il visibile e l'invisibile. Egli vi informerà di ciò che facevate.» (63ª8)  57 Ogni anima gusterà la morte, poi verrete ricondotti a Noi. Quanto a quelli che credono e compiono opera buona, faremo abitare loro, nel Paradiso, località elevate, sotto le quali scorrono ruscelli, e nelle quali rimarranno in eterno. Eccellente sarà la mercede di coloro che agiscono perseverando pazientemente e che confidano nel loro Signore (29ª57-59).

«Ciò che è nei cieli e sulla Terra celebra le Sue lodi. Egli è l'Onnipotente ,il Saggio (59ª24). Lodate dunque Dio la sera e la mattina e anche la notte e a mezzogiorno. A Lui la lode nei cieli e sulla terra (30ª17-18).

«Amîn.»

Con questo non affermo che vi sia una derivazione diretta del Cantico di san Francesco dal Centone di Wâsiti; parlo – e torno a ripeterlo - di una comunità di sentimenti che avvince e lega ogni mistico, a qualsiasi religione appartenga. Un cerchio: sul suo perimetro si dispongono l’una dopo l’altra, come segmenti, le religioni, mentre il centro del cerchio simbolizza Dio. Da queste religioni partono, e tendono al centro del cerchio, come altrettanti raggi, i mistici. Più si avvicinano a Dio e più avvicinano fra loro... In linea di massima tutti i procedimenti religiosi per raggiungere lo stato estatico si possono suddividere in due tipologie precipue: o una contemplazione passiva, silenziosa, tendente a liberare la mente da ogni pensiero consapevole (ed è per solito individuale); o una tecnica attiva di invocazione secondo la ripetizione di formule mantriche (col suono ritmico di strumenti musicali o anche senza), e ciò ha luogo per solito nell’ambito della collettività. Vi è inoltre una necessità comune per tutte le Vie mistiche, a qualsiasi religione appartengano, e che determina  forme diverse di istruzione, anche notevoli: la necessità di un Maestro. Un esperto, cioè, che abbia già percorso il cammino e che sappia quindi guidare convenientemente, sappia preservare dagli errori, dalla tendenza a fuggire per la tangente a causa del pericolo sempre in agguato, e perfino – per una forma paranoica - dai conseguimenti effettivamnti raggiunti (nel Corano, 7ª16-17, Satana dice a Dio: «Io li insidierò lungo la Tua retta Via,  poi li assalirò davanti, dietro, da destra e da sinistra»),. Un Maestro del tutto disinteressato, amorevole, paternamente sollecito, ma soprattutto consapevolmente o anche solo intuitivamente esperto della psiche e delle sue devianze. Ciò ha determinato una lunga serie di convenzioni, di scuole e di conseguimenti, e tutte le religioni ne hanno generati. Inoltre tutte le correnti hanno tratti in comune e conseguimenti omologhi. Ma perché questa eterna presenza di una ricerca mistica? Ha ancora valore in un mondo, quello d’oggi, che sembra così tanto mutato davanti alla necessità di una fede?

In risposta a queste domande, e come conclusione di questa ricerca, lascio di nuovo la parola al già citato Seyyed Hossein Nasr, che ha scritto: «La ricerca mistica è perenne perché si trova nella natura delle cose, e la società umana è sana nella misura in cui tale ricerca è stata riconosciuta quale elemento basilare nella vita della comunità. Quando una collettività, o una società, non riconosce più questo profondo anelito e quando è sempre più limitato il numero di coloro che seguono la vocazione alla via mistica, la collettività stessa crolla per il peso della sua struttura o viene distrutta da malattie psichiche che essa non è in grado di curare per il semplice fatto di aver negato ai suoi membri l’unico cibo spirituale che può saziarne l’anima.  Alcuni uomini continueranno ancora a cercare e a seguire la via mistica, ma la società alla quale appartengono non sarà più capace di trarre totale beneficio dalla presenza illuminante di coloro che, appunto per il fatto di ricercare quanto è sovrumano, permettono ai loro simili di rimanere al livello umano, e provvedono la società stessa degli unici veri criteri di valutazione della sua importanza e del suo valore. «Se anche nei periodi più cupi di eclisse dello spirito vi sono sempre uomini dotati di una natura spirituale e contemplativa, ciò accade precisamente perché l’economia della collettività umana ha bisogno della loro esistenza. Una società totalmente priva di uomini contemplativi cesserebbe semplicemente di esistere [...]. La ricerca dell’infinito è l’unica che conferisca significato al mondo finito, nel quale l’uomo si trova ad essere. L’impronta di quella perfezione che l’uomo porta entro di sé gli rende qualunque esistenza finita sopportabile, ma soltanto a condizione che possa condurlo all’infinito e all’assoluto. Di qui la perennità della ricerca mistica e lo sforzo che gli uomini di tutti i tempi hanno fatto per poter vedere oltre il finito, in quanto l’infinita realtà determina e abbraccia tutte le cose.». Questa è la Via, questa è la via di san Francesco, di Rûmî, di tutti gli uomini di buona volontà che tendono alla pace nel loro cuore e al bene di tutta l’umanità. Questo è ciò che auguro a voi tutti, a tutti noi, di poter essere. Grazie. Gabriele Mandel Khân, Vicario generale per l’Italia della Confraternita sufi Jerrahi-Halveti.

Scienza e filosofia nell'Islam

Tre detti del Profeta Maometto: “Seguite la via di una scienza,  doveste per questo andare fino in Cina”; “A colui che segue la via di una  scienza Dio apre più grandi le porte del Paradiso”; “Il sangue di colui che ha  studiato è superiore al sangue del martire”.  E inoltre nel Corano (2ª255): Dio sa ciò che è prima e ciò che  è dopo di loro, e della Sua scienza essi ne colgono solo quanto Egli concede. E ancora: (6ª148) Non seguite le congetture, non la menzogna, ma esibite  una scienza; (12ª76) Di sopra da ogni uomo che possiede una scienza ve ne  è uno più sapiente ancora; (53ª28) Contro la verità  non servono le congetture: occorre la scienza.  Questo diede alla Scienza pieno diritto di cittadinanza  nell’Îslâm, e infatti lo studio e la coltivazione delle scienze fu sempre  considerato un dovere religioso, e fu soprattutto uno dei principali doveri  religiosi dei sufi, i mistici dell’Îslâm. Per l’Îslâm l'essere di un individuo  dipende dalla propria conoscenza. 

Per i sufi uno più è quanto più sa, e quanto  più sa tanto più vale anche il suo cammino spirituale, che non è disgiunto dalla  conoscenza formale, cioè dalla scienza e dalla filosofia.  Molte voci e molte fonti unirono allora le culture e le scienze  del mondo islamico a quelle indiane, tardoantiche, sasanidi e cinesi.  Per i contatti con la scienza cinese basti un esempio: La parola âl Kîmiyâ (da cui derivarono i termini europei alchimia e chimica) sembra  derivare dal cinese Kim-Ia (o Gin-ii): liquido per produrre oro. Ai Cinesi i  musulmani dovettero, nel IX secolo, la conoscenza della carta, base di tutta la  vastissima organizzazione editoriale islamica. Nelle arti invece l'influsso  cinese fu forte soprattutto dopo l'invasione dei Mongoli (regno ilkhanide). Per ciò che riguarda la medicina islamica, essa risulta dalla  sintesi delle medicine ippocratea, galenica, iraniana e indiana. Le prime due  erano presenti soprattutto ad Alessandria d’Egitto, le altre due nella città  sasanide di Giundishapur, principale scuola del Tardo Antico. Ad esse si innestò La medicina del Profeta (Tibb âl Nabî ). Baghdad ne divenne  il centro principale, diffondendo una serie di traduzioni dei codici antichi  delle varie scuole, e dalle lingue greca, pehlevica e sanscrita. Si stabilì  anche un vocabolario tecnico basilare.  Un secondo apporto considerevole fu dato alle scienze islamiche  dalla istituzione di Ospedali ( Bimaristan , o maristan – da bimar : malato – o anche dar âl Marda ) e poi, conseguentemente, di  manicomi. Il primo Ospedale venne creato a Damasco nel 707 dal califfo âl Walid  Man sûrî, ed è attivo ancor oggi.  Nell’821 il governatore Abbaside del Kh urasan scriveva al  figlio che in quella regione turco-iraniana esistevano numerosi ospedali. Dal  790 comunque la capitale medica fu Ba gh dad, con dieci ospedali, e due  secoli dopo sessanta, ciascuno con farmacie, reparti vari e biblioteche anche  pubbliche. 

Una grande Facoltà di Medicina, detta Bayt âl Hikma (Casa della Saggezza), fu quella fondata a Baghdâd nell’832 dal settimo califfo  abbaside Hârûn âlRa sh îd. Pubblicava un “Giornale dei casi”, ed aveva  sezioni speciali per gli alienati.  Il primo manicomio specifico venne fondato da Nûr âl Dîn Ma hmud  Zanjî ad Aleppo poco dopo il 1157. Rifatto nel 1260 dal mamelucco âl Nasir, era  diviso in tre sezioni: inizio, cura, cronici. Celebre fu in tutto il mondo  islamico l’Ospedale psichiatrico Nûrî, fondato a Damasco nel  XII secolo; cui  seguirono quelli turchi di Divrigi, del XIII secolo e di Edirne, del XV°. Nell'ambito delle scienze islamiche, comunque, figura centrale fu  non il ricercatore ma il sapiente ( hakîm ), per solito medico,  scrittore, poeta, astronomo, matematico, psicologo, e soprattutto maestro sufi.  Il sistema di insegnamento e la classificazione delle scienze, base prima della  conoscenza islamica, son dipendenti da questo particolare tipo di studioso. Si  tese non alla specializzazione ma alla conoscenza globale ed enciclopedica,  naturalmente entro i limiti d'una conoscenza scientifico-filosofica che non  raggiungeva gli ampi valori d'oggi. 

Uno dei primi grandi scienziati musulmani infatti, âlKindî,  scrisse circa 270 trattati di logica, filosofia, fisica, matematica, medicina,  storia naturale, con effettiva profondità in tutti i campi in cui spaziò  vastamente. Âl Fârâbî fu il primo studioso a compiere una classificazione  completa delle scienze. Avicenna (Îbn Sînâ), fu la guida dei sapienti. ed è da  considerarsi ancor oggi il massimo filosofo-scienziato dell'Îslâm. A lui si deve  la positivizzazione della medicina, e dal suo Canone derivò tutta la  scienza medica dell'Occidente. La classificazione delle scienze procede dal concetto di unità  delle scienze, e si basa su una gerarchia che ha formato nel corso dei secoli la  base del sistema pedagogico musulmano, che diede origine alle Università. Il  primo centro importante in cui vennero insegnate filosofia e scienze matematiche  e naturali fu la Bait âl hikmah (la Casa della sapienza) di Ba gh dad,  circa nell'815, con biblioteca pubblica ed osservatorio; mentre l'Università più  antica, ed ancor oggi attiva, fu quella di âlÂzhar, al Cairo, fondata nel 970:  mille e trenta anni or sono.  Abbiamo allora le scienze della natura e la scienza dell'uomo, a  partire dall'antropologia nel senso più ampio del termine, e che si basano sulla  filosofia dell'ambiente socio economico politico. Il primo sociologo della  storia dell'umanità fu Îbn Kh aldûn (?-1406). Sintesi di queste conoscenze  plurime fu la tradizione alchimistica, che considerata nella sua totalità tocca  le scienze naturali ma anche l'ambito sottile della psicologia e della  spiritualità, filosoficamente intese. Ognuna delle varie scuole in cui si  espressero questi valori ebbe poi una sua “filosofia della natura”, per cui  vennero in definitiva trattate coralmente tutte le scienze che fanno parte  dell'universo. Un sunto di queste discipline si ebbe, ad esempio, in quella che  è l'anticipazione dell' Enciclopedia del Diderot: La Risâlat âlJiâmi`ah (52 volumi), enciclopedia dei Fratelli della Purezza, del X secolo, in cui si  legge per la prima volta il motto "Libertà, eguaglianza, fratellanza". Si consideri in definitiva che in matematica, in  astronomia, nell'agricoltura sono molti e molti i termini desunti dalla lingua  araba, che ancor oggi testimoniano della derivazione delle scienze occidentali  da quelle islamiche. A partire dai nostri numeri che, originati in India,  vennero elaborati nei paesi islamici, per cui sono comunemente detti numeri  arabi.  

Abbiamo visto dunque che l'Islam tende a vedere l'unità nella  disunità apparente e nei contrasti precipui del mondo fenomenico. Ciò portò  all'esaltazione formale dello gnosticismo filosofico-scientifico. Infatti lo  gnostico, essendo in grado di vedere le cose come realmente sono, integra tutte  le opinioni scientifiche disparate, nella loro unità di principio. Il mondo occidentale ha concentrato i suoi sforzi sullo studio  degli aspetti quantitativi delle cose, giungendo ad una scienza tecnologica e  immediatamente produttiva in senso materialistico. La scienza islamica tendeva a  conseguire una conoscenza in grado di contribuire al perfezionamento e alla  spiritualità di chi la studiava. I suoi frutti sono quindi prettamente  interiori. Pur giungendo a dare contributi essenziali alla chimica, alla  irrigazione dei campi, alla determinazione del calendario e dell'astronomia,  alle costruzioni, il suo scopo è stato quello di stabilire una relazione tra  mondo materiale e mondo spirituale, attraverso la conoscenza dei vari ordini di  realtà.   Partiamo dal concetto di base dei Sufi che l'essere  umano è composto da quattro elementi: uno spirituale, l'anima; e tre materiali:  corpo, psiche, ambiente. Consideriamo poi che per i Sufi conoscenza ed  individualità coincidono nella gnosi. Qui scienza e Fede trovano ritmo e  armonia. La filosofia è limitata al piano mentale, essendo teoretica; la gnosi  illumina l'intero essere di colui che conosce. E' una sorta di manifestazione  dell'Ente supremo, dal quale tutto attinge luce e vita.  L'uomo allora diventa il corpo del Logos nella sua manifestazione  microcosmica. L'anima è la goccia dell'oceano infinito che è Dio, mentre le  altre tre componenti materiali sono la transitorietà fenomenica di cui la  scienza si occupa per giungere alla conoscenza del fine ultimo, autentico,  dell'essere umano, per giungere cioè, per quanto possibile, a una comprensione  di Dio. Scienza e filosofia servono per giungere alla percezione soggettiva  della conoscenza oggettiva, nel mutamento da piombo ad oro grazie a questa  pietra filosofale, secondo il motto del Sufi: “Chi conosce se stesso conosce  Dio, chi conosce Dio conosce se stesso”. Ripeto quello che ho detto all'inizio. Lo studio e la  coltivazione delle scienze fu sempre considerato un dovere religioso, e fu uno  dei principali doveri religiosi dei sufi. Per l'Îslâm l'essere di un individuo  dipende dalla propria conoscenza. Per i sufi uno più è quanto più sa, e quanto  più sa tanto più vale e tanto più vale il suo cammino spirituale, che non è  disgiunto dalla conoscenza formale, cioè dalla scienza e dalla filosofia. Così si evidenzia la preghiera del Profeta Maometto, nella  trascrizione che ne fece il maestro sufi Jâmî: “O Dio, liberaci dalle preoccupazioni per le vanità del mondo e  rivelaci la na