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Cultura
e Sufismo - Iran
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Integralismo
e intolleranza nell'Islam
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San
Francesco e Jalâl âlDîn Rûmî
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Scienza
e filosofia nell'Islam
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Persepoli
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Integralismo
e intolleranza nell'Islam
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Una breve premessa chiarificatrice,
anzitutto. Il verbo dell'Islam è contenuto nel Corano,
e tutto ciò che non è coranico nulla ha a che vedere
con l'Islam. Ciononostante, le divergenze tra
speculazione teologica e sentito religioso, e
soprattutto l'attuale ricerca di una identità religiosa
nei paesi che hanno subìto la frattura del
colonialismo, permette ancora a politici interessati e
individualmente prevaricatori di utilizzare la religione
per scopi anche del tutto in contrasto con i princìpi
religiosi stessi. In definitiva, se l'Islam come
religione non ha difetti (e nessuna religione veramente
tale ne ha) le varie correnti teologiche che da secoli
applicano e impongono le loro interpretazioni hanno
molti difetti, proporzionalmente maggiori quanto più si
allontanano dalla corretta lettura del Corano. Ciò ha
permesso perfino che si stabilisse un integralismo
addirittura definito islamico, anche se per molti
aspetti è del tutto in antagonismo con i precetti
enunciati dal Corano e dagli Ahàdìth, e pur se in
effetti ogni religione, ogni corrente politica ha il suo
integralismo.
Giustamente Roger Garaudy, eminente
filosofo musulmano, osservava: «Gli integralismi, tutti
gli integralismi, siano essi tecnocratici, staliniani,
cristiani, ebrei o islamici, costituiscono oggi il
pericolo più grande per l' avvenire. La loro vittoria,
in un'epoca in cui abbiamo solo la scelta fra la
reciproca distruzione certa e il dialogo, ghettizzerebbe
tutte le comunità umane in sette fanatiche chiuse in se
stesse e quindi votate all'affrontamento...
L'integralismo è il più grande pericolo della nostra
epoca, epoca in cui nessun problema può essere risolto
a partire da una comunità parziale e dai suoi dogmi».
Integralismo e fondamentalismo si trovano gomito a
gomito, ma rimangono slogan
vaghi, correntemente usati per descrivere ideologie
militanti, ma quasi sempre senza approfondimenti e
conoscenze di sorta. Delucidiamone i significati:
l'integralismo pretende un sistema unitario abolendo
pluralità di concetti e di programmi; il
fondamentalismo pretende l'applicazione rigorosa dei
principi d'origine senza concessioni evoluzionistiche né
adattamenti alle circostanze mutate. Questi due termini
furono coniati all'inizio del nostro secolo per definire
movimenti cristiani. All interno di ciascuno di questi
termini sussistono tre diversi momenti: risveglio,
riformismo, radicalismo.
Tuttavia l'integralismo o il
fondamentalismo in se stessi non sono sufficienti per
determinare azioni criminali: ne sono complementi
necessari l'ignoranza, la miseria, una serie precisa di
devianze psichiche, e la strumentalizzazione da parte di
lobbie con grandi interessi economici e ampi capitali a
disposizione, il più delle volte lobbie che usano gli
integralisti ma non hanno nulla a che vedere con le
ideologie avanzate dagli integralisti che manovrano. In
questo campo abbiamo criminali di tutte le confessioni:
cattolici, con l'ETA basca o l'IRA irlandese (anche i
Brigatisti rossi italiani erano, dopotutto, battezzati);
riformati, con le SS tedesche; islamici, in Celesiria e
in Algeria; ebreo è l'assassino di Rabin; ortodossi
sono i Serbi bosniaci. E tutto ciò non è un aspetto
nuovo: sono episodi attuali di movimenti radicati nei
secoli, e che da secoli si ripresentano periodicamente,
anche se alcuni giornalisti affermano persino che una
gran parte di questi movimenti integralisti è
sovvenzionata o coordinata dalla CIA, che ha fatto
proprio l'antico motto romano: Divide et impera.
Ciò premesso, consideriamo che vi
sono nello stesso Islam vari tipi differenti di
integralismo, in opposizione alle differenti posizioni
assunte dall'assetto politico delle molte nazioni. In
relazione alle differenti posizioni politiche, un primo
gruppo è costituito da Egitto, Siria, `Iraq e Yemen, in
cui il capitalismo di stato - affrontando il problema
della riforma agraria - ha dato impulso ad apparati
burocratici escludendo la classe intermedia
indipendente. Da notare che questo gruppo, ed altri
consimili, in un primo tempo si è addirittura
appoggiato ad un partito comunista, partito che di per
se stesso si trova in opposizione con i concetti
dell'Islam. Un secondo gruppo è costituito da Algeria,
Tunisia e Libia, in cui il potere militare affidò le
riforme ad un ristretto settore privato con conseguenze
politiche piuttosto che economiche. Un terzo gruppo è
costituito dall'Indonesia, dal Pakistan e dal Bangladesh,
caratterizzati da un processo di integrazione del
sistema di patrocinio delle grandi famiglie e dei
latifondisti. Il quarto gruppo è costituito da Arabia
Saudita, Brunei, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e
Bahrain, in cui il patrocinio esclude ogni forma di
democrazia, di dialogo politico, di personalizzazione
economica. Si consideri che la famiglia reale
dell'Arabia Saudita opera a fondo uno sfruttamento dello
spirito religioso speculando sul pellegrinaggio alla
Mecca, e che la sua ricca economia petrolifera è
dominio esclusivo dei 6.000 membri della famiglia reale.
Ogni opposizione, come quella operata nel 1979 da
Muhammad alQahtani, è soffocata violentemente nel
sangue. Un quinto gruppo è costituito da Giordania e
Marocco, in cui al potere reale si affianca una
democrazia che può far sentire la propria voce (si
consideri che, a fronte dei 6.000 membri della famiglia
reale dell'Arabia Saudita proprietari dell'intero
territorio, in Marocco ci sono 800.000 grandi famiglie
terriere). Un
sesto gruppo è costituito da Afghanistan, Sudan e
Nigeria, in cui le divisioni settarie, tribali e
religiose inquinano il processo di integrazione dando
origine a forme esplosive di protesta.
L'Iran parrebbe costituire un caso
a sé. La sua ricchezza ha interessato - e per
conseguenza diviso - la Francia, l'Inghilterra e gli
Stati Uniti, in posizioni di propaganda e nella ricerca
d'un colonialismo economico cui dovrebbe farsi risalire
ogni informazione in Occidente ed ogni opposizione sul
territorio. Lo Shah, cacciato una prima volta dal popolo
insofferente del suo dispotismo e tornato dall'esilio
nel 1953 grazie al colpo di stato organizzato dalla CIA,
con l'appoggio di Kennedy costrinse, nel 1975, migliaia
e migliaia di uomini d'affari all'esilio o alla galera;
lo sperpero del 40% delle entrate in armamenti e la sua
preferenza per la propria famiglia e per le sue forze
armate gli alienò del tutto ogni pur ipotetico favore
del popolo. Ciò doveva di forza sfociare in una
rivoluzione popolare, e fu allora facile per la Francia
appoggiare l'Imam Khomeini. Questa rivoluzione,
avversata ancor oggi dall'Inghilterra, mentre gli Stati
Uniti hanno ridotto alla fame la popolazione con un
severo blocco economico, per il fatto stesso che
l'evoluzione dell'Iran è in arretrato di duecento anni
sull'Europa ripete la Rivoluzione Francese, ed ha
immancabilmente, quindi, i suoi Danton, i suoi Marat, i
suoi Robespierre. Come aspettarsi d'altronde che l'Iran
si consegni mani e piedi legati all'Inghilterra e agli
Stati Uniti? Ma, in generale, come aspettarsi che tutto
l'Islam, con sua propria cultura, storia, civiltà, si
rassegni a sottostare alla legge del dollaro o alla
legge del rublo? Capitalismo, socialismo, comunismo,
secolarismo sono espressioni in contrasto con il
messaggio dell'Islam; ma non si può pretendere che
l'Islam rinunci ai suoi alti valori per diventare in
modo assoluto il possedimento coloniale di culture
materialistiche, mafiose, corrotte, le cui conseguenze
sono l'alienazione, il degrado morale, l'annichilimento
dell'anima. Un solo paese, a maggioranza musulmana e da
secoli simbolo di tolleranza fra diverse religioni e fra
diverse etnie, si pone come modello d'un islamismo
illuminato e tollerante: la Turchia. Ad esso guardano
tutti i paesi turchi che ancor oggi soffrono sotto
l'oppressione sanguinosa del dominio russo: Cecenia,
Azeirbagian, Turkestan, Turkmenistan... in cui la sola
riposta all'oppressore, la sola possibilità di difesa
della propria identità è la lotta armata. Ma torniamo
alla religione. Come deve realmente essere, in effetti,
il musulmano, secondo i precetti del Corano?
Dice il Corano: "Ecco
come sono i servi del Misericordioso: camminano sulla
terra con umiltà; quando gli ignari si rivolgono loro,
dicono loro: «Pace». Passano le notti pregando il
Signore [...]. Quando dispensano, non sono né prodighi
né avari, poiché il giusto sta nel mezzo; e non
invocano altra divinità accanto a Dio; e non uccidono
anima alcuna se non secondo diritto, perché Dio l'ha
proibito; e non compiono atti osceni; chiunque lo fa
incorre nel peccato, avrà un castigo doppio il giorno
della resurrezione, e rimarrà oppresso dall'ignominia,
a meno che non si penta, creda e compia opera buona;
perché a quelli Dio muterà il male in bene - poiché
Dio è perdonatore, compassionevole. E non testimoniano
falsamente, e passano nobilmente attraverso la vanità;
e quando i versetti di Dio sono recitati non rimangono
sordi e ciechi. E dicono: Signore, da' a noi, alle
nostre mogli, ai nostri discendenti, la serenità; e fa'
di noi un esempio ai fedeli".(25°63-76)
Passando al secondo punto, quale deve essere l'
attitudine del musulmano nei confronti delle altre
religioni? Dice il Corano:"Sì,
i musulmani, gli Ebrei, i Cristiani e i Sabei, chiunque
ha creduto in Dio e nel Giorno ultimo e compiuto opera
buona, per costoro la loro ricompensa presso il Signore.
Su di loro nessun timore, e non verranno afflitti".(2º
62) "Dì: noi crediamo in Dio, in quel che ci ha rivelato, e in quello che ha
rivelato ad Abramo, a Ismaele, a Isacco, a Giacobbe,
alle Tribù, in quel che è stato dato a Mosè e a Gesù,
e in quel che è stato dato ai profeti dal loro Signore:
noi non facciamo differenza alcuna con nessuno di loro.
E a Lui noi siamo sottomessi".(2°136)
"Dì: Genti del Libro, sarete sul nulla fintanto che non seguirete la
Thora, il Vangelo e ciò che vi è stato rivelato dal
vostro Signore [...]. Sì, i musulmani, gli Ebrei, i
Sabei, i Cristiani - chiunque crede in Dio e nel Giorno
ultimo e compie opera buona -nessun timore per loro e
non verranno afflitti".(5º 68-69) "Sì,
noi ti abbiamo fatto rivelazione, come noi abbiamo fatto
rivelazione a Noè e ai profeti dopo di lui. E noi
abbiamo fatto rivelazione ad Abramo, a Ismaele, a
Isacco, a Giacobbe, e alle Tribù, a Gesù, a Giobbe, a
Giona, ad Aronne, a Salomone, e abbiamo dato il Salterio
a Davide. Per comunicare con Mosè Dio ha parlato. E vi
sono dei messaggeri di cui ti abbiamo raccontato in
precedenza, e messaggeri di cui non ti abbiamo
raccontato, messaggeri annunciatori e messaggeri
avvertitori, affinché dopo i messaggeri non ci fossero
più per le genti argomenti contro Dio. E Dio è Potente
e Saggio".(4°163-165). Sottolineo il passo
coranico appena citato: "E vi sono dei messaggeri
di cui ti abbiamo raccontato in precedenza, e messaggeri
di cui non ti abbiamo raccontato". Il Corano cita
venticinque Profeti; ma secondo la tradizione - come si
legge nel Fihrìst di Ibn Nàdim, i Profeti che
predicarono sulla terra sarebbero stati 124.000, e i
Libri sacri rivelati ben centoquattro. Ecco quindi perché,
presso i Sufi del Centroasia, sono riconosciuti come
profeti, ad esempio, il Buddha, il Thirtankara, Guro
Nanaq, ciascuno portatore del suo Libro sacro. Ma
continuiamo a sentire che cosa ci dice il Corano a
proposito della tolleranza interreligiosa: "Se
un idolatra ti chiede asilo, concedigli asilo. Ascolterà
la Parola di Dio. Poi fallo giungere in un luogo per lui
sicuro. Ciò perché in verità è gente ignara".(9°6)
"Nessuna
costrizione in fatto di religione: la giusta direzione
si distingue dall'errore, e chiunque rinnega il Ribelle
e crede in Dio ha afferrato l'ansa più solida, che non
si spezza. Dio sente e sa".(2°256) "La
verità emana dal Signore. Creda chi vuole, non creda
chi non vuole".(18°29) "Noi
non costringiamo nessuno, se non secondo le sue capacità.
E nessuno verrà leso, poiché è presso di Noi il Libro
che dice la verità".(23°62).
Junaid - Maestro sufi del IX° secolo - disse: «Il
colore dell'acqua è il colore del suo recipiente»,
intendendo che tutte le religioni sono eguali;
differiscono per ambiente, nome e ritualistica, ma non
possono differire nella sostanza. La divinità,
assoluta, non può essere contenuta in una cosa perché
è l'origine - e l'essenza - di tutte le cose, e quindi
anche di tutte le religioni. Più ci si avvicina a Dio,
e più si capisce che tutte le religioni sono tentativi
per avvicinarLo. E veniamo così al punto che più mi
riguarda: l'aspetto più illuminato e tollerante
dell'Islam, il Sufismo. I sufi costituiscono tutta una
serie di consorterie di pensiero che sono state alla
base di scienze e di speculazioni metafisiche anche
dell'Europa. Se è auspicabile che i valori del Sufismo
vengano conosciuti dai non musulmani, se è tempo che
siano riconosciuti da quanti seguono etiche che hanno lo
scopo comune di elevare l'umanità, di creare un mondo
di pace, di tolleranza, di illuminata fratellanza
universale, è anche tempo che l'etica patrimonio del
Sufismo si diffonda fra tutti i musulmani. Sorte dalla
lettura culturalmente progredita del Corano, precipua
degli Iraniani in unione con tecniche
filosofico-sciamaniche dei Turchi, le correnti sufiche
nacquero nell'Asia centrale, e dai Turchi vennero
diffuse in tutto il mondo islamico. Nel mondo turco
emersero Ordini che promossero correnti mistiche ricche
di pensatori eminenti; presso gli Arabi e alcune
popolazioni arabofone alcune confraternite dei Sufi
degenerarono in correnti politiche integraliste o di
bassa spettacolarità a carattere magico.
I Turchi si caratterizzavano per
l'aperto interesse verso tutte le formulazioni
fideistiche. Un esempio: in periodo pre-islamico, il
Buddhismo si diffuse in Cina proprio grazie ai regni
turchi della Cina del Nord (in particolare il regno Wei,
386-551). Loyang, capitale dei Turchi Tabgaç, ebbe
oltre 1.300 pagode e, per ordine di Thopa Hong II°
(471-499) furono creati nelle grotte di Longmen i
capolavori dell'arte buddhista d'ispirazione
greco-romana, secondo modelli importati dal Gandhàra (Afghànistàn).
E' da considerare che il Buddhismo era una
religione elitaria, e si esprimeva soprattutto nel
coordinamento dell'ordine monastico, ben organizzato e
potente. Non è da escludere che quando l'intellighenzia
turca passò dal Buddhismo all'Islamismo, gran parte
della classe monastica buddhista sia a poco a poco
defluita in quello che si può chiamare il
"monachesimo" dell'Islam. Ancora nel XIII°
secolo molti monaci buddhisti aderirono alla
Kalandariyya (ordine sufico del Khoràsàn sorto nel IX°
secolo), e solo dopo la sua diffusione verso Occidente
ad opera di Sàvì (1168-1231) questa Confraternita
perse ogni riecheggiamento buddhista allineandosi del
tutto alla Shariha
islamica. L'etica
dei Sufi (come giustamente osserva il giudice Said
alAshmawì, un grande giurista islamico contemporaneo)
afferma che la religione non può essere utilizzata come
politica poiché la religione eleva mentre invece la
politica corrompe, limita, divide, uccide. Non si può
accettare una formula religiosa spinti dall'ignoranza,
dalla paura o dal preconcetto. La vera religione - nel
nostro caso l'Islam vero - si basa su due principi: fede
in Dio e rettitudine nel comportamento. L'etica del
Sufismo è da secoli impegnata in questo conseguimento,
e si propone come risoluzione della ricerca di identità
dell'Islam che nelle plurime e a volte perfino aberranti
o inquinate manifestazioni oggi rischia di allontanarsi
dai precetti coranici così come ne sono lontani (pur
proclamandosi invece musulmani) alcuni capi di Stato del
periodo attuale. Il sufismo avvicina l'uomo a Dio
attraverso l'avvicinamento dell'uomo a tutti gli altri
uomini, grazie alla tolleranza per ogni pensiero
differente dal proprio, al rispetto per l'individuo ma
anche per i suoi diritti e per il suo ambiente. Sin dal
XII° secolo i Sufi hanno propagandato il motto «libertà,
eguaglianza, fratellanza». Questo nonostante le
persecuzioni da parte di dittatori, ulema corrotti,
teologi limitati. Persecuzioni che sono state esemplate
dal martirio di alHallaj (858-922), uno dei poeti
mistici più eminenti dell'umanità tutta. Personaggio
di spicco per la comprensione dell'etica sufica è Jalal
alDìn Rùmì, il Dante Alighieri della gente turca, uno
dei più grandi mistici dell'umanità. Nato a Balkh (Afghànistàn)
nel 1207, morì a Konya (Turchia) nel 1273. Di lui il
professor Halil Cin, rettore dell'Università Selciukide
di Konya, ha scritto: «Rumì, superando le frontiere
religiose del pensiero turco e dell'Islam, è simbolo di
un amore, d'una tolleranza e di una pace indirizzati a
tutta l'umanità. Trova la fonte dell'ispirazione
nell'Islam e nella cultura turca; li esprime ed
amplifica, e li offre a tutti senza distinzione alcuna,
mentre la maggior parte dei conflitti fra gli uomini
deriva appunto dalla mancanza d'amore, dall'egoismo, dal
fatto che non è dato alla persona umana il valore che
merita. Questo messaggio di Rumì trova veramente
l'ambito universale nella quartina che leggiamo
all'ingresso della Mevleviyya di Konya: «Vieni, vieni, chiunque tu sia vieni.
Sei un miscredente, un idolatra, un pagano? Vieni. Il
nostro non è un luogo di disperazione, e anche se hai
violato cento volte una promessa... vieni». Ebbi
a dire in altra sede che Rumì ci insegnò "a
superare il preconcetto limitante, il condizionamento
restrittivo, il ricatto morale ed ogni sentimento
egoistico che acidamente semina nelle coscienze terrene
l'imposizione violenta di una ideologia, sia essa
politica o religiosa, che non sia a dimensione umana
valida per tutta l'umanità, in grado di insegnare la
pace, la tolleranza, il rispetto reciproco". Oggi
tutti invocano la pace, ma secondo i concetti di Seyyd
Hossein Nasr: «essa non è mai raggiunta proprio perché
dal punto di vista metafisico è assurdo aspettarsi che
una cultura consumistica ed egoistica, dimentica di Dio
e dei valori dello spirito, possa darsi la pace. La pace
fra gli esseri umani è il risultato della pace con se
stessi, con Dio, con la natura, secondo una componente
etica che abbia superato false morali, preconcetti,
interessi unilaterali e presuntuose ignoranze. Essa è
il risultato dell'equilibrio e dell' armonia che si
possono realizzare soltanto aderendo agli ideali
precipui delle società esoteriche. In, questo contesto
è di vitale importanza la pace fra le religioni». «In
tema di pace va detto qualcosa a proposito della pace
interiore che oggi gli esseri umani cercano
disperatamente tanto da aver favorito l'insediamento in
Occidente di pseudo-yoghi improvvisati, di falsi
guaritori spirituali, anche di falsi maestri sufi. In
realtà si avverte per istinto l'importanza dell'ascesa
mistica ed etica, ma ben pochi accettano di sottoporsi
alla disciplina di una tradizione autentica, la sola che
possa produrre effetti positivi, qualsiasi essa sia».
Allora, quando si è atei, quando mancano ideali
religiosi o etici o morali, molti si volgono alla droga,
che è violenza su se stessi e fuga, oppure alla
violenza sugli altri giungendo anche al massacro
sistematico di popolazioni inermi o di gruppi etnici
diversi dal proprio. Rumì scrisse: «Le vie sono diverse, la meta è unica. Non sai che molte vie conducono a
una sola meta? La meta non appartiene né alla
miscredenza né alla fede; lì non sussiste
contraddizione alcuna. Quando la gente vi giunge, le
dispute e le controversie che sorsero durante il cammino
si appianano; e chi si diceva l'un l'altro durante la
strada "tu sei un empio" dimentica allora il
litigio, poiché la meta è unica». Questo non
è solo il superamento della religione, ma il "rispetto" d'ogni religione, come insegna lo stesso
Corano. Non vi è infatti altro testo sacro che parli
così diffusamente e in modo tanto aperto
dell'universalità di tutte le religioni; e ancora una
volta si dimostra che i vari emiri, re e dittatori che
interpretano i versetti del Corano a loro stretto
beneficio momentaneo e si pretendono musulmani, in
effetti sono ben lungi dall'esserlo. E torniamo
all'integralismo. Anzi: agli integralismi, cancro del
tempo d'oggi. Quali sono le soluzioni possibili ai
problemi posti dagli integralismi d'ogni tipo? Le
soluzioni esigono un cambiamento radicale: a) della
politica nei riguardi del Terzo Mondo e delle relative
emigrazioni-immigrazioni;
b) nei riguardi dell'Europa; c) nei riguardi della
disoccupazione e dell'insieme globale della politica
sociale; d) nei riguardi delle conoscenze e degli
atteggiamenti verso le varie culture, quelle degli altri
e la nostra. Questi quattro postulati sono strettamente
interdipendenti. Dal momento che è oramai certo che
nessun problema si può risolvere nel quadro di una
comunità parziale a causa dell' interdipendenza
universale, l'integralismo che pretende imporre una
verità totale per risolvere tutti i problemi è quanto
mai pericoloso. La
chiave di volta è il dialogo.
Il dialogo ha come scopo la scoperta dei valori comuni,
il rispetto dei valori altrui, l'acquisizione del
concetto che se rimaniamo ciascuno con la propria
conoscenza possediamo una conoscenza ciascuno, ma se
acquisiamo la conoscenza dell'altro possediamo due
conoscenze. L'avvenire prossimo conoscerà mutamenti
considerevoli: gli Stati Uniti d'America non potranno più
atteggiarsi a padroni del mondo, scalzati dal nuovo
colosso Cina-Giappone che ineluttabilmente avanza, con
la sua rispettabile cultura millenaria che pretenderà
il dialogo con culture altrettanto rispettabili e
millenarie. Solo il dialogo permetterà allora la
sopravvivenza dei popoli deboli. Che tutti coloro che in
un modo o nell'altro sono rigidamente legati ad un
qualsiasi integralismo, e che per conseguenza ignorano
la propria cultura, deridendo al contempo le culture
degli altri, ci pensino.
Gabriele Mandel Vicario generale per
l'Italia della Confraternita dei Sufi Jerra hi- Halveti
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San
Francesco e Jalâl âlDîn Rûmî
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San Francesco e Jalâl âlDîn Rûmî,
ossia: Francescanesino e Sufismo,una meravigliosa
parentela spirituale. Una premessa. Dice Dio nel Corano:
Né i cieli né la terra Mi contengono, ma Mi contiene
il cuore del Mio fedele. Il cuore, non la mente; poiché
infatti possiamo capire Dio con i sentimenti che
simbolizziamo con il termine “cuore”; mai con il
ragionamento, la ricerca scientifica, la speculazione
razionale. Mistico è colui che aspira ad infrangere i
limiti terreni della sua carne, per giungere a capire
sempre più Dio, per sentirlo nella Sua realtà
ineffabile e incommensurabile, anche se, in effetti,
secondo il Corano (50ª16), Dio è vicino a ciascuno di
noi più della sua stessa vena giugulare. Se facciamo
cadere una goccia d’acqua in una coppa d’essenza di
rose, questa goccia prende il colore e il profumo
dell’essenza di rose. Così è l’anima perduta in
Dio, annientata nella Sua infinitezza, con la fruizione
piena della divinità senza più limiti terreni, nel più
alto grado dell’esperienza religiosa. Tutte le
religioni hanno il loro lato mistico. Due tuttavia si
differenziano dalle altre per due punti essenziali: 1)
la necessità della Grazia divina, ossia la necessità
che sia Dio a chiamare il Suo fedele; 2) la nozione
precisa che questa chiamata non annulla né la
trascendenza assoluta di Dio né l’individualità
spirituale dell’anima che purtuttavia da Dio deriva ed
è come goccia dell’oceano senza fine che è Dio.
Queste due religioni sono la cristiana e la musulmana.
È ad ogni modo indubbio che agli occhi di un
ricercatore storico delle vie mistiche balzano evidenti
le analogie che le profondità del pensiero mistico sia
cristiano sia musulmano propongono ad ogni piè
sospinto. Si potrebbe facilmente tracciare tutta
un’antologia di passi paralleli. Il poco tempo a
disposizione in una chiacchierata come questa non lo
permette, ma l’approfondimento del misticismo islamico
è oramai possibile, grazie alla moltitudine di testi
musulmani tradotti oggi nelle lingue occidentali,
italiano compreso. Così possiamo avvicinare i testi di
Rabica, la più grande mistica musulmana, a
quelli di santa Teresa d’Avila; i testi di alFarabi (?-950), trattatista di musica e filosofo mistico, a quelli di
san Tomaso d'Aquino che appunto ad âlFarabi si ispirò.
D’altronde è di norma paragonare san Tomaso d’Aquino
– per la qualità del pensiero teologico - ad Averroè, o ad âlGhazzali, o a Îbn
alcArabi, i tre più eminenti teologi e
Maestri sufi dell’Îslâm. Della mistica
cristiana troviamo i primi spunti in Clemente
Alessandrino e in Agostino, spunti che vennero
sistematizzati dallo Pseudo Dionigi l’Areopagita in un
Corpus Dionysiacum che, tradotto da Scoto Eriugena nel
IX° secolo, ispirò a Bernardo di Chiaravalle un
misticismo affettivo cristocentrico, e ad Ugo e a
Riccardo di San Vittore un misticismo profondamente
psicologico. Da qui derivò il misticismo candido di
Francesco, quello colto di Bonaventura, quello
apocalittico di Gioacchino da Fiore. Citerò in
particolare, a mo’ di esempio, due mistici di grande
statura: san
Francesco, frate, grande mistico della cristianità, e
Jalâl âlDîn Rûmî, sufi, grande mistico dell’Îslâm,
entrambi molto vicini a Dio, e pertanto molto vicini fra
loro. Essi hanno numerosi punti di contatto sia per ciò
che riguarda la loro vita terrena, sia
per ciò che riguarda la loro visione del divino.
Entrambi poeti, entrambi fondatori di una loro
Confraternita monastica fra le maggiori, san Francesco
nel Cristianesimo e Rumi nell’Îslâm.
Entrambi vissero nel XIII secolo. Osserviamo
allora che questo XIII° secolo fu un periodo fertile di inizi,
formazioni e delineazioni sia per il mondo Occidentale
che per quello orientale. Varie figure di prua del mondo
cattolico e del mondo islamico, ad esempio, si trovarano
in parallelo nel corso di questo secolo. Dante è
all’inizio della poesia in lingua italiana e Yunus
Emre di quella in lingua turca; inoltre nel mondo
islamico e in quello cattolico medici, architetti,
filosofi in un parallelismo esemplare, come il Vesalio e
Îbn Nafis (1203-1288) le cui anatomie vennero in
seguito copiate anche da Leonardo da Vinci. Possiamo
quindi dire che precipuamente omologo di san Francesco
fu Jalal alDin Rumì.
Anzi: nel
1216 Rûmî fu a Damietta, in visita dal sultano Malik
âlKamil, ripartendo subito per la Turchia; e san
Francesco fu a Damietta nel 1219. Nel 1216 Rûmî parlò
a Damasco con il grande mistico e teologo musulmano Îbn
âl`Arabî; e con Îbn âl`Arabî san Francesco si
intrattenne a Damietta nel 1219, quando si recò alla
corte del sultano, ove incontrò vari sufi, conversando
a lungo con loro. Ma non fu questo un primo incontro: già
nella primavera del 1214 san Francesco aveva conosciuto dei sufi nella Spagna musulmana e in
Marocco. San Francesco si formò in gioventù a
contatto diretto con trovadori francesi a loro volta
educati dai trovatori musulmani in particolare andalusi
Sappiamo che san Francesco parlava correntemente il
provenzale. Per ciò che riguarda l’ambiente del tempo
in cui san Francesco visse, non vanno dimenticati
l’imperatore Federico II°, detto per antonomasia «il
più musulmano dei re cattolici, il più cattolico dei
re musulmani», e il grande Dante Alighieri. La poesia
italiana si formò alla Corte di Federco II° per il
contatto intenso con i poeti musulmani, di cui il
maggiore, nella Sicilia stessa, fu Îbn Hamdîs
(1055-1132). Dante Alighieri trasse ispirazione
strutturale e figurale per la sua Divina Commedia dal
testo musulmano Il viaggio notturno del Profeta Maometto
(studio completo del reverendo Miguel Asin Palacios,
1919). Del pari si ispirarono alla poesia musulmana i
troubadours provenzali, i poeti spagnoli alla corte di
Alfonso el Sabio, e i compagni di Dante detti "I
seguaci d'Amore", come possiamo leggere anche nel
denso studio di Luigi Valli (Dante e i seguaci
d’amore. Roma 1928). Ben noti sono a voi i frati e le
suore; forse un po’ meno quelli che si sogliono
considerare i frati e suore dell’Islam, i sufi
appunto. Qualche notizia allora sui sufi, i mistici
dell’Islam. Secondo Si Hamza Boubakeur (che fu rettore
dell'Università islamica di Parigi, rettore della
Moschea di Parigi, discendente diretto del primo
"califfo ben diretto" Âbû Bakr, nonché mio
Compianto e venerato maestro) «il Sufismo in se stesso
non è né una Scuola teologico-giuridica, né uno
scisma, né una setta, anche se si pone di sopra da ogni
obbedienza. È innanzi tutto un metodo islamico di
perfezionamento interiore, d'equilibrio, una fonte di
fervore profondamente vissuto e gradualmente ascendente.
Lungi dall'essere una innovazione o una via divergente
parallela alle pratiche canoniche, è anzitutto una
marcia risoluta d'una categoria di anime privilegiate,
prese, assetate di Dio mosse dalla scossa della Sua
grazia per vivere solo per Lui e grazie a Lui nel quadro
della Sua legge meditata, interiorizzata, sperimentata».
I Sufi si dividono in Confraternite, a un dipresso,
appunto, come le Confraternite dei frati e delle suore
nel mondo cristiano, con la sola differenza che i sufi e
le sufi si sposano e vivono nel mondo, o, come essi
dicono:. «Nel mondo, ma non del mondo, nulla possedendo
e da nulla essendo posseduti.» Le Confraternite dei
Sufi si sono sgranate lungo il corso dei secoli, e in
tutta la storia della cultura islamica, se si cita un
grande scienziato, un grande poeta, un grande musicista,
o architetto, o pittore, si cita quasi sicuramente un
maestro sufi. Punta di diamante dell'Îslâm, dal
momento che l'Îslâm non si presenta come un blocco
monolitico ma ha varie coloriture, varie sfaccettature e
varie istanze a seconda dei luoghi geografici e delle
diversificazioni storico-sociali, anche il Sufismo ha
vari aspetti, e sette sono le sue grandi Confraternite
maggiori. Possiamo dire che la vera origine del Sufismo
è situabile nell'Asia turco-iraniana; per ragioni
storiche esso ha via via riassunto e inglobato – fra
il X° e il XII° secolo, insegnamenti esoterici
buddhisti, indù, classico-egizi e cristiani pur
scaturendo da una matrice sciamanica non mai sopita;
mentre in certe zone dell'Arabia e del Nordafrica -
soprattutto nei due ultimi secoli - è andato poi anche
degenerando in aspetti folcloristico-popolari. Inoltre,
forse sulla scia del New Age, sono comparse in Occidente
anche false confraternite sufi che nulla hanno a che
vedere con il verbo autentico del Sufismo, anche se del
Suismo scimmiottano stupidamente alcuni aspetti
esteriori.
Per essere sufi occorre comunque
essere musulmani, ed essere accolti e iniziati in una
contraternita tradizionale e autentica. Base
imprescindibile del Sufismo è il Corano, correttamente
letto, meditato, interpretato, come diceva appunto Si
Hamza Boubakeur; e attenendosi strettamente al Verbo del
Corano i veri Sufi seguono questi principi base:
rispetto per le persone; rispetto per tutte le
religioni; amore per la pace; comportamento corretto
sulla base dell'etica. Su questa base il Sufismo si
ricollega a tutte le altre grande tradizioni mistiche
anche per il suo rito precipuo, il dhikr, di cui
è noto in Europa quello precipuo dei Mevlevi il Semà.
I Mevlevi sono noti con il termine di dervisci roteanti.
Va tenuto presente
che i termini “dervisci”, “sufi” e “faqîr”
sono sinonimi; la differenza fra questi termini è una
questione di diversità di lingue). Con il dhikr
i sufi possono giungere a stati estatici, percepire la
realtà divina, acquisire consapevolezze non altrimenti
raggiungibili; e all’atto pratico possono anche
infondere serenità, pace e benessere tramite alcuni
aspetti precipui di quelle conoscenze sciamaniche che il
Sufismo condivide con il Buddhismo e con certo hinduismo.
Non è da tralasciare una conoscenza specifica del
Sufismo, la Musicoterapia, dovuta anche al fatto che i
più grandi Medici dell’Îslâm, il turco Avicenna ad
esempio, erano sufi. La Musicoterapia dei Sufi è utile
per la guarigione di malattie fisiche e di devianze
psichiche, e anche per infondere nei cuori un senso di
pace. Fârisî (891 c.-980) disse: «Le condizioni
fondamentali del Sufismo sono dieci.» Riassumendo, esse
sono: Credere nell’unicità di Dio, imparare,
frequentare i confratelli, pregare, viaggiare, aver
pazienza, fare voto di povertà, essere umili, pentirsi
degli errori commessi, rinunciare.» Questi furono i
valori dei sufi nei primi secoli della loro storia. E i
Sufi predicano in modo particolare la Pace. Oggi tutti
invocano la pace, ma secondo i concetti di Seyyd Hossein
Nasr, sufi e grande filosofo iraniano contemporaneo, «La
Pace non è mai raggiunta proprio perché dal punto di
vista metafisico è assurdo aspettarsi che una cultura
consumistica ed egoistica, dimentica di Dio e dei valori
dello spirito, possa darsi la pace. La pace fra gli
esseri umani è il risultato della pace con se stessi,
con Dio, con la natura, secondo una componente etica che
abbia superato false morali, preconcetti, interessi
unilaterali e presuntuose ignoranze. Essa è il
risultato dell’equilibrio e dell’armonia che si
possono realizzare soltanto aderendo agli ideali
precipui delle correnti mistiche. In questo contesto è
quindi di vitale importanza la pace fra le religioni.
Così i Sufi dicono che l'Ebraismo è la religione della
SPERANZA, il Cristianesimo è la religione dell'AMORE,
l'Islâm è la religione della FEDE. Ed ecco: questo è
il terzo polo, equilibrio delle vicende umane in tutta
la loro estensione: la Fede, la Speranza e l'Amore,
origini della mistica, della spiritualità, dei valori
sublimati che ci conducono alla comprensione di Dio,
nostro Signore unico ed assoluto, il Creatore di tutto.
La comprensione dei "valori dell'altro", il
giusto equilibrio fra rispetto e reciproca conoscenza,
sono i valori eminenti che possono restituire al mondo,
dopo due millenni di incomprensioni e di lotte
fratricide, la serenità interiore e la pace universale
cui tutti gli "uomini di buona volontà"
spirano. Questa, in definitiva, è la Via del Sufismo,
una delle tante vie per adorare Dio nella sua più pura
essenza. Rabicah âlcAdawiyya
(?-801), una grande mistica sufi dell’VIII° secolo,
scrisse di Dio:
«Mio Dio: se ti adoro per paura
dell’inferno bruciami nell’inferno;
se Ti adoro nella speranza del
Paradiso, escludimi dal Paradiso;
ma se Ti adoro unicamente per Te
stesso, non mi privare della Tua bellezza eterna.»
Ne sentiamo ancora gli echi nei
primi quattro versi di un sonetto attribuito a santa
Teresa d’Avila (1515-1582):
«No me muove, mi Dios, para quererte,
el Cielo que me tienes prometido,
ni me muove el infierno tan temido
para dejar por eso de ofenderte.»
(Ciò che mi spinge ad amarTi non è il cielo che
mi pormetti e non è l’inferno temuto da farmi
trattenere a causa sua dall’offenderTi).
Disse il nostro Profeta, Muhammad
(sws): «Vi sono tante vie verso Dio quante sono le
stelle in cielo, ma la via che permane, quella più
sicura, è una sola: la Via della povertà.» (Riportato
da cAbd âlWahhâb Shacrânî,
egiziano, 1493-1565). E puntualmente Dante Alighieri,
quando cita san Francesco nel Paradiso (Canto
undicesimo), dice appunto che vede in Paradiso san
Francesco in compagnia di Sorella Povertà.
Dalla "Leggenda Maggiore"
di San Bonaventura da Bagnoregio (FF 1063-1064). «Quando
giunse presso la curia romana, venne condotto alla
presenza del sommo Pontefice. Il Vicario di Cristo [...]
cacciò via con sdegno, come un importuno, il servo di
Cristo. Questi umilmente se ne uscì. Ma la notte
successiva il Pontefice ebbe da Dio una rivelazione.
Vedeva ai suoi piedi una palma, che cresceva a poco a
poco fino a diventare un albero bellissimo. Mentre il
Vicario di Cristo si chiedeva, meravigliato, che cosa
volesse indicare tale visione, la luce divina gli
impresse nella mente l'idea che la palma rappresentava
quel povero, che egli il giorno prima aveva scacciato.
«Il mattino dopo il Papa fece ricercare dai suoi servi
quel povero per la città. Lo trovarono nell'ospedale di
Sant'Antonio, presso il Laterano, e per comodo del Papa
lo portarono in fretta al suo cospetto [...] e questi
raccontò al Pontefice, come Dio gliel'aveva suggerita,
la parabola di un ricco re che con gran gioia aveva
sposato una donna bella e povera e ne aveva avuto dei
figli che avevano la stessa fisionomia del re, loro
padre e che, perciò, vennero allevati alla mensa stessa
del re. «Diede, poi, l'interpretazione della parabola,
giungendo a questa conclusione: “Non c'è da temere
che muoiano di fame i figli ed eredi dell'eterno Re;
poiché essi, a somiglianza di Cristo, sono nati da una
madre povera, per virtù dello Spirito Santo e sono
stati generati per virtù dello spirito di povertà, in
una religione poverella. Se, infatti, il Re del cielo
promette ai suoi imitatori il Regno eterno, quanto più
provvederà per loro quelle cose che elargisce senza
distinzione ai buoni e ai cattivi”!»Il Papa approvò
quindi la Regola, fece fare a tutti i frati che erano
venuti con il servo di Dio delle piccole chieriche, e
conferì loro il mandato di predicare liberamente la
penitenza e la parola di Dio. Una coincidenza: la
novella che il santo raccontò al Papa la si trova anche
in Farîd âlDîn Âttâr (1140 c.1220 c.) autore
dell’Elahi-nameh, e poi in una variante nel Mathnawî
di Jalâl âlDîn Rûmî. Con questo non intendo per
nulla affermare che Francesco e Rûmî abbiano copiato
da Âttâr; puntualizzo il fatto che a livello
spirituale vi sono parallelismi e comunità di intenti
in tutto simili, poiché il Misticismo e la fede in Dio
sono un sentito unico, da qualsiasi punto di vista
religioso li si avvicini. Il sogno del papa (una palma)
è un simbolo anche per i sufi: poiché in arabo Tariqat
significa sia palma, sia Via mistica.
San Francesco istituì per la sua Confraternita,
detta dei “Frati Minori”, tre ordini di frati. Così
è anche nelle Confraternite sufi; e nell’un Ordine e
negli altri vi vengono accostati i Grandi Fratelli,
quelli ad esempio di Najim Kubrâ (?-1220). I sufi sono
religiosi musulmani ma, come nel cristianesimo abbiamo
preti e frati, così nell’Îslâm i sufi sono frati e
non preti. Francesco rifiutò d’essere ordinato prete,
e si accostò maggiormente all’ordinamento laico
democratico più che a quello ecclesiastico. Così è
anche dei sufi, il cui motto precipuo che ripeto di
nuovo qui, dice,: «NEL mondo, ma non DEL mondo, nulla
possedendo e da nulla essendo posseduti.» E ancora: al
pari di san Francesco, è scritto nelle agiografie che
riguadano il il sopraccitato Najmuddin Kubra, che anche
lui predicava agli animali, agli uccelli e al lupo.
Veniamo ora all’incontro del santo con il sultano
dell’Îslâm. Da: I Fioretti del glorioso messer santo
Francesco e d’alquanti suoi santi compagni. Capitolo
XIV°. «Il Soldano l’udiva volentieri e pregollo che
spesse volte tornasse a lui, concedendo liberamente a
lui e a’ compagni ch’egli potessono predicare
dovunque piacesse loro. E diede loro un segnale, per lo
quale egli non potessono essere offesi da persona. Avuta
dunque questa licenza così libera, santo Francesco mandò
questi suoi eletti compagni a due a due, in diverse
parti di Saracini a predicare la fede di Cristo; ed egli
con uno di loro elesse una contrada.» Il saio è il
mantello di lana con cappuccio precipuo dei sufi. È di
lana, termine che in arabo è: suf, da cui Sufismo. Il
saio francescano è quello stesso dei sufi in Terra
Santa, in Marocco e nella Spagna; ed è quello che san
Francesco vide alla corte del sultano.
In Kalâbâdhî, grande maestro
sufi del X° secolo (913 c.-995), leggiamo:« Povertà e
pazienza sono il saio sotto il quale alberga un cuore
che vede solo in Dio i giorni di festa e di serenità».
Veniamo ora ad un oggetto di devozione che tutti voi
conoscete: il Rosario. Dice il Corano: Dio ha i Nomi più
belli (7ª180; 17ª110; 20ª8; 59ª24). Secondo la
teologia musulmana i Nomi di Dio – rappresentazione
vocalizzata dei Suoi attributi – sono quattromila.
Mille di questi sono conosciuti solo da Dio; mille da
Dio e dagli angeli; mille da Dio, dagli angeli e dai
profeti; mille da Dio, dagli angeli, dai profeti e dai
credenti. Di questi ultimi mille, trecento sono
menzionati nel Pentateuco, trecento nei Salmi, trecento
nei Vangeli e cento nel Corano. Di questi cento,
novantanove sono noti ai fedeli comuni, mentre uno è
nascosto, segreto e accessibile solo ai mistici più
illuminati. Il Profeta stesso disse: «Vi sono
novantanove Nomi che appartengono solo a Dio. Colui che
li impara, che li capisce e che li enumera entra in
Paradiso e raggiunge la salvezza eterna». E il mistico
Tosun Bayrak, khalyfa della Jarrahiyya-Khalwatiyya
negli Stati Uniti d’America scrisse: «I bei Nomi di
Dio sono la prova dell’esistenza e dell’unicità di
Dio. O voi che siete arsi e turbati per il peso della
sofferenza del mondo materiale, possa Dio far sì che i
Suoi bei Nomi siano un balsamo lenitivo per i vostri
cuori feriti. Imparate, capite e recitate i bei Nomi di
Dio. Cercate le tracce di questi attributi di Dio nei
cieli, sulla terra e in ciò che vi è di bello in voi
stessi. Così troverete beneficio, a seconda della
grandezza della vostra sincerità. Col permesso di Dio,
chi dubita troverà sicurezza, l’ignorante troverà
conoscenza, chi nega affermerà. L’avaro diventerà
generoso, i tiranni chineranno il capo, il fuoco nel
cuore degli invidiosi si spegnerà.» In effetti capire
«l’essenza» di questi attributi acquieta l’animo,
infonde fiducia e arricchisce spiritualmente. Ecco perché,
sul piano strettamente pratico, è consuetudine
musulmana ripetere i Nomi facendo scorrere tra le dita
un rosario composto di novantanove grani (o di trentatré
fatti scorrere tre volte). Questo rosario si chiama
subha in arabo e tashbî (o anche komboloy) in turco. È
ben noto che esso deriva attendibilmente da quello
buddista, di centootto grani, in uso nell’Asia
centrale e orientale fin dal IV° secolo, così come è
noto che dalle organizzazioni monacali buddhiste
derivano quelle sufi. A sua volta il rosario musulmano
introdotto nell’Îslâm dai Sufi, fu adottato da san
Francesco al suo ritorno dalla Terra Santa, dando
origine al rosario cattolico diffuso dai francescani
appunto e in seguito definito nella forma attuale da san
Domenico. Ancora dai Fioretti (Capitolo XI°) leggiamo:
«Andando un dì santo Francesco per cammino con frate
Masseo, il detto frate Masseo andava un poco innanzi: e
giungendo a un trebbio [trivio] di via, per lo quale si
poteva andare a Firenze, a Siena e ad Arezzo, disse
frate Masseo: Padre, per quale via dobbiamo noi andare?
Rispuose santo Francesco: Per quella che Dio vorrà.
Disse frate Masseo: E come potremo noi sapere la volontà
di Dio? Rispuose santo Francesco: Al segnale che io ti
mostrerò; onde io ti comando, per merito della santa
obedienza, che in questo trebbio, nel luogo ove tu tieni
i piedi, tu ti aggiri intorno intorno [...]. Allora
frate Masseo incominciò a volgersi in giro; e tanto si
volse [...] Alla perfine, quando egli si volgea bene
forte, disse santo Francesco: Sta’ fermo e non ti
muovere; ed egli istette e santo Francesco il domandò:
Verso qual parte tieni la faccia? Rispuose frate Masseo:
Inverso Siena. Disse santo Francesco: Quella è la via
per la quale vuole Dio che noi andiamo.»
Voi sapete bene chi è san
Francesco. Forse qualcuno di voi avrà però sentito
parlare anche dei sufi Mevlevi, i cosiddetti “Dervisci
roteanti”, la Confraternita fondata a Konya da Jalâl
âlDîn Rûmî. A quelli di voi che conoscono i Mevlevi
non può essere sfuggita la simiglianza fra il roteare
di frate Masseo e il roteare dei sufi Mevlevi nella loro
cerimonia specifica, il Semà, simile al rito che san
Francesco poté vedere di persona alla corte del
Sultano. Le prime
forme di samâc apparvero presso i Sufi di Baghdâd
a metà del IX° secolo, sviluppandosi poi soprattutto
fra i turchi del Khurâsân, a volte perfino in
forme non differenti dal dhikr usuale.
Completarono il rito sul finire del XIII° secolo i
Mevlevi di Rûmî.
Nel suo
insieme, tutto il Samâc (in turco: Semâ) ha plurime valenze. Anzitutto: i Mevlevi danzano a Konya un Semâ completo
la seconda settimana di dicembre per celebrare la morte
di Jalâl âlDîn Rûmî . Questa danza, altamente
emblematica, altamente spirituale, è l’espressione
stessa della realtà divina e della realtà fenomenica,
in un mondo in cui tutto, per sussistere, deve ruotare
come gli atomi, come i pianeti, come il pensiero.
Beninteso: questa cerimonia non intende simbolizzare né
la rotazione degli atomi né quella dei pianeti (come a
volte qualcuno ha commentato): è un errore
interpretarla così. Come qualsiasi tipo di dhikr
agito dalle varie Confraternite Sufi, il Semâ è un
rito in grado di indurre uno stato estatico. Esso porta
all’ascesa spirituale - viaggio mistico dall’essere
a Dio - in cui l’essere si dissolve ritornando poi
sulla terra. E veniamo ora al Cantico
delle Creature, o di Frate Sole.
Altissimu, onnipotente, bon
Signore,
tue so le laude, la gloria e l’honore
et onne benedictione.
A te solo, Altissimo, se Konfano,
et
nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi Signore, cum tucte
le tue creature
spetialmente messer lo frate sole,
lo qual’è iorno, et allumini noi
per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum
grande splendore:
de te, Altissimo, porta
significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per
sora luna et le stelle:
in
cielu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi Signore, per
frate vento,
et per
aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dài
sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per
sor’acqua,
la quale è multo utile et humile
et pretiosa et casta.
Laudato so’, mi’ Signore, per
frate focu,
per lo quale enallumini la nocte:
et ello
è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per
sora nostra madre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con
coloriti fiori et herba.
Laudato si’, mi’ Signore, per
quelli ke perdonano per lo tuo amore
et sostengo infirmitate et
tribuatione.
Beati quelli ke ‘sosterranno in
pace,
ka da te, Altissimo, sirano
incoronati.
Laudato si’, mi’ Signore, per
sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò
skappare:
guai a quelli ke morranno ne la
peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne la tue
sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà
male.
Laudate et benedicete mi’ Signore
et rengratiate
et serviateli cum grande humilitate.
Âbu âlFath âlWâsiti,
egiziano (?-1184), i cui discepoli erano alla corte del
Sultano quando vi fu san Francesco, scrisse un testo: La
lode a Dio secondo le parole del Corano, che ora vi
leggo. Sono tutte citazioni tratte dal Corano, e quindi
già presenti in Europa, dove il Corano fu tradotto per
la prima volta, in latino, nel 1143, da Roberto di
Ketton (Robertus Ketenensis) per incarico di Pietro il
Venerabile, abbate di Cluny (manoscritto a Parigi,
Biblioteca dell’Arsenale). Si tratta quindi di un
“centone coranico”, e per chiarire bene il termine
leggo un passo del Vocabolario Treccani della lingua
italiana, al lemma Centone: «componimento, tipico della
tarda letteratura greca e latina, formato dalla
giustapposizione di parole, fresi, emistichi o versi di
qualche famoso autore.» Ecco perché lo chiamiamo un
“centone coranico”. Ed ecco il testo della Lode di Wâsiti:
«Nel Nome di Dio, Misericordioso,
Misericorde. Lode a Dio signore dei Mondi (1ª1)
«Certo, il vostro Signore è Dio,
che ha creato i cieli e la terra in sei periodi, e poi
si è posto sul Trono. Egli copre il giorno con la
notte, ininterrottamente. E il sole, la luna, le stelle
sono sottomessi al Suo comando. La Creazione e il
comando appartengono solo a Lui. Sia lode a Dio, il
Signore dei mondi. Invocate il Signore con umiltà e
raccoglimento (7ª54-55)
«Non avete visto come Dio ha
creato i sette cieli sovrapposti? Egli ha
posto la luna come una luce;
Egli ha posto il sole come una fiaccola. Dio
vi ha fatti crescere dalla Terra come le piante, poi vi
ci rimanderà e poi vi farà uscire con una uscita. Dio
ha posto per voi la Terra come un tappeto, affinché
camminiate attraverso i suoi valichi"» (71ª15-20).
«Egli, il Fenditore dell’alba,
ha fatto della notte un riposo; il sole e la luna per
computare. Egli vi ha assegnato le stelle affinché
grazie ad esse vi guidiate nelle tenebre della terra e
del mare. Certo noi esponiamo prove per coloro che
sanno. Egli vi ha creato a partire da un'anima unica,
ricettacolo e deposito. Egli fa scendere dal cielo
l’acqua. Poi con essa vien fatta germogliare ogni
pianta dalla quale vien fatta uscire una verzura, e da
questa i semi sovrapposti gli uni agli altri; e la
palma, dalla cui spata regimi di datteri vicini. Ed
anche i vigneti, l’ulivo e il melograno, simili o
differenti gli uni dagli altri. Guardate i loro frutti
quando si producono e quando maturano. Ecco dei segni
per coloro che hanno fede (6ª96-99)
«Gloria a Dio che fa scendere dal
cielo un'acqua pura, preziosa, ed umile per far rivivere
con essa una contrada morta e dar da bere ai molti
animali e agli esseri umani che ha creato (25ª48).
«Chi farà rivivere le ossa quando
esse saranno imputridite?» Di': «Le farà rivivere
Colui che le ha create la prima volta, poiché Egli è
abile in ogni creazione; Egli vi ha fatto scaturire il
fuoco dall'albero verde, ed ecco che voi accendete con
esso. Forse che Colui che ha creato i cieli e la Terra
non sarà capace di creare altri come loro? Sì, poiché
Egli è il Creatore [âlKhâliqu], il Sapiente (6ª78-81)
Avete riflettuto sul fuoco che fate scaturire? Siete voi
che fate crescere il suo legno, o siamo Noi che facciamo
ciò? Ne abbiamo fatto un Richiamo e una cosa utile per
i viaggiatori del deserto. Glorifica dunque il Nome del
tuo Signore, l'Immenso (56ª71-74).
«Ovunque voi
siate, la morte vi raggiungerà, foste anche in torri
impenetrabili (4ª78). «Certo,
la morte che voi fuggite vi raggiungerà. Sarete poi
ricondotti davanti a Colui che conosce il visibile e
l'invisibile. Egli vi informerà di ciò che facevate.»
(63ª8) 57
Ogni anima gusterà la morte, poi verrete ricondotti a
Noi. Quanto a quelli che credono e compiono opera buona,
faremo abitare loro, nel Paradiso, località elevate,
sotto le quali scorrono ruscelli, e nelle quali
rimarranno in eterno. Eccellente sarà la mercede di
coloro che agiscono perseverando pazientemente e che
confidano nel loro Signore (29ª57-59).
«Ciò che è nei cieli e sulla
Terra celebra le Sue lodi. Egli è l'Onnipotente ,il
Saggio (59ª24). Lodate dunque Dio la sera e la mattina
e anche la notte e a mezzogiorno. A Lui la lode nei
cieli e sulla terra (30ª17-18).
«Amîn.»
Con questo non affermo che vi sia
una derivazione diretta del Cantico di san Francesco dal
Centone di Wâsiti; parlo – e torno a ripeterlo - di
una comunità di sentimenti che avvince e lega ogni
mistico, a qualsiasi religione appartenga. Un cerchio:
sul suo perimetro si dispongono l’una dopo l’altra,
come segmenti, le religioni, mentre il centro del
cerchio simbolizza Dio. Da queste religioni partono, e
tendono al centro del cerchio, come altrettanti raggi, i
mistici. Più si avvicinano a Dio e più avvicinano fra
loro... In linea di massima tutti i procedimenti
religiosi per raggiungere lo stato estatico si possono
suddividere in due tipologie precipue: o una
contemplazione passiva, silenziosa, tendente a liberare
la mente da ogni pensiero consapevole (ed è per solito
individuale); o una tecnica attiva di invocazione
secondo la ripetizione di formule mantriche (col suono
ritmico di strumenti musicali o anche senza), e ciò ha
luogo per solito nell’ambito della collettività. Vi
è inoltre una necessità comune per tutte le Vie
mistiche, a qualsiasi religione appartengano, e che
determina forme diverse di istruzione, anche notevoli: la necessità di
un Maestro. Un esperto, cioè, che abbia già percorso
il cammino e che sappia quindi guidare convenientemente,
sappia preservare dagli errori, dalla tendenza a fuggire
per la tangente a causa del pericolo sempre in agguato,
e perfino – per una forma paranoica - dai
conseguimenti effettivamnti raggiunti (nel Corano, 7ª16-17,
Satana dice a Dio: «Io li insidierò lungo la Tua retta
Via, poi li
assalirò davanti, dietro, da destra e da sinistra»),.
Un Maestro del tutto disinteressato, amorevole,
paternamente sollecito, ma soprattutto consapevolmente o
anche solo intuitivamente esperto della psiche e delle
sue devianze. Ciò ha determinato una lunga serie di
convenzioni, di scuole e di conseguimenti, e tutte le
religioni ne hanno generati. Inoltre tutte le correnti
hanno tratti in comune e conseguimenti omologhi. Ma
perché questa eterna presenza di una ricerca mistica?
Ha ancora valore in un mondo, quello d’oggi, che
sembra così tanto mutato davanti alla necessità di una
fede?
In risposta a queste domande, e
come conclusione di questa ricerca, lascio di nuovo la
parola al già citato Seyyed Hossein Nasr, che ha
scritto: «La ricerca mistica è perenne perché si
trova nella natura delle cose, e la società umana è
sana nella misura in cui tale ricerca è stata
riconosciuta quale elemento basilare nella vita della
comunità. Quando una collettività, o una società, non
riconosce più questo profondo anelito e quando è
sempre più limitato il numero di coloro che seguono la
vocazione alla via mistica, la collettività stessa
crolla per il peso della sua struttura o viene distrutta
da malattie psichiche che essa non è in grado di curare
per il semplice fatto di aver negato ai suoi membri
l’unico cibo spirituale che può saziarne l’anima.
Alcuni uomini continueranno ancora a cercare e a
seguire la via mistica, ma la società alla quale
appartengono non sarà più capace di trarre totale
beneficio dalla presenza illuminante di coloro che,
appunto per il fatto di ricercare quanto è sovrumano,
permettono ai loro simili di rimanere al livello umano,
e provvedono la società stessa degli unici veri criteri
di valutazione della sua importanza e del suo valore. «Se
anche nei periodi più cupi di eclisse dello spirito vi
sono sempre uomini dotati di una natura spirituale e
contemplativa, ciò accade precisamente perché
l’economia della collettività umana ha bisogno della
loro esistenza. Una società totalmente priva di uomini
contemplativi cesserebbe semplicemente di esistere
[...]. La ricerca dell’infinito è l’unica che
conferisca significato al mondo finito, nel quale
l’uomo si trova ad essere. L’impronta di quella
perfezione che l’uomo porta entro di sé gli rende
qualunque esistenza finita sopportabile, ma soltanto a
condizione che possa condurlo all’infinito e
all’assoluto. Di qui la perennità della ricerca
mistica e lo sforzo che gli uomini di tutti i tempi
hanno fatto per poter vedere oltre il finito, in quanto
l’infinita realtà determina e abbraccia tutte le
cose.». Questa è la Via, questa è la via di san
Francesco, di Rûmî, di tutti gli uomini di buona
volontà che tendono alla pace nel loro cuore e al bene
di tutta l’umanità. Questo è ciò che auguro a voi
tutti, a tutti noi, di poter essere. Grazie. Gabriele
Mandel Khân, Vicario generale per l’Italia
della Confraternita sufi Jerrahi-Halveti.
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Scienza
e filosofia nell'Islam
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Tre detti del Profeta
Maometto: “Seguite la via di una scienza,
doveste per questo andare fino in Cina”; “A
colui che segue la via di una
scienza Dio apre più grandi le porte del
Paradiso”; “Il sangue di colui che ha studiato è superiore al sangue del martire”.
E inoltre nel Corano (2ª255): Dio sa ciò che è
prima e ciò che è
dopo di loro, e della Sua scienza essi ne colgono solo
quanto Egli concede. E ancora: (6ª148) Non seguite le
congetture, non la menzogna, ma esibite
una scienza; (12ª76) Di sopra da ogni uomo che
possiede una scienza ve ne
è uno più sapiente ancora; (53ª28) Contro la
verità non
servono le congetture: occorre la scienza. Questo diede alla Scienza pieno diritto di cittadinanza
nell’Îslâm, e infatti lo studio e la
coltivazione delle scienze fu sempre
considerato un dovere religioso, e fu soprattutto
uno dei principali doveri
religiosi dei sufi, i mistici dell’Îslâm. Per
l’Îslâm l'essere di un individuo dipende dalla propria conoscenza.
Per i sufi uno più è
quanto più sa, e quanto
più sa tanto più vale anche il suo cammino
spirituale, che non è disgiunto dalla
conoscenza formale, cioè dalla scienza e dalla
filosofia. Molte
voci e molte fonti unirono allora le culture e le
scienze del
mondo islamico a quelle indiane, tardoantiche, sasanidi
e cinesi. Per
i contatti con la scienza cinese basti un esempio: La
parola âl Kîmiyâ (da cui derivarono i termini europei
alchimia e chimica) sembra
derivare dal cinese Kim-Ia (o Gin-ii): liquido
per produrre oro. Ai Cinesi i
musulmani dovettero, nel IX secolo, la conoscenza
della carta, base di tutta la
vastissima organizzazione editoriale islamica.
Nelle arti invece l'influsso
cinese fu forte soprattutto dopo l'invasione dei
Mongoli (regno ilkhanide). Per ciò che riguarda la
medicina islamica, essa risulta dalla
sintesi delle medicine ippocratea, galenica,
iraniana e indiana. Le prime due
erano presenti soprattutto ad Alessandria
d’Egitto, le altre due nella città
sasanide di Giundishapur, principale scuola del
Tardo Antico. Ad esse si innestò La medicina del
Profeta (Tibb âl Nabî ). Baghdad ne divenne
il centro principale, diffondendo una serie di
traduzioni dei codici antichi
delle varie scuole, e dalle lingue greca,
pehlevica e sanscrita. Si stabilì
anche un vocabolario tecnico basilare.
Un secondo apporto considerevole fu dato alle
scienze islamiche dalla
istituzione di Ospedali ( Bimaristan , o maristan – da
bimar : malato – o anche dar âl Marda ) e poi,
conseguentemente, di
manicomi. Il primo Ospedale venne creato a
Damasco nel 707 dal califfo âl Walid
Man sûrî, ed è attivo ancor oggi.
Nell’821 il governatore Abbaside del Kh urasan
scriveva al figlio
che in quella regione turco-iraniana esistevano numerosi
ospedali. Dal 790
comunque la capitale medica fu Ba gh dad, con dieci
ospedali, e due secoli
dopo sessanta, ciascuno con farmacie, reparti vari e
biblioteche anche pubbliche.
Una grande Facoltà di
Medicina, detta Bayt âl Hikma (Casa della Saggezza), fu
quella fondata a Baghdâd nell’832 dal settimo califfo
abbaside Hârûn âlRa sh îd. Pubblicava un
“Giornale dei casi”, ed aveva sezioni speciali per gli alienati. Il primo manicomio specifico venne fondato da Nûr âl Dîn
Ma hmud Zanjî
ad Aleppo poco dopo il 1157. Rifatto nel 1260 dal
mamelucco âl Nasir, era
diviso in tre sezioni: inizio, cura, cronici.
Celebre fu in tutto il mondo
islamico l’Ospedale psichiatrico Nûrî,
fondato a Damasco nel XII secolo; cui seguirono quelli turchi di Divrigi, del XIII secolo e di
Edirne, del XV°. Nell'ambito delle scienze islamiche,
comunque, figura centrale fu
non il ricercatore ma il sapiente ( hakîm ), per
solito medico, scrittore,
poeta, astronomo, matematico, psicologo, e soprattutto
maestro sufi. Il sistema di insegnamento e la classificazione delle
scienze, base prima della
conoscenza islamica, son dipendenti da questo
particolare tipo di studioso. Si
tese non alla specializzazione ma alla conoscenza
globale ed enciclopedica,
naturalmente entro i limiti d'una conoscenza
scientifico-filosofica che non
raggiungeva gli ampi valori d'oggi.
Uno dei primi grandi
scienziati musulmani infatti, âlKindî,
scrisse circa 270 trattati di logica, filosofia,
fisica, matematica, medicina,
storia naturale, con effettiva profondità in
tutti i campi in cui spaziò vastamente. Âl Fârâbî fu il primo studioso a compiere una
classificazione completa
delle scienze. Avicenna (Îbn Sînâ), fu la guida dei
sapienti. ed è da
considerarsi ancor oggi il massimo
filosofo-scienziato dell'Îslâm. A lui si deve
la positivizzazione della medicina, e dal suo
Canone derivò tutta la
scienza medica dell'Occidente. La classificazione
delle scienze procede dal concetto di unità
delle scienze, e si basa su una gerarchia che ha
formato nel corso dei secoli la
base del sistema pedagogico musulmano, che diede
origine alle Università. Il
primo centro importante in cui vennero insegnate
filosofia e scienze matematiche
e naturali fu la Bait âl hikmah (la Casa della
sapienza) di Ba gh dad,
circa nell'815, con biblioteca pubblica ed
osservatorio; mentre l'Università più
antica, ed ancor oggi attiva, fu quella di âlÂzhar,
al Cairo, fondata nel 970:
mille e trenta anni or sono. Abbiamo allora le scienze della natura e la scienza dell'uomo,
a partire
dall'antropologia nel senso più ampio del termine, e
che si basano sulla
filosofia dell'ambiente socio economico politico.
Il primo sociologo della
storia dell'umanità fu Îbn Kh aldûn (?-1406).
Sintesi di queste conoscenze
plurime fu la tradizione alchimistica, che
considerata nella sua totalità tocca
le scienze naturali ma anche l'ambito sottile
della psicologia e della spiritualità, filosoficamente intese. Ognuna delle varie
scuole in cui si espressero
questi valori ebbe poi una sua “filosofia della
natura”, per cui
vennero in definitiva trattate coralmente tutte
le scienze che fanno parte
dell'universo. Un sunto di queste discipline si
ebbe, ad esempio, in quella che
è l'anticipazione dell' Enciclopedia del Diderot:
La Risâlat âlJiâmi`ah (52 volumi), enciclopedia dei
Fratelli della Purezza, del X secolo, in cui si
legge per la prima volta il motto "Libertà,
eguaglianza, fratellanza". Si consideri in
definitiva che in matematica, in
astronomia, nell'agricoltura sono molti e molti i
termini desunti dalla lingua
araba, che ancor oggi testimoniano della
derivazione delle scienze occidentali
da quelle islamiche. A partire dai nostri numeri
che, originati in India,
vennero elaborati nei paesi islamici, per cui
sono comunemente detti numeri arabi.
Abbiamo visto dunque
che l'Islam tende a vedere l'unità nella disunità apparente e nei contrasti precipui del mondo
fenomenico. Ciò portò
all'esaltazione formale dello gnosticismo
filosofico-scientifico. Infatti lo
gnostico, essendo in grado di vedere le cose come
realmente sono, integra tutte
le opinioni scientifiche disparate, nella loro
unità di principio. Il mondo occidentale ha concentrato
i suoi sforzi sullo studio
degli aspetti quantitativi delle cose, giungendo
ad una scienza tecnologica e
immediatamente produttiva in senso
materialistico. La scienza islamica tendeva a
conseguire una conoscenza in grado di contribuire
al perfezionamento e alla
spiritualità di chi la studiava. I suoi frutti
sono quindi prettamente
interiori. Pur giungendo a dare contributi
essenziali alla chimica, alla
irrigazione dei campi, alla determinazione del
calendario e dell'astronomia, alle costruzioni, il suo scopo è stato quello di stabilire
una relazione tra mondo
materiale e mondo spirituale, attraverso la conoscenza
dei vari ordini di
realtà. Partiamo
dal concetto di base dei Sufi che l'essere
umano è composto da quattro elementi: uno
spirituale, l'anima; e tre materiali:
corpo, psiche, ambiente. Consideriamo poi che per
i Sufi conoscenza ed
individualità coincidono nella gnosi. Qui
scienza e Fede trovano ritmo e
armonia. La filosofia è limitata al piano
mentale, essendo teoretica; la gnosi
illumina l'intero essere di colui che conosce. E'
una sorta di manifestazione
dell'Ente supremo, dal quale tutto attinge luce e
vita. L'uomo allora diventa il corpo del
Logos nella sua manifestazione
microcosmica. L'anima è la goccia dell'oceano
infinito che è Dio, mentre le
altre tre componenti materiali sono la
transitorietà fenomenica di cui la
scienza si occupa per giungere alla conoscenza
del fine ultimo, autentico,
dell'essere umano, per giungere cioè, per quanto
possibile, a una comprensione
di Dio. Scienza e filosofia servono per giungere
alla percezione soggettiva
della conoscenza oggettiva, nel mutamento da
piombo ad oro grazie a questa
pietra filosofale, secondo il motto del Sufi:
“Chi conosce se stesso conosce
Dio, chi conosce Dio conosce se stesso”. Ripeto
quello che ho detto all'inizio. Lo studio e la
coltivazione delle scienze fu sempre considerato
un dovere religioso, e fu uno
dei principali doveri religiosi dei sufi. Per l'Îslâm
l'essere di un individuo
dipende dalla propria conoscenza. Per i sufi uno
più è quanto più sa, e quanto
più sa tanto più vale e tanto più vale il suo
cammino spirituale, che non è
disgiunto dalla conoscenza formale, cioè dalla
scienza e dalla filosofia. Così si evidenzia la
preghiera del Profeta Maometto, nella
trascrizione che ne fece il maestro sufi Jâmî:
“O Dio, liberaci dalle preoccupazioni per le vanità
del mondo e rivelaci
la na | | |